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Toy Story: la rivoluzione Pixar compie 20 anni!

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E noi abbiamo curiosato negli archivi della casa di Emeryville.


Il 22 novembre del 1995 arrivava nelle sale americane Toy Story. Cambiando la storia del cinema d'animazione e, per qualcuno, la storia del cinema in generale. Non sanciva la nascita però della Pixar, ufficialmente creata infatti nel 1986 per testare un hardware per grafica professionale che il capo Steve Jobs voleva vendere.
Dal 1986 al 1989 John Lasseter, ex-Disney incaricato da Jobs insieme al tecnico Bill Reeves di sperimentare con la grafica 3D, partorì diversi cortometraggi: dal seminale Luxo Jr. (1986), che nel 1987 sfiorò l'Oscar e creò l'iconica mascotte dell'azienda, al proto-Toy Story, quel Tin Toy del 1988 che ottenne finalmente l'agognata statuetta.

Da allora fino al 1995, grazie al sostegno della Disney (e di Jeffrey Katzenberg, che vide lontano, prima di lasciare la casa del Topo e fondare la DreamWorks Animation), cominciò a prendere forma un'impresa pioneristica ad alto budget. E' raro che i due concetti si sposino, ma quando rivedrete Toy Story, pur nella sua tecnica agli occhi di oggi acerba, tenetelo ben presente. Provate a calarvi nei panni del pubblico cinematografico di allora, o a ricordare la vostra reazione.
Nessuno aveva mai visto nulla del genere prima su grande schermo: chi scrive ricorda per esempio lo stupore provato guardando l'esterno notturno della stazione di benzina. Un iperrealista quadro di Hopper in movimento, un'emozione particolare, di quelle che ti fanno sussurrare al vicino di poltrona: “Ma... è incredibile.” Ti si accappona la pelle perché capisci non solo di trovarti di fronte a un capolavoro, ma anche a un momento di svolta storico, con te nel mezzo, da spettatore testimone.

Non era solo tecnica: chi di noi era già amante del grande cartoon disneyano, ravvisò nella scena in cui Buzz Lightyear capisce di essere solo un giocattolo, rompendosi, il punto di riferimento di un nuovo modo di intendere la fiaba e il suo coinvolgimento emotivo trasversale. Una poesia che non rinnega la consapevolezza amara di un adulto, mentre si continua a guardare alla Luna: un percorso in salita fatto di compromessi, dove il dramma fatica persino a trovare la catarsi della mamma di Dumbo che culla suo figlio con la proboscide. “Questo non è volare, è cadere con stile!” - conferma Buzz a Woody nel finale: epica del compromesso, altro che eroi senza macchia e conflitti chiari bene/male. Gira e rigira, vent'anni dopo con Inside Out sono ancora Gioia e Tristezza a contendersi il bambino e l'adulto nella poetica pixariana. E per questo il lascito è vivo, vegeto, contagioso e prezioso come raramente accade in produzioni a grande budget hollywoodiane.

Una tradizione non si mantiene solo nei ricordi, ma preservando pure i percorsi creativi che hanno portato al successo. Lo sa la Disney, lo sa la Pixar. Abbiamo visitato infatti i loro archivi, dove è conservato anche ogni tipo di materiale che aiuti gli autori della casa a sviluppare i loro lavori, inclusi articoli, rassegne stampa e similari. Christine Freeman, senior archivist Pixar che lavora a stretto contatto con ogni produzione, ci ha fatto da cicerone.
Gli archivi contengono più di due milioni di reperti, divisi in due edifici giganteschi da 45.000 metri quadri l'uno (se ne occupano in pianta stabile sette persone). Gli archivi erano in origine a Port Richmond, ma sono in seguito stati trasferiti a Emeryville, a pochi chilometri dagli odierni studi Pixar. La maggior parte del materiale proviene dall’Art Department della Pixar, comprese sceneggiature, storyboard, costumi, scenografie e persino vecchie Polaroid con scatti d'immagini di riferimento.

La visita è stata ovviamente l'occasione per indagare proprio sul seminale Toy Story. Abbiamo avuto modo di ammirare gli storyboard originali disegnati da John Lasseter in persona, nonché concept di Jeff Pidgeon, per A Tin Toy Christmas, sequel di Tin Toy, special televisivo cancellato dal quale nacque poi Toy Story. Nella storia il giocattolo di latta Tinny si sarebbe perso in un centro commerciale, incrociando il pupazzo di un ventriloquo: idealmente, Tinny subì la metamorfosi in Woody, e il pupazzo in Buzz. Ma le modifiche non finirono qui (specialmente ricordando che nel novembre del 1993 il progetto Toy Story rischiò di essere cassato e fu pesantemente rimaneggiato). Woody era piccolo e tozzo, Buzz invece si chiamava Lunar Larry, più dolce nella caratterizzazione rispetto al Lightyear che tutti conosciamo. I suoi colori finali, verde e viola, sono quelli preferiti da John Lasseter e sua moglie. I giocattoli-mostro della sequenza nella camera di Sid vi hanno terrorizzato? Immaginate la nostra reazione quando Christine ci ha messo di fronte alla versione fisica e tangibile di Rockmobile!

La mostra itinerante della Pixar si basa su parte di questi oggetti e ha toccato già 22 paesi in dieci anni (compresa la nostra Milano). In tali allestimenti è possibile ammirare le sculture dei personaggi, realizzate per capire se un bozzetto potrà assumere un aspetto convincente nelle tre dimensioni. Raramente in queste occasioni si ammirano gli originali: nella maggior parte dei casi si tratta di copie, calchi in resina raffreddati su un tavolo vibrante che li libera dalle eventuali bolle d'aria. I calchi originali delle teste di Woody e Buzz consentono di capire la procedura di creazione: sono completi a metà, perché si crea il modello totale riproducendo in simmetria ciascuna metà.

Se non avete avuto la fortuna di ammirare la mostra itinerante, non pensate nemmeno per un attimo che riguardare questa settimana Toy Story sia un surrogato: vent'anni dopo, si erge con chiarezza a capostipite di un'evoluzione preziosa della poetica cinematografica.

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