Toronto Film Festival: convincono Woman Walks Ahead con Jessica Chastain e la farsa The Death of Stalin

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Toronto Film Festival: convincono Woman Walks Ahead con Jessica Chastain e la farsa The Death of Stalin

Gli ultimi film presentati al Toronto Film Festival 2017 hanno riservato alcune gradite sorprese, soprattutto con prodotti ancora non pubblicizzati ma in grado di regalare cinema robusto nella storia e ottimamente interpretato.

Primo film meritevole di segnalazione è Woman Walks Ahead, western di frontiera di Susanna White con protagonista un’eccellente Jessica Chastain. Alla sceneggiatura del film troviamo Steven Knight, e si sente fin dalle prime scene. La storia si dipana infatti con solidità e pienezza, sia nel ritrarre la pittrice protagonista che i personaggi comprimari. Il dramma della presa di coscienza di una donna nei confronti della popolazione dei Nativi Americani all’epoca della violenza subita e perpetrata negli scontri con l’esercito americano viene messo in scena dalla White con tocco intimista, sfruttando molto spesso anche la bellezza dei paesaggi e della luce naturale per dare vita alle emozioni dei suoi personaggi. Woman Walks Ahead è un film bello da vedere e intenso da vivere, il quale riserva anche alcune gradite sorprese nel cast di supporto: Sam Rockwell ad esempio regala un’altra densissima interpretazione, che viene a confermare il suo momento di grazia dopo quella altrettanto efficace vista pochi giorni fa in Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, terzo film di Martin McDonagh che a Venezia ha vinto il premio per la sceneggiatura ed è stato presentato con successo anche qui a Toronto.

Altro western durissimo e molto più disperato si è rivelato Hostiles di Scott Cooper, con Christian Bale e Rosamunde Pike. Più classico nell’impianto narrativo, il film fonde una messa in scena poderosa con una storia che a tratti risulta eccessivamente schematica. Il risultato finale è comunque un film intenso, magnifico da vedere e capace di far soffrire il pubblico insieme ai personaggi torturati dai propri demoni interiori. Anche se squilibrato forse il lungometraggio più intenso visto in questa edizione del festival canadese.

The Current War, prodotto in costume sulla battaglia tra Thomas Edison e George Westinghouse per accaparrarsi il monopolio dell’energia elettrica alla fine del XIX secolo, è un lungometraggio elegante nella confezione, forse addirittura troppo per entrare veramente in profondità nel cuore e nella testa degli spettatori. Il regista Alfonso Gomez-Rejon mette in scena lo scontro tra le due personalità - e dietro di esse tra due culture, due modi di essere americani - cercando di rendere più contemporaneo il racconto grazie a soluzioni visive che solitamente non si trovano in simili period movie. Il tentativo gli riesce a metà, in quanto The Current War in alcuni passaggi soffre di una “freddezza” non appropriata con il dramma che i personaggi vivono. Fortunatamente Benedict Cumberbatch e Michael Shannon si rivelano perfetti nelle parti di Edison e Westinghouse, capaci si esplicitare le differenze psicologiche tra i due pionieri con pochissimi gesti o espressioni. Sono i due attori il motivo principale per vede il film di Gomez-Rejon, a cui poi si accompagna un cast di non protagonisti lussuoso: Katherine Waterston, Nicholas Hoult, Tom Holland.

Prima ancora che un film sportivo Borg McEnroe è lo studio approfondito di due psicologie molto meno distanti tra loro di quanto il loro approccio al tennis non lasciasse intravedere. Il film diretto da Janus Metz più che mettere in scena la presunta sfida ideologica tra i due campioni ne sottolinea invece le affinità e le debolezze di fronte a una pressione costante e logorante, quella di chi deve sempre vincere per dimostrare a sé stessi prima di ogni altro di essere il migliore. Qualche scelta di regia e montaggio eccessivamente drammatiche rendono la parte finale meno incisiva di quella iniziale, ma nel complesso Borg McEnroe si pone come più che discreto dramma psicologico dietro la confezione del film sportivo, la quale funziona altrettanto bene. Ottimo Shia LaBeouf nel ruolo del focoso ed estroverso campione americano.

Funziona il meccanismo della commedia amara in The Upside, remake dell’enorme successo francese Quasi amici. Il regista Neil Burger si affida quasi totalmente alla coppia formata da Bryan Cranston e Kevin Hart per costruire uno spaccato di vita newyorkese che mette in contrapposizione la vita agiata di Park Avenue con quella invece difficile dei projects sparsi nei sobborghi. La confezione accurata e la sceneggiatura funzionale (scritta tra gli altri da Paul Feig) servono come veicoli specifici per lasciare campo libero ai due protagonisti, i quali funzionano a meraviglia anche grazie alla loro alchimia. Ottimo supporto lo fornisce anche Nicole Kidman. Senza brillare per originalità o inventiva The Upside si rivela comunque un più che discreto melodramma.

Andy Serkis è passato ufficialmente dietro la macchina da presa per raccontare la storia vera di Robin Cavendish, colpito nel 1959 da una forma acutissima di poliomielite che lo paralizzò completamente. Nonostante questo l’uomo, supportato dalla moglie Diana e da un gruppo fidati di amici, riuscì a vivere una vita piena e gratificante, viaggiando in giro per il mondo grazie al brevetto di una sedia che gli permise di continuare a respirare attaccato alle macchine. Inno alla vita ma anche alla scelta di condurla a proprio piacimento, Breathe è un biopic dall’impianto classico, che punta sulla solidità del prodotto invece che cercare vie realmente originali per raccontare il dramma dei personaggi. Ciò non significa che il film non funzioni, tutt’altro: Serkis si dimostra regista elegante e sensibile nella direzione degli attori. Più del protagonista Andrew Garflield, comunque molto efficace, risalta la prova asciutta e al tempo stesso febbrile di Claire Foy, che dopo il successo di The Crown conferma di avere un notevole talento.

Altro biopic su un uomo costretto su una sedia a rotelle è Stronger di David Gordon Green, racconto della vita di Jeff Bauman dopo che l’attentato alla maratona di Boston gli portò via entrambe le gambe. Il trauma, la riabilitazione e la ricerca di serenità vengono raccontate in maniera fin troppo asciutta, mettendo in scena personaggi apatici e con cui è difficile entrare in sintonia. La ricerca di realismo, anche a costo di realizzare un film sgradevole e non liberatorio, è interessante fino a mezz’ora dal termine, quando invece retorica e buonismo invadono la messa in scena smentendo tutto ciò che è stato visto in precedenza. Stronger ha così un inizio sensibile, una parte centrale complessa a livello emotivo e una fine francamente irritante. Jake Gyllenhaal e Tatiana Maslany non salvano il film di Green dalla confusione con cui è stato realizzato.

Grazie a The Thick of It e Veep per la HBO Armando Iannucci ha consolidato negli anni il suo stile di regia diretto e realistico, che puntualmente applica alla farsa politica. In occasione di The Death of Stalin l’autore torna al passato e racconta con ilare libertà i giorni successivi la scomparsa del dittatore sovietico, quando i principali membri del comitato del partito cercarono di ottenere il potere. Un cast in stato di grazia composto tra gli altri da Steve Buscemi, Jeffrey Tambor, Jason Isaacs e Andrea Risebrough aiutano Iannucci a costruire un puzzle irriverente e irresistibile, soprattutto in una prima parte scatenata. Con la progressiva escalation della lotta per il potere, senza esclusione di colpi ed epurazioni, The Death of Stalin si fa invece più cupo, senza però perdere assolutamente di efficacia. Uno dei film più lucidamente realizzati e maggiormente spassosi visti a questo Toronto Film Festival.

Un Ben Stiller molto convincente con i toni dolceamari è il protagonista di Brad’s Status, commedia di Mike Judge che mette in scena i dubbi esistenziali di un padre comune nel weekend in cui accompagna suo figlio a Boston per entrare ad Harvard. Il film è scritto con notevole sensibilità e verità psicologica, e propone un personaggio a cui ci si affeziona per la sua umanità fatta i piccole debolezze e meschinità quotidiane. Unico difetto una voce off troppo insistita, che racconta i pensieri di Brad quando gli stessi avrebbero potuto essere messi in scena o anche soltanto lasciati sfumare. Il film è comunque decisamente riuscito, e cosa forse ancor più importante sincero.



Adriano Ercolani
  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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