Toronto Film Festival 2017: Chiamami con il tuo nome emoziona la rassegna canadese

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Toronto Film Festival 2017: Chiamami con il tuo nome emoziona la rassegna canadese

Ha aperto i battenti l’edizione 2017 del Toronto Film Festival. Come al solito la rassegna canadese si propone come vetrina di lancio per molto del cinema a medio budget e più personale che poi scandirà la stagione fino alla prossima estate. Ecco le prime indicazioni sui film visti nei tre giorni iniziali del festival.

Già presentato con enorme successo allo scorso Festival di Berlino (e sarà anche al New York FIlm Festival a ottobre) Chiamami con il tuo tuo nome di Luca Guadagnino ha conquistato anche Toronto, e con merito assoluto. Pacato, sincero, dolcissimo nella messa in scena, il film rappresenta un passo avanti forse decisivo nella maturità del cineasta, capace finalmente di dosare i toni della narrazione e le psicologie dei personaggi rendendoli veri, appassionanti e comuni allo stesso tempo. Il racconto della presa di coscienza sentimentale e sessuale del giovane Elio nel suo confronto con il più grande e affascinante Oliver è cadenzato e preciso, sostenuto da un contrappunto musicale intimo, non solo nei suoni ma anche nelle atmosfere che il suono stesso profonde. Davvero un gran film, che riesce dove a nostro avviso a coniugare visione personale e racconto adatto al grande pubblico. Meritevoli di applauso anche la sceneggiatura di James Ivory e le interpretazioni del cast intero, con in testa Timothée Chalamet. Non si esclude per tutti un possibile, sostanzioso coinvolgimento del film alle prossime candidature a Oscar e Golden Globe. Noi facciamo sinceramente il tifo per Guadagnino, che ha trovato con Chiamami con il tuo nome un equilibrio poetico rimarchevole.

Adattamento da un testo di Fenoglio, Una questione privata dei fratelli Taviani risente molto, troppo, dell’approccio letterario che gli autori adoperano per mettere in scena la storia d’amore non sbocciata tra Milton e la viziata e stravagante Fulvia. Quando invece nella seconda parte il film prende più esplicitamente i binari del racconto di lotta partigiana, ecco che il tono della storia si fa più sostenuto, e la messa in scena dei Taviani regala anche un paio di momenti di gran cinema. Di certo non siamo ai livelli di capolavori come La notte di San Lorenzo, ma rispetto agli ultimi lavori dei registi Una questione privata si pone come un’opera molto più precisa e sentita.

Charlie Hunnam e Rami Malek hanno ripreso i ruoli iconici di Steve McQueen e Dustin Hoffman nel remake di Papillon e non hanno affatto sfigurato, tutt’altro. Anche perché il regista danese Michael Noer gestisce la messa in scena del film in maniera appropriata, evitando eccessive sottolineature drammatiche e puntando invece su un realismo di fondo che convince in pieno. Anche il rapporto di amicizia virile che si sviluppa tra i due personaggi principali viene delineato con verità, fino ad arrivare a una scena conclusiva da cui è molto difficile non rimane scossi. Senza pretese autoriali ma con l’intenzione di realizzare buon cinema di genere, il nuovo Papillon si è rivelato una gradita sorpresa.

Ricco di riflessioni non scontate si è rivelato anche Novitiate scritto e diretto da Margaret Betts, ambientato in un convento che deve affrontare gli enormi cambiamenti apportati all’ordine costituito dal Concilio Vaticano II. Seppur non esente da alcune sottolineature nella messa in scena e da un paio di sbavature a livello di retorica della storia, il film tratteggia con lucidità lo stravolgimento psicologico che molte suore vissute sempre all’insegna della rigidità dovettero soffrire dopo l’apertura avvenuta all’inizio negli anni ‘60. Sotto questo punto di vista il personaggio della Madre Superiora interpretato da Melissa Leo si rivela molto sfaccettato e complesso nella sua ambiguità, una figura in controluce che l’attrice quasi sempre riesce a contenere dentro i canoni della credibilità. Tra le giovani attrici che interpretano le novizie merita segnalazione una convincente Margaret Qualley, già apprezzata tra gli interpreti di una serie TV di culto come The Leftovers e vista al cinema anche in The Nice Guys, accanto a Ryan Gosling e Russell Crowe.

Un efficacissimo Liam Neeson si distingue come Mark Felt (precedentemente The Silent Man) nell’omonimo film sul funzionario dell’FBI che si è poi rivelato essere il celeberrimo “Gola Profonda”, la fonte segreta usata dai giornalisti Woodward e Bernstein all’epoca dello scandalo Watergate. Il thriller di Peter Landesman non carbura immediatamente, lascia lo spettatore piuttosto distaccato nella prima parte, man mano però che la psicologia di Felt si chiarisce, ecco che a beneficiarne è anche la coesione della storia. Più della suspence allora a risaltare è la parte drammatica, il dilemma morale che vede il protagonista tradire i propri colleghi per mantenere fede ai propri ideali. Non privo di spunti di riflessione, Mark Felt è un prodotto di genere capace di intrattenere e far pensare.

Dopo due film totalmente riusciti come Bullhead e soprattutto Chi è senza colpa il regista Michaël R. Roskam sbaglia completamente film con Racer and the Jailbird, interpretato dal fido Matthias Schoenaerts e da Adèle Exarchopoulos. Nel tentativo di realizzare un crime-movie che soprattutto all’inizio rimanda al cinema di Michael Mann il regista perde completamente il filo narrativo, arrivando a confondere il tono e le psicologie dei personaggi. Un enorme passo indietro rispetto ai film precedenti. Il film era anche la Festival di Venezia.

John Woo aveva una gran voglia di tornare dietro la macchina da presa, e il suo ultimo Manhunt in più di una scena lo dimostra in pieno. Allo stesso tempo però il film chiarisce fin dalle primissime scene che il grande autore non si è minimamente curato di avere a disposizione una sceneggiatura degna di tal nome. Se in più di una scena d’azione possiamo infatti ritrovare lo stile sincopato e personale del maestro allo stesso tempo la mancanza totale di verosimiglianza nella trama e nelle situazioni precipita il film nella categoria delle opere mancate. A livello visivo Manhunt offre qualche scena di buon cinema, soprattutto per gli amanti di Woo. Ma i tempi di The Killer o Face/Off sono passati. Forse definitivamente.



Adriano Ercolani
  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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