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Toronto 2015: Truth, Spotlight e l'America capace di interrogarsi

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Convincono il film di James Vanderbilt e Thomas McCarthy. Commovente anche The Family Fang di Jason Bateman

Toronto 2015: Truth, Spotlight e l'America capace di interrogarsi

Negli Stati Uniti i film che raccontano il giornalismo investigativo sono un vero e proprio filone cinematografico. In poche ore qui al Toronto Film festival sono stati presentati due film come Truth e Spotlight che inseriscono in questo sottogenere in maniera coerente e meritevole, nel caso del secondo ponendosi addirittura come uno dei migliori esempi visti da anni a questa parte.

Ma partiamo con l'anteprima canadese di Truth, che racconta la vera controversia legata alla puntata di 60 Minutes (CBS) del 2004 incentrata sulle presunte macchinazioni del giovane George W. Bush per entrare nella Guardia Nazionale del Texas ed evitare così di andare a combattere in Vietnam. L'incapacità di provare la veridicità di alcuni documenti adoperati come prove a carico della trasmissione portarono al licenziamento della producer Mary Mapes ( Cate Blanchett) e all'allontanamento volontario della leggenda del giornalismo americano Dan Rather (Robert Redford). Anche se sottolineato da una certa retorica in alcuni momenti, soprattutto a causa di una colonna sonora a tratti invadente, il film di James Vanderbilt è piuttosto efficace nel presentare la vicenda senza prendere (eccessivamente) una posizione precisa, lasciando invece allo spettatore più di una via di interpretazione. Anche se ovviamente il film mostra il punto di vista di coloro che ritiene nel giusto, almeno nel principio, tuttavia mostra anche con sincerità i presunti errori e le mancanze a cui talvolta anche i migliori professionisti del giornalismo possono incappare. La sceneggiatura "aperta" riflette con incisività sul fatto che non basta essere nel giusto per raccontare la verità, concetto malleabile e soprattutto manipolabile quando si tratta di informazione. Cate Blanchett è sempre incisiva in un ruolo per lei anche insolito, ma stavolta l'inchino se lo merita decisamente Redford per un'interpretazione secca, elegante, raffinatissima. Una delle migliori della sua carriera più recente. Probabilmente si può già parlare di seria concorrenza alle candidature all'Oscar per entrambi i protagonisti.

Se Truth esplora le difficoltà e la pressione che il giornalismo investigativo deve affrontare, Spotlight (appena passato anche al Festival di Venezia) ne mette in scena l'importanza civile, e lo fa con una lucidità che lo pone di diritto tra i migliori film del 2015. La precisione della sceneggiatura nel dosare i caratteri e nel raccontare gli eventi si sposa alla perfezione con una messa in scena che evita qualsiasi sottolineatura, perché sa benissimo che la forza del film è nel soggetto e nel modo in cui lo script lo sviluppa. La progressione drammatica in cui l'inchiesta del Boston Globe viene costruita dal gruppo do giornalisti dello Spotlight è cadenzata come un congegno a orologeria, impreziosita da psicologie dettagliate, resa memorabile da un gruppo di attori impagabile, tra cui vogliamo "premiare" con menzione Liev Schreiber. Il lungometraggio di Thomas McCarthy è un gioiello di cinema civile realizzato al meglio attraverso l'uso della semplicità. Impossibile non applaudire a fine proiezione.

Una spruzzata di Woody Allen, un pizzico di Noah Baumbach, tanta atmosfera e situazioni tipicamente newyorkesi fanno di Maggie's Plan di Rebecca Miller un lungometraggio già visto decine di volte ma forse proprio per questo ancora capace di intrattenere. Più della sceneggiatura tutto sommato scontata è la messa in scena pulita e discreta della Miller a permettere al cast di attori di esprimersi con disinvoltura. Anche la protagonista Greta Gerwig, da tempo incastrata nello stesso personaggio, stavolta evita di risultare ripetitiva pur dentro i confini da cui evidentemente non riesce ad uscire. La scena a tutti però la toglie una stupenda Julianne Moore, che riempie con leggerezza e notevole carica sensuale un ruolo che ne esalta le doti estetiche. È lei il motivo principale per cui Maggie's Plan merita tutto sommato di essere visto.

Ci sono film che devono essere inseriti nel giusto contesto per essere veramente amati. Può non essere un punto a loro favore – un film dovrebbe essere capace di parlare al pubblico da solo – ma ciò non toglie che quando tali opere vengono inquadrate nel giusto contesto sono capaci di sprigionare grande forza emotiva. E’ il caso di The Family Fang, seconda prova dietro la macchina da presa di Jason Bateman dopo Bad Words. Come nel precedente, anche stavolta l’attore/regista fa i conti con la famiglia e il dolore che può provocare un rapporto disfunzionale tra genitori e figli. Però tale peso in questo caso è condiviso da due fratelli, alla ricerca vana di un rapporto normale con un padre e una madre artisti di rottura che tutto hanno sacrificato per la loro opera. Tratto dal romanzo di David Wilson, The Family Fang racconta molto di Jason Beteman, e lo fa in maniera sincera e commovente. Accanto a lui a impreziosire un film originale e amarissimo la brava Nicole Kidman e l’eterno Christopher Walken



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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