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Torino Film Festival - Nella giornata dei fratelli Coen il cinema italiano va a Mosca

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Il documentario italiano cerca spazio fra le note country di Inside Llewyn Davis


Mentre il freddo si fa sempre più intenso il Torino Film Festival si avvia verso la parte finale della sua 31° edizione. Gli ospiti si diradano, ma i film rimangono molti e interessanti. Ci sono quelli meno noti da scoprire e titoli già sulla bocca di tutti dallo scorso Festival di Cannes come lo splendido film dei fratelli Coen Inside Llewyn Davis che sta provocando un’epidemia di fischiettate country fra il popolo del festival. Un film che ha lanciato la carriera di uno straordinario, e forse inatteso, Oscar Isaac, perdente immarcescibile in cerca di una svolta che non arriverà mai. Delizia da scaldare i cuori che qui a Torino ha conquistato tutti. Vi segnaliamo la nostra recensione e il nostro video di presentazione del film dallo scorso Festival di Cannes. Intanto non ci stanchiamo di mostrarvi il trailer, in attesa di vederlo (per chi non è a Torino) dal 20 febbraio in sala.

Si parla ormai con grande frequenza recentemente del documentario, del cinema del reale, spendendo molte parole in capziose discussioni sul significato proprio dell’uno e dell’altro. Il tutto, naturalmente, dopo gli exploit di Sacro GRA e TIR, con tanto di alti lai indignati di chi vede prossima la fine del mondo per queste vittorie, a noi parse quantomeno più che consone. Comunque Torino da tempo dedica un’attenzione non episodica al documentario anche nelle sezioni principali, così, dopo Gipi con Smettere di fumare fumando, quest’anno in concorso è la volta de Il treno va a Mosca di Federico Ferrone e Michele Manzolini. Il racconto dell’utopia comunista vista attraverso lo sguardo e soprattutto i filmini in 8mm di un barbiere romangolo, Sauro Ravaglia. Un appassionato giovane che insieme ai compagni del suo paese, Alfonsine, parte pieno di entusiasmo per andare al Festival mondiale della gioventù, in quella Mosca che rappresentava per loro il sogno dell’uguaglianza universale, l’Unione Sovietica tanto spesso sognata leggendo le pagine de "L’unità".

Il film riassembla con un’atmosfera inizialmente quasi favolistica questi materiali d’archivio, gli dà ritmo con una musica molto presente. Fin qui tutto bene, i materiali sono molto interessanti, più che altro per i fugaci ritratti della vita rurale italiana degli anni ’50 che tratteggiano. Il problema, però, è che il passaggio dalla storia di un ragazzo “partito per filmare l’utopia” alla realtà fatta di povertà e desolazione non è particolarmente riuscito; lo scarto dal privato all’esemplificativo di un’epoca in cui la realtà smentiva il sogno non convince in pieno. Sarebbe forse superfluo ricordare che mentre questo viaggio pieno di entusiasmo avveniva, nell’estate 1957, l’Ungheria soffriva ancora i postumi per la repressione violenta e liberticida della sua rivoluzione dell’autunno del ’56. Abbiamo incontrato i due giovani registi e ve ne proponiamo qui un breve estratto

Il cinema giapponese protagonista in concorso con A Woman and War di Junichi Inoue. Siamo alla fine della Seconda guerra mondiale, a Tokyo, con le vicende di un reduce dal fronte, a cui è stata amputato il braccio destro, che allontana la moglie e il figlio iniziando a stuprare e uccidere delle donne a cui promette un aiuto per ottenere delle razioni extra di riso. Dall’altra parte seguiamo la vicenda di una ex prostituta che si lega a uno scrittore senza provare piacere nell’atto sessuale, ma scatenandone un risveglio in lui. Eros e thanatos in questo funereo racconto di un Paese alle prese con il dramma finale, convinto com’era di finire o vincitore o spazzato via dalla terra alla fine della guerra con gli Stati Uniti. Un Paese alle prese con i propri valori antichi, estremi, ai limiti dell’autolesionismo, radicalmente messi a dura prova dall’arrivo della modernità. Il film parte da spunti interessanti, ci racconta di un Giappone sconvolto dalla resa dell’imperatore, dal suo abdicare al suo ruolo divino che rendeva ancora più miseri i suoi umani sudditi. Il problema è un certo patetismo di fondo poco centrato oltre a una messa in scena pauperistica superflua.

La sezione After Hours si sta dimostrando una delle più interessanti, pur essendo una novità di quest’anno. Presenta film di genere intesi in senso ampio, dal thriller all’horror, alla commedia nera e un po’ thriller come Whitewash, del canadese Emanuel Hoss-Desmarais. All’inizio del film il protagonista, un irresistibile Thomas Haden Church, guida il suo spazzaneve durante una bufera invernale nella campagna canadese. Investe un uomo, ne occulta il cadavere e finisce con il suo mezzo incastrato in mezzo ai boschi. Da lì in poi lo seguiamo nei suoi tentativi di ripartire e far sparire senza rischi il cadavere, regalando momenti alla survivor spesso esilaranti, degni di una versione in acido di Into the Wild. In parallelo, con dei flashback, scopriamo che legame avevano investitore e investito.
Whitewash è un oggetto strano, divertente, sconclusionato e senza chissà quali intenti profondi, ma che rimane godibile dalla prima alla (esilarante) ultima inquadratura.

Per concludere stasera sarà protagonista il cinema del passato. Non certo una novità visto il successo della retrospettiva anche quest'anno. In particolare il grande cinema di Federico Fellini, con la proiezione, in anteprima mondiale, del restauro di 8 1/2. Anzi, se avete voglia di venire da queste parti nei prossimi giorni, magari nel fine settimana, vi consigliamo proprio di dare un’occhiata alla retrospettiva New Hollywood. Vale davvero la pena, mentre noi presto vi proporremo il nostro incontro con il suo padrino d’eccezione, Elliott Gould<

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