Toronto Film Festival: The Hate U Give e altri film confermano un'edizione del festival all'insegna dell'impegno

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Toronto Film Festival: The Hate U Give e altri film confermano un'edizione del festival all'insegna dell'impegno

Ultima carrellata di film presentati al Toronto Film Festival, un’edizione senza un film che svettasse veramente sugli altri – pur avendo in cartellone alcuni titoli degnissimi – ma che si è segnalata per un fatto forse anche più importante, e cioè la numerosissima presenza di opere di chiaro indirizzo sociale e civile, una necessità che il cinema americano contemporaneo (e non solo) sembra sentire sempre di più. 

A dodici anni dall’acclamato Bobby e a otto da Il cammino per Santiango, Emilio Estevez è tornato dietro (e stavolta anche davanti) la macchina da presa per The Public, storia di una biblioteca pubblica di Cincinnati che viene occupata da una gruppo di senzatetto al fine di ripararsi dal gelo dell’inverno. L’atto pacifico scatenerà la reazione delle forze dell’ordine in un crescendo di tensione tra le due parti in campo. Cinema di chiara impostazione liberal e di attenzione a problematiche sociali, il lungometraggio di Estevez è uno dei prodotti più intelligenti e meglio confezionati visti al Toronto Film Festival di quest’anno. Pur adoperando la giusta dose di retorica la sceneggiatura propone un crescendo drammatico che si accompagna con la necessaria introspezione psicologica e delineazione dei caratteri. A livello di essa in scena il regista riesce a dare il giusto spazio a tutte le figure in scena, ripagato da un gruppo di attori affiatatissimo composto da Alec Baldwin, Jeffrey Wright, Taylor Schilling, Jena Malone, Michael K. Williams. Una produzione che riesce a far arrivare al pubblico un messaggio sociale forte e preciso attraverso un tipo di intrattenimento sincero e sinceramente umanitario. Estevez si conferma regista parsimonioso nel scegliere i propri progetti e degno ancora una volta di attenzione. The Public è un film che merita di essere visto e apprezzato. 

Con The Hate U Give George Tillman Jr. ha realizzato un film per teenager di enorme presa emotiva e di altrettanto importante denuncia civile. Tratto dal best-seller di Angie Thomas il film mette in scena la graduale presa di coscienza della sedicenne Starr, afroamericana la cui vita cambia drammaticamente quando diventa suo malgrado testimone oculare dell’assassinio del suo amico Khalil da parte di un agente di polizia, che lo aveva fermato per un semplice controllo di routine. Un prodotto esplicitamente indirizzato al pubblico più giovane può avere anche un messaggio fortemente connotato e soprattutto una messa in scena che si prende la responsabilità di imporlo senza nessuna edulcorazione? Questo film sembra rispondere positivamente a tale domanda, dimostrando che realizzare cinema per teenager non significa necessariamente proporre intrattenimento senza contenuti, tutt’altro. Un cast di supporto di notevole carisma sorregge la protagonista Amandla Stenberg, che a tratti dimostra di essere forse ancora acerba per un ruolo di tale complessità mentre in altri momenti esplicita una notevole presenza scenica. The Hate U Give è un prodotto che merita di essere discusso, problematizzato, prima di tutto visto dai più giovani. Il pubblico di ragazzi che riempie le sale dei blockbuster Marvel o Disney potrebbe dimostrare, decretando l’eventuale successo del film di Tillman Jr., di avere una consapevolezza civile più sviluppata di quanto magari a Hollywood non credano…

Con il suo nuovo documentario Fahrenheit 11/9 Michael Moore si scaglia con tutta la sua veemenza cinematografica non soltanto contro Donald Trump, ma anche contro quel sistema disfunzionale che ha permesso la sua elezione a Presidente degli Stati Uniti. Il suo ultimo lavoro come sempre sciorina al pubblico quella sapienza di racconto e di montaggio che ha reso i suoi documentari precedenti ottimo cinema. In questo caso però Moore pare più raccogliere e assemblare secondo la sua idea portante materiale già conosciuto e preesistente, senza produrne veramente di nuovo a supporto del suo discorso politico. Fahrenheit 11/9 è un’opera infuocata, partigiana (forse anche troppo…), scioccante da guardare, ma in fondo non propone nulla di nuovo rispetto a quanto il pubblico già sapeva. Speriamo diventi almeno un piccolo stimolo ad agire invece di subire passivamente lo status quo di un’America dilaniata. Che poi in fondo è l’intento principale di Michael Moore e del suo film.

In Canada il nuovo film di Peter Farrelly Green Book ha probabilmente iniziato la sua corsa silenziosa verso le prossime candidature agli Oscar, in quanto possiede tutti gli ingredienti necessari per diventare il cosiddetto “sleeper” del 2018: una storia di amicizia virile nell’epoca degli scontro sui diritti civili; una coppia di attori di grido come Mahershala Ali e Viggo Mortensen; una sceneggiatura che sfrutta al meglio situazioni potenzialmente drammatiche per costruire invece una commedia briosa ma con un contenuto molto forte. Insomma Green Book coinvolge, commuove, soprattutto diverte con assoluta intelligenza. Non ci sorprenderemmo se almeno la sceneggiatura  - tratta dalla storia vera dell’amicizia tra il pianista di colore Don Shirley e il buttafuori italoamericano Tony Lip – e un Mortensen davvero monumentale non arrivassero a ottenere molti riconoscimenti nella stagione die premi che sta per cominciare.

Gentile nel tono e sinceramente malinconico Can You Ever Forgive Me?, storia vera della scrittrice Lee Israel, la quale all’inizio degli anni ‘90 falsificò e vendette circa quattrocento lettere di celebrità perché non sapeva più come sbarcare il lunario. Film totalmente newyorkese, quello di Marielle Heller racconta una storia di fallimento umano e professionale, uno tra i tanti che si sono consumati in un mercato spietato come la Grande Mela. Senza scivolare mai nel melodramma smaccato il film propone invece un tono che mostra con cura la sopita rassegnazione della protagonista, la disperazione che la consuma tutti i giorni e che alla fine rende apatici nei confronti del prossimo. Melissa McCarthy è semplicemente perfetta nel regalare umanità e anima alla Israel, tratteggiandone la psicologia e la vita interiore con una prova maiuscola nell’essere pudica, contenuta. Accanto a lei come ottima spalla di dimostra Richard E. Grant, solitamente istrionico ma in questo caso invece sorprendentemente capace di contenersi. Can You Ever Forgive Me? senza pretendere di raccontare tematiche universali centra invece l’obiettivo di tratteggiare un carattere vero nella sua silenziosa desolazione.

Nella carovana di opere che Netflix ha portato al Toronto Film Festival si segnala per una forte presa emotiva il thriller Hold the Dark, diretto da Jeremy Saulnier (Green Room) e interpretato da Jeffrey Wright, Riley Keough, Alexander Skarsgård e un notevole James Badge Dale. Atmosfere cupissime e un’ambientazione impervia ma affascinante come l’Alaska fanno da cornice a una storia che racconta i lati più oscuri dell’animo umano, quelli che si riconnettono a un tipo di vita e di mentalità ancora selvaggio e ancestrale. Il film di Saulnier parte in maniera potente, sfruttando al meglio la fotografia livida che dipinge volti e paesaggi immergendoli in un’atmosfera opprimente. Non siamo lontani dal tono di un film di enorme caratura come è stato qualche tempo fa Wind River di Taylor Sheridan, a cui Hold the Dark sembra fare riferimento accentuandone l’aspetto visivo. La seconda parte della storia risulta meno efficace della prima in quanto scivola più sui binari del thriller di genere, ma nel complesso l’operazione risulta piuttosto riuscita e disturbante.

Sempre Netflix ha presentato in Canada anche Outlaw King, che vede riunito il regista David Mckenzie e la star Chris Pine dopo il successo di Hell or High Water. La vicenda narra di Robert The Bruce, che nel XIV Secolo si impegnò a riunire i clan in cui la Scozia era divisa per autoproclamarsi re e combattere l’esercito inglese al fine di liberare la sua terra dall’oppressione. Spettacolo magniloquente di avventura e sentimenti al calor bianco, il film in costume conferma la competenza di McKenzie così come l’efficacia di Pine in ruoli che richiedono eroismo e un pizzico di ironia sbruffona. Intrattenimento per famiglie spruzzato di una vena sanguigna adulta, Outlaw King strizza l’occhio ad altri film del genere, soprattutto nell’epica battaglia finale nel fango che ricorda molto da vicino quella splendidamente realizzata da Kenneth Branagh nel suo film d’esordio Enrico V, nel 1989. Ottimo intrattenimento epico, da guardare magari su uno schermo il più grande possibile per godersi al meglio i magnifici paesaggi.

Dopo una gestazione lunghissima e vari passaggi al montaggio - si è parlato di una prima versione di addirittura quattro ore - è stato finalmente presentato al Toronto Film Festival The Death and Life of John F. Donovan, primo lungometraggio in lingua inglese del talento di Xavier Dolan. Del suo stile avvolgente, della sua scrittura appassionata, del suo uso sfrontato della cultura pop c’è molto. Forse troppo. La narrazione a incastri che alterna differenti piani temporali per costruire il puzzle emotivo funziona soltanto a tratti, quando cioè Dolan si concentra sulle relazioni tra i personaggi e non si lascia prendere la mano dalla voglia di accentuare il melodramma. Paradossalmente a convincere di più nel suo film sono le scene di raccordo, quelle maggiormente sussurrate, mentre nei momenti chiave l’uso ad esempio non calibrato delle canzoni a supporto dell’emozione diventa controproduttivo. The Death and Life of John F. Donovan in conclusione si rivela un prodotto scentrato, eccessivamente “costruito”, solo a tratti vibrante come i migliori lavori del giovane cineasta. Nel cast accanto al protagonista Kit Harington troviamo Natalie Portman, Jacob Tremblay, Susan Sarandon, Thandie Newton.



Adriano Ercolani
  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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