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Torino Film Festival - Violet è il colore del lutto e di uno splendido film

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L'elaborazione del lutto, ma anche la musica jazz e Woody Allen oggi a Torino.

Torino Film Festival -  Violet è il colore del lutto e di uno splendido film

Il primo fine settimana per il Torino Film Festival è il momento più importante, quello in cui il pubblico forte della rassegna si mischia con quello occasionale, che si affaccia senza gli impegni lavorativi per misurare la temperatura di questa nuova edizione. Allora permetteteci un avvertimento: cercate di organizzare bene le vostre visioni, perché c’è una concentrazione di film davvero imponente, un po’ ammassata su se stessa per la mancanza di alcune sale rispetto allo scorso anno. Ah, maledetti tagli di budget.

In ogni caso l’emozione sembra ancora una volta la chiave per leggere i primi film presentati nelle varie sezioni. Emozioni forti, anche devastanti, che sono il senso vero di un festival di cinema. Niente che non si possa superare - o meglio alimentare - con un bicerin sotto i portici e una chiacchiera con i tanti appassionati che sono il vero tesoro di questa manifestazione. Appassionati che non mancano, lamentano come ogni anno le troppe file in biglietteria, ma imperterriti si scambiano dritte sui film da non perdere con l’entusiasmo con cui si cercavano le figurine da bambini.

Parliamo allora delle emozioni di questa giornata. Quelle, ad esempio, di un esordio che a ci è sembrato folgorante: si intitola Violet ed è una coproduzione fra Belgio e Olanda diretta da Bas Devos.
Jonas è un ragazzino a cui piace andare in giro in BMX. Un giorno il suo migliore amico Jesse assiste al suo accoltellamento fatale da parte di un gruppo di coetanei in un centro commerciale. Violet racconta dell’elaborazione di quel lutto, della solitudine del dolore inatteso, brutale, che ti mozza il fiato. Nel film di Devos, però, ci sono pochissime parole e l’emozione è tutta soffocata e concentrata in piccoli gesti: in una madre che spazzola i capelli o in una bicicletta rimasta in mezzo alla strada.

Fra il senso di colpa per non essere riuscito a evitare la tragedia e le reazioni timorose intorno a lui, il film trova un mirabile equilibrio fra una forma ricercata, con animazioni digitali da video arte, e una potenza emotiva fuori dal comune. L’ambientazione, con ragazzini sempre i bici alle prese con ardite acrobazie sulle BMX, può ricordare il cinema di Gus Van Sant, con la sua abilità nel raccontare l’adolescenza per immagini, mentre nella ricerca formale funzionale al racconto ci ha ricordato Mommy di Xavier Dolan, uscito nello spesso periodo

Raramente ci è capitato di vedere rappresentato così bene lo spaesamento ovattato del dolore per la perdita, totalmente sconnesso dalle incombenze pratiche della realtà o ancor di più dagli archetipi del genere. Violet gioca di sottrazione trasformando il dolore in esplosioni silenti di sequenze digitali, privandolo di ogni retorica e riducendo, letteralmente, lo spazio di visione dello spettatore. Ricercato ma mai algido, distaccato ma empatico, il film regala una delle sequenze che ci porteremo dietro da questo festival: un padre e un figlio si allontanano da casa in macchina, ripresi da dietro, e senza bisogno di scene madri o dialoghi vediamo il ragazzo avvicinarsi al posto di guida e appoggiare la testa in cerca di conforto sulla spalla del padre. In quella caduta libera, disperata ma sicura di un atterraggio morbido, è sintetizzata la straordinaria, ineguagliabile potenza dell’amore fra padre e figlio.

L’altro film del concorso di questa domenica è il tedesco The Kings Surrender di Philipp Leinemann, un noir metropolitano che racconta di un gruppo delle forze speciali alle prese con una gang giovanile fra spaccio di droga e la confusione dei ruoli fra buoni e cattivi, poliziotti e criminali. Lo stile è quello del crime scandinavo che va per la maggiore negli ultimi tempi.

Passando alla sezione "Festa Mobile" vi segnaliamo alcuni film interessanti, seppur molto diversi. Se di Magic in the Moonlight di Woody Allen vi diciamo qualcosa in più qui, il più atteso è una delle scoperte del Sundance di quest’anno, Whiplash di Damien Chazelle, la storia di un ragazzo che studia batteria jazz nel più prestigioso conservatorio di New York.
Il suo insegnante di riferimento, un direttore d’orchestra, è un inflessibile teorico del metodo brutale che vessa lui e gli altri membri della band come faceva l’istruttore di Full Metal Jacket con Palla di lardo. Non solo turpiloquio, ma anche qualche schiaffo e ore intere di prove fino a far sanguinare le mani.

Una riflessione sulla ricerca dell’eccezionalità del talento, sulla necessità di usare ogni maniera per farlo uscire nell’epoca del politicamente corretto, Whiplash ha come motore pulsante una trascinante colonna sonora jazz e una furbizia un po’ manipolatoria che rende la seconda parte del film vicina a un’operazione da oscar alla Shine. Strepitoso J.K. Simmons, fra i favoriti della prossima stagione dei premi, una volta tanto protagonista e non solo comprimario di lusso. Sul film vi invitiamo a leggere la nostra recensione realizzata in occasione della presentazione del film alla Quinzaine.

Altro film in Festa mobile è il convincente ’71 di Yann Demange, racconto di una recluta dell’esercito britannico perso a Belfast fra i quartieri cattolico e protestante in una notte di scontri durante i terribili troubles che hanno martoriato l’Irlanda. Anche in questo caso vi rimandiamo alla nostra recensione che trovate qui.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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