Toronto Film Festival: brillano Sienna Miller in American Woman e Mid90s, esordio alla regia di Jonah Hill

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Toronto Film Festival: brillano Sienna Miller in American Woman e Mid90s, esordio alla regia di Jonah Hill

La seconda parte di film presentati al Toronto Film Festival ha riservato una serie di gradite sorprese all’interno del cinema americano più indipendente, orientato verso un discorso di esplorazione delle categorie sociali maggiormente problematiche.

Con il suo esordio alla regia Mid90s il due volte candidato all’Oscar Jonah Hill ha voluto raccontare una storia probabilmente autobiografica, di sicuro molto personale. Il giovanissimo Stevie (Sully Suljic), che vive nei sobborghi di Los Angeles, inizia a frequentare un gruppo di skater più grandi di lui e attraverso la loro amicizia tenta di sfuggire a una realtà familiare molto problematica, fatta di una madre (Katherine Waterston) spesso assente e di un fratello maggiore (Lucas Hedges) violento e abusivo. Più della ricostruzione d’epoca Hill punta giustamente a tratteggiare con verità le emozioni e le sensazioni di un bambino che tenta di crescere più in fretta del dovuto. Questa storia di sviluppo problematico viene messa in scena con partecipazione e un occhio cinematografico non scontato, che all’eleganza dell’immagine preferisce coglierne la verità. Mid90s si segnala per una narrazione lineare molto accurata – anche la sceneggiatura è di Hill – e per una messa in scena che sfrutta al meglio le musiche di Trent Reznor e Atticus Ross. Nel cast bisogna segnalare la prova viscerale e dolorosa di Lucas Hedges, a nostro avviso più efficace in questo film che in Ben Is Back, dove comunque non sfigurava affatto (ne parliamo più sotto). Adesso attendiamo di vederlo con trepidazione anche in Boy Erased, anch’esso presentato in questa edizione del Toronto Film Festival. Scegliendo la via dell’intimismo e del ritratto sincero di un’epoca come gli anni ’90, Jonah Hill si conferma artista di sensibilità penetrante. Ottimo esordio dietro la macchina da presa.

Con il ruolo di Deb in American Woman di Jake Scott, Sienna Miller ha trovato probabilmente la svolta della sua carriera. La sceneggiatura di Brad Ingelsby racconta di una donna appartenente alla classe sociale piuttosto bassa - la cosiddetta “white trash” - la quale dopo la scomparsa della figlia deve occuparsi del nipotino molto piccolo. La regia misurata e partecipe di Scott sfrutta al meglio uno script calibratissimo nel dosare emozioni e toni del racconto. In questo modo narrazione e messa in scena mettono al servizio della Miller un ritratto femminile che l’attrice riempie con spessore, compostezza, notevole aderenza psicologica e fisica. American Woman è uno spaccato dell’America rurale di oggi che mostra le difficoltà non solo economiche di chi vive suo malgrado o meno ai margini della società capitalista. Attraverso la figura di Deb, che invece di perdersi definitivamente dopo la scomparsa della figlia poco più che adolescente sceglie quasi inconsciamente di andare avanti e provare a costruirsi un futuro migliore, Jake Scott costruisce un microcosmo verissimo, dove anche tutti i personaggi comprimari posseggono una dignità che deriva dalla lotta quotidiana contro la disperazione. Nel cast di American Woman anche Christina Hendricks, Aaron Paul, Amy Madigan e Sky Ferreira. Tornando infine alla rimarchevole prova d’attrice della Miller, se dovesse competere seriamente per le candidature a Golden Globe e Oscar tra qualche mese, non potremo che esserne entusiasti. Al momento la miglior performance femminile vista qui al Toronto Film Festival.

Nella parte centrale della rassegna canadese è stato presentato appunto anche Ben Is Back di Peter Hedges, opera in qualche modo speculare a Beautiful Boy, di cui abbiamo parlato nell’articolo dedicato ai primi film visti a Toronto. L’idea di partenza è molto simile: una famiglia si trova ad affrontare il ritorno a casa del figlio maggiore, tossicodipendente in fase di recupero ma sempre sull’orlo della ricaduta. Questa volta al centro della vicenda troviamo Holly (interpretata da Julia Roberts) decisa a tutto pur di non abbandonare ogni speranza sulla possibilità di salvare il suo primogenito (Lucas Hedges).  Rispetto a Beautiful Boy Ben Is Back ha un vantaggio di partenza fondamentale: non essendo tratto da una storia vera, il film è stato costruito su una sceneggiatura che meglio organizza lo sviluppo narrativo e psicologico dei personaggi. Soprattutto nella prima parte il film di Hedges è organizzato con lucidità, cercando di dosare con cura il tono del racconto in modo da ottenere il necessario crescendo. Se la seconda metà del film è infatti più chiaramente  drammatica, all’inizio soprattutto grazie al personaggio di Holly e alla capacità della Roberts di piazzare battute taglienti, Ben is Back concede allo spettatore anche siparietti leggeri. Ovviamente sono i due protagonisti a reggere l’intero progetto, che pian piano svicola dal dramma familiare verso il thriller psicologico risvolti thriller non banale ma tutto sommato prevedibile. Se Ben Is Back fosse rimasto maggiormente sui binari del ritratto psicologico - dove Peter Hedges ha dimostrato in passato di saper produrre film molto interessanti come ad esempio L’amore secondo Dan – probabilmente avrebbe ottenuto un effetto maggiore, rimanendo comunque un prodotto di buon impatto emotivo.

Con July 22, produzione Netflix già passata al Festival di Venezia, Paul Greengrass tenta un approccio diverso alla sua classica modalità di racconto del reale. Se il suo cinema passato è sempre stato indirizzato all’esposizione cinematografica dell’evento storico, con questo suo nuovo lavoro invece il cineasta prova a mostrare anche le conseguenze soprattutto psicologiche dell’attentato terroristico che ha colpito Oslo e l’isola di Utøya appunto il 22 luglio 2011. Dopo una prima parte in cui Greengrass mette in scena il massacro di innocenti perpetrato dal militante di estrema destra  Anders Behring Breivik, il film passa alla ricostruzione della preparazione del processo, mettendo al centro della narrazione l’assassino, l’avvocato difensore e un giovane gravemente ferito ma sopravvissuto. Come sempre quando si tratta di produrre cinema dalla ricostruzione di un evento drammatico il regista di United 93 e Captain Phillips si trova a suo agio, mentre nella seconda parte July 22 diventa più accademico, senza per questo però perdere di mordente. Il risultato complessivo è emotivamente forte e soprattutto inquietante, in quanto ci mostra come le idee reazionarie che hanno ispirato l’attacco si stanno propagando ai margini di molte società europee, e non solo.   

Con un processo di rielaborazione del genere fresco e inventivo Jacques Audiard al suo primo film in lingua inglese ha realizzato con The Sisters Brothers un western esistenziale, utopistico, leggero come una commedia di caratteri e insieme profondo come una parabola morale. L’alchimia che lega le varie componenti del suo film, dal cast alla messa in scena, dalle musiche alla fotografia, rappresenta una miscela eterogenea eppure magnificamente equilibrata, capace di generare un’energia difficile da catalogare. The Sisters Brothers ha il cuore del cinema libero, anarchico, che sembra seguire i propri impulsi interni invece di una costruzione narrativa concertata a tavolino. I quattro personaggi al centro della vicenda rappresentano a loro modo diversi modi di concepire l’essere umano, nelle sue parti migliori così come nella sua perfettibilità. In particolare il chimico interpretato da Riz Ahmed, che sogna di estrarre l’oro dai fiumi per avere il potere di costruire una società più ugualitaria e armoniosa, è una figura poetica e magnificamente cesellata, perfetto contraltare ad esempio per la rude energia dei due fratelli John C. Reilly (che gran caratterista!) e Joaquin Phoenix. A chiudere il quartetto un Jake Gyllenhaal misurato come sempre. Difficile classificare The Sisters Brothers come un semplice western o come l’ennesima rivisitazione del genere. A suo modo è una favola d’altri tempi, autunnale e utopica, ma soprattutto è un racconto sulla natura umana nelle sue molteplici declinazioni.

Un western nella forma ma un horror psicologico nell’anima è invece l’interessante The Wind, produzione tutta la femminile diretta dall’esordiente Emma Tammi e scritta da Theresa Sutherland. Protagonista assoluta e piuttosto coinvolgente Caitlin Gerard, già apprezza in un altro prodotto di genere come Insidious: L’ultima chiave. A livello di messa in scena il film sfrutta con dovizia le lande desolate della prateria per costruire una tensione visiva di effetto. La storia procede come al solito per incastri, tra momenti di horror puro e inserti di dramma psicologico comunque coinvolgenti. Il progetto somiglia a The Witch, che proprio partendo dal Toronto Film Festival costruì le proprie fortune. Non siamo ai livelli dell’ottimo lavoro di Robert Eggers, ma di certo anche The Wind potrebbe – giustamente – ricavarsi una discreta fetta di ammiratori.



Adriano Ercolani
  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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