Toronto Film Festival: presentati The Front Runner, Destroyer e altri titoli in anteprima

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Toronto Film Festival: presentati The Front Runner, Destroyer e altri titoli in anteprima

Il Toronto Film Festival 2018 ha aperto i battenti delle proiezioni dedicate alla stampa con due opere che faranno senza dubbio discutere, dimostrando come la kermesse canadese sia costantemente attenta a presentare nel proprio cartellone un tipo di cinema che vuole indagare il nostro presente nelle sue pieghe culturali, civili e sociali anche più contraddittorie.

Monsters and Men di Renaldo Marcus Green, già presentato all’ultimo Sundance Film Festival, ruota intorno all’ennesimo cittadino di colore ingiustamente assassinato dalla polizia di New York durante una perquisizione per strada. L’episodio sconvolge la vita di tre protagonisti: Manny (Anthony Ramos) che ha ripreso tutto in un video e a cui la sola azione di metterlo online costerà moltissimo a livello di persecuzione. Dennis (John David Washington), poliziotto afroamericano che si trova dilaniato dai propri conflitti interiori appartenendo a entrambe le parti in lotta tra loro. E infine Zyric (Kelvin Harrison Jr.), promessa del baseball che decide di mettere la sua futura carriera in discussione in nome della presa di coscienza civile che sta maturando a causa dell’episodio. Se la messa in scena di Renaldo Marcus Green si rivela a tratti leggermente retorica, cercando l’empatia del pubblico con un uso della musica in alcuni momenti troppo accentuato, tuttavia nel complesso Monsters and Men centra il bersaglio di raccontare una vicenda di enorme importanza civile con passione, idee non preconcette, la volontà di suscitare dibattito senza urlare in maniera univoca. Il risultato complessivo è sicuramente valido, grazie anche alla partecipazione sentita di un cast di attori efficacissimo. In particolar modo merita di essere segnalata la prova carismatica di Washington, “figlio d’arte” che dopo la performance infuocata di BlacKkKlansman di Spike Lee si conferma un attore votato all’impegno, come suo padre Denzel lo è stato a inizio carriera.

Ferocissima e violenta critica alla società del consumo mediatico si è rivelato invece Assassination Nation (presentato nella sezione Midnight Madness), prodotto all’insegna del pulp più estremo che mescola con sfrontatezza i toni della teen comedy con la distopia sanguinaria di The Purge. Diretto da Sam Levinson, il film è un vero e proprio otto volante visivo che si scaglia contro un’America dominata dal giudizio collettivo, quello superficiale e pericolosamente univoco dei social media. La storia pone una serie di interrogativi decisamente contemporanei nascondendoli dietro una messa in scena che è provocazione continua, quasi estenuante. Il crescendo di situazioni al limite e di tensione narrativa sono ben organizzati, fino a un finale di violenza e simbolismo parossistici. Assassination Nation è stato esplicitamente creato per essere uno di quei lungometraggi che vogliono dividere, far discutere, e prevedibilmente ci riuscirà. Con discreto merito.

Trattandosi di una storia veramente accaduta, probabilmente c’era modo diverso di raccontare la vicenda del giornalista David Scheff e di suo figlio Nic, il cui abuso di stupefacenti ha messo in serio pericolo l’equilibrio emotivo e psicologico non solo del padre ma dell’intera famiglia. Un montaggio sapiente in Beautiful Boy alterna la vicenda al presente con i flashback che invece sviluppano il rapporto profondo che lega l’uomo al suo primogenito. A livello drammaturgico il film di Felix van Groeningen (Alabama Monroe)  segue i continui tentativi di recupero di Nic con precisone, alternando i punti di vista dei due protagonisti. Il vero arco narrativo però è quello di David, del suo percorso di accettazione dell’impossibilità di aiutare il ragazzo. Steve Carell tratteggia tale viaggio interiore con compostezza e profondità, diventando fin dalle prime scene il punto di forza di un’operazione che in molti (forse troppi...) momenti adopera i mezzi della messa in scena per delle sottolineature drammatiche che scivolano nella retorica. Per Timothée Chalamet invece si dive registrare una prova di attore sopra le righe, meno efficace rispetto a quella che l'ha condotto alla candidatura all'Oscar per Chiamami con il tuo nome

 Altra storia vera quella raccontata da Yann Demange in White Boy Rick, vicenda di un preadolescente di quattordici anni che nella Detroit del 1984 divenne spacciatore di cocaina e informatore dell’F.B.I., fino alla sua condanna a vita con una sentenza assolutamente troppo severa per un giovane che non aveva mai commesso alcun crimine violento. Più della ricostruzione d’epoca il film merita segnalazione per l’umanità del rapporto tra padre e figlio, entrambi figure in chiaroscuro che vengono delineate senza essere assolutamente abbellite dalle esigenze della narrazione. In particolar modo Matthew McConaughey torna a contenere il suo istrionismo in una prova che avrebbe potuto “esplodere” nelle sue mani e che si rivela invece molto precisa e credibile.

Karyn Kusama e Nicole Kidman hanno collaborato a uno dei noir più cupi e soffocanti degli ultimi tempi, Destroyer. La costruzione a incastri temporali della sceneggiatura contribuisce a creare un personaggio protagonista - il detective della polizia Erin Bell - difficile da dimenticare, granitico nel suo rancore quanto doloroso nella ricerca di vendetta. La regista da parte sua sfrutta l’anima nera della protagonista  per inserirla in un contesto filmico di enorme impatto. Il risultato è un film di genere che si insinua sotto la pelle dello spettatore e ne avvelena la visione, costringendolo a un tour de force emozionale. Non ci sarebbe da stupirsi se la Kidman partecipasse da assoluta protagonista alla corsa per gli Oscar che è ufficiosamente partita proprio in questi giorni da Toronto, Venezia e Telluride.

Con The Front Runner Jason Reitman ha raccontato la caduta politica di Gary Hart, candidato democratico che nel 1988 era dato come favorito per diventare Presidente degli Stati Uniti, salvo poi rovinare tutto a causa di una relazione extraconiugale. Un film sulla necessità di trasparenza e onestà nel mondo della politica americana ma anche sull’ingerenza dei media nella vita privata delle persone: scritto magistralmente perché il pubblico possa analizzare pro e contro di entrambe le questioni, The Front Runner sceglie la via del sano dubbio invece di risposte preconfezionate, lasciando la strada aperta a una serie di interrogativi soprattutto etici che dovrebbero essere posti in particolar modo a chi oggi gestisce in America sia il potere mediatico che quello politico. Oppure entrambi…Per la performance di Hugh Jackman vale lo stesso discorso fatto poco sopra riguardo Nicole Kidman.

Intrattenimento divertente e divertito, soprattutto “adulto”, quello che Shane Black ha proposto al pubblico con il suo nuovo The Predator, sequel agilissimo e a suo modo iconoclasta del franchise cominciato da John McTiernan e Arnold Scharzenegger nel lontano 1987. Un gruppo di attori disposto a divertirsi e a farsi ricoprire di succo di mirtilli – il film è decisamente “visivo” quando si tratta di violenza – contribuiscono poi alla visione libera di Black, che si dimostra sceneggiatore abilissimo nel rinfrescare e rivitalizzare la saga. Rispetto a tanto cinema mainstream ormai edulcorato per arrivare al pubblico più giovane e quindi a incassi più elevati, The Predator è un gustoso e sfrontato toccasana.    

Nei primi tre giorni il Toronto Film Festival 2018 ha presentato anche Everybody Knows di Asghar Fahradi, con protagonisti Javier Bardem e Penélope Cruz, e il dramma storico Peterloo di Mike Leigh. Due opere molto diverse tra loro: melodramma esplicito il primo, che trova la sua forza principale nel genere stesso, affrontato dal regista con solidità sia nella scrittura che nella messa in scena. Ottima ricostruzione storica invece il secondo, in cui Leigh infonde alla storia il suo sguardo sardonico, quasi farsesco, per raccontarci una pagina buia e sanguinosa di storia britannica. Molto interessante nell’idea, forse eccessivamente prolisso nell’esposizione. 



Adriano Ercolani
  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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