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Toronto '16: presentati Snowden, American Pastoral, Manchester By the Sea, A Monster Calls

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Ecco il racconto dei primi film arrivati alla kermesse canadese

Toronto '16: presentati Snowden, American Pastoral, Manchester By the Sea, A Monster Calls

Il Toronto Film Festival 2106 ha aperto i battenti con uno dei lungometraggi più attesi del cartellone, il dramma Manchester By the Sea diretto da Kenneth Lonergan. Già apprezzato allo scorso Sundance, il film potrebbe essere uno dei principali contendenti ai prossimi Oscar, soprattutto per quanto riguarda gli attori di un cast in stato di grazia. Casey Affleck, Michelle Williams, Kyle Chandler (sarebbe ora di prenderlo in considerazione come non protagonista!) e Gretchen Mol compongono i tasselli preziosi di un melodramma familiare ambientato in un paesino della costa non lontano da Boston, dove un uomo qualunque è costretto a tornare per occuparsi del suo nipote adolescente dopo la morte del fratello. Senza cercare mai la strada facile delle scene ad effetto, Manchester By the Sea cattura per la verità dei personaggi, non sempre gradevoli ma totalmente veri nella loro imperfezione. Lonergan, autore alcuni anni fa di un ottimo studio di caratteri e dinamiche familiari intitolato Conta su di me, costruisce un puzzle emotivo e psicologico rarefatto e toccante, dove grazie anche al montaggio azzeccatissimo nell'uso dei flashback vicenda e sentimenti si compenetrano sprigionando grande potenza emotiva. Film decisamente riuscito.

Oliver Stone vuole continuare imperterrito a raccontarci la (sua) storia americana. In passato lo ha fatto senza compromessi estetici o contenutistici, arrivando dritto al cuore nero e pulsante del suo Paese. Ma i tempi di Platoon, Nato il 4 luglioJFK sono passati, il pubblico che oggi frequenta le sale cinematografiche ha un'età media molto più bassa e probabilmente una coscienza maggiormente frammentata di cosa è oggi l'America. Dimostrando una sorprendente lucidità Stone ha quindi costruito il suo nuovo Snowden per parlare a questo tipo di spettatori, realizzando un'epopea stilisticamente elaborata in maniera differente dal passato eppure comunque capace di contenere al proprio interno alcune delle idee portanti del suo cinema migliore. Il risultato è un film forse un po' troppo "addomesticato" per chi aspettava una nuova invettiva cinematografica in puro stile Oliver Stone, ma al tempo stesso anche un lavoro che si evita sapientemente cadute di stile o scivoloni nel cattivo gusto, incidenti di percorso a cui il cineasta in passato non è stato estraneo. Coadiuvato da un Joseph Gordon-Levitt efficacissimo nel tratteggiare con realismo Edward Snowden, Oliver Stone ha centrato il bersaglio con un lungometraggio che possiamo definire "didascalico" nel senso migliore del termine, che prova a raccontare al pubblico quello che lui considera un eroe americano, umano e contraddittorio come lo sono stati altri che in passato ha portato sul grande schermo. Snowden è un'opera ammantata di saggia indignazione invece che di furore cieco, e questo potrebbe essere davvero il modo migliore per arrivare a un numero di spettatori il più ampio possibile.

A Monster Calls abbina un'impalcatura fantasy con il racconto doloroso di un dodicenne che deve affrontare la malattia della madre. Juan Antonio Bayona possiede indubitabilmente un senso della messa in scena capace di parlare al pubblico con competenza, e a livello estetico il suo nuovo film è inattaccabile. Il problema principale è invece nella storia, che svela la metafora principale già nella prima sequenza del film, lasciando allo spettatore pochissima possibilità di interpretazione e conseguentemente di sorpresa. Questo rende lo sviluppo narrativo non farraginoso ma neppure emozionante quanto avrebbe potuto essere, anche perché in alcuni momenti la rappresentazione del dolore e della malattia si fa probabilmente insistite. A Monster Calls mostra e racconta esplicitamente invece che suggerire, e la mancanza di sottigliezza alla lunga compromette (almeno in parte) il risultato finale dell'operazione, pur ben lontana dall'essere fallita. Nella rappresentazione dell'universo giovanile rappresentata attraverso la lente del fantastico, volendo trovare un termine di paragone per il film di Bayona, Nel paese delle creature selvagge di Spike Jonze arrivava molto più in profondità e con potenza evocativa enormemente maggiore.

L’esordio alla regia di Ewan McGregor non poteva essere più rischioso: portare sul grande schermo Pastorale americana di Philip Roth, uno dei romanzi più acclamati del XX secolo, rappresentava infatti un’operazione con tutte le carte in regola per far storcere il naso in partenza. Eppure McGregor ne realizza un film che, dopo una partenza decisamente incerta, si ricompone in un melodramma familiare che in filigrana racconta l’America e le contraddizioni che si sono agitate negli anni ’60 e ’70 sotto la sua superficie apparentemente perfetta, come il protagonista Seymour Levov. Tra scricchiolii della trama e passaggi raccontati troppo in fretta, come già scritto soprattutto nell’incipit, American Pastoral centra almeno un bel ritratto femminile, quello della moglie Dawn, interpretata da una convincente Jennifer Connelly. Gli amanti del testo di Roth probabilmente non ameranno troppo l'adattamento, ma qualcosa del suo discorso morale e civile sull’America nel film di McGregor si intravede, e ciò basta per non bocciare l’operazione a priori, tutt'altro. Se però McGregor si fosse limitato a dirigere scegliendo un attore fisicamente più adatto al ruolo principale, probabilmente il film ne avrebbe giovato... 

Antoine Fuqua sa senz'altro come produrre intrattenimento cinematografico, ma con il western spesso questo può non bastare. Il suo nuovo The Magnificent Seven, co-sceneggiato tra l'altro dal Nic Pizzolato di True Detective, rivisita il classico di Robert Aldrich senza mantenere troppa fede alla trama originale, e questo è probabilmente il suo errore principale. Troppe sono infatti le sottotrame e le lungaggini che questa nuova versione inserisce, in un film affascinante ma zeppo di ramificazioni tutto sommato fuorvianti alla narrazione principale. In questo modo molta della forza spettacolare che indubbiamente The Magnificent Seven possiede viene diluita in due ore abbondanti di un prodotto che soprattutto nella parte centrale rallenta in maniera evidente.

Anche se se ne è scritto ampiamente durante lo scorso Festival di Cannes, vale comunque la pena lodare ancora una volta la poesia assurda e amarissima del tedesco Toni Erdmann di Maren Ade, tutto incentrato sul rapporto distruttivo ma umanissimo di un padre con la propria amata/odiata figlia. Tra momenti di pura rappresentazione della desolazione dell'individuo e trovate spassose, il film si dipana per un tempo lunghissimo ma mai scontato, anche se spesso lo spettatore si trova costretto ad affrontare la propria finitezza filtrata da quella dei personaggi mostrati dalla Ader. Cinema del dolore del vivere quotidiano, prezioso nella suo essere totalmente onesto e velenoso.

Pensare che Paul Schrader un tempo ha prodotto capolavori come American Gigolo e Lo spacciatore - senza contare le sue grandi sceneggiature per Martin Scorsese - rende ancora più amaro dover commentare il suo ultimo Dog Eat Dog, adattamento dell’omonimo romanzo noir di Edward Bunker. Dove un tempo Schrader si distingueva per sottigliezza, misura, lucidità nel mettere in scena le sue ossessioni personali, adesso tutto sembra essere diventato eccesso, rappresentazione iperbolica del peccato senza redenzione. Se poi vengono lasciati a briglia sciolta due attori come Nicolas Cage e Willem Dafoe, ecco che diventa praticamente impossibile controllare un film di genere come Dog Eat Dog. E Schrader infatti proprio non vi riesce, scivolando quasi nella parodia della propria opera. Peccato davvero.



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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