Torino Film Festival 30 - Dal gangster coreano a Mamma Stewart

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Torino Film Festival 30 - Dal gangster coreano a Mamma Stewart

Fra gli ospiti presenti in questi giorni a Torino anche Jennifer Lynch, che ha presentato il suo nuovo film da regista, Chained. Sono lontani (per fortuna) i tempi di Boxing Helena per la figlia di David, ma non cambia più di tanto il tenore delle domande che le vengono poste più spesso sul rapporto col padre. Le va dato atto, però, che si sta costruendo una carriera personale come regista e Chained ne è un esempio abbastanza interessante. Madre e figlio di nove anni vanno un pomeriggio al cinema, tornando prendono un taxi, ma la destinazione non la decidono loro. Vengono rapiti e portati a casa del tassista, in realtà uno spietato serial killer. La madre viene subito uccisa, mentre il figlio verrà cresciuto dall’assassino ed educato come suo erede. Agghiacciante è sicuramente la storia, fondata sul raccapriccio e su dettagli malati nel rapporto fra i due. Vincent D’Onofrio è convincente anche se un po’ sopra le righe nei panni dello psicopatico. Un prodotto discreto, compatto, un po’ ripetitivo e con un finale un po’ forzato.

Mentre tanto si parla e troppo si ascolta il tormentone Gangam Style a Torino viene presentato in Festa mobile il coreano Nameless Gangster: Rules of the Game di Jong-Bin Yoon. La musica è presente anche qui, è un sottofondo pop all’ascesa criminale di Choi, il protagonista. Una coppia funzionario corrotto e gangster spietato, la mente e il braccio, si fa strada nel mondo del crimine della città portuale di Busan a colpi di corruzione, alleanze ed astuzie. Sono membri dello stesso antico clan. Siamo negli anni ’80 sullo sfondo di una Corea in piena evoluzione. Una società dinamica in cui con poco si poteva diventare ricchi, grazie alle collusioni fra crimine, politica ed economia. “Un’epoca del potere e dei soldi, non della giustizia e dell’ordine”. A parte l’atmosfera che a noi risulta curiosa (come le somiglianze con quella di casa nostra), il film è piacevole e diverte. Dura 144 minuti, ma non si sentono.

Ancora un film americano con non pochi motivi di interesse è stato presentato nella sezione Rapporto confidenziale. Una sorta di esperimento sociale al quale il regista Craig Zabel sottopone lo spettatore di Compliance, già al Sundance e a Locarno. Lo stesso cui viene sottoposta nel film la manager di un fast food di provincia dell’Ohio. Un giorno, infatti, arriva al lavoro una telefonata di un poliziotto che dice che la giovane cassiera ha rubato dei soldi a una cliente, che ci sono prove e che deve farle da carceriera aspettando l’arrivo della polizia. Sarà solo l’inizio di una lunga giornata in cui le richieste del (sedicente) poliziotto saranno sempre più strane, morbose, incredibili. Fino a che punto possiamo sospendere l’uso del libero arbitrio se un’autorità ce lo chiede? Fino a che punto possiamo diventare delle marionette spogliandoci in un attimo di secoli di conquiste e diritti? La banalità del male in divisa da fast food di Compliance entra veramente sotto pelle, un gioco entomologico spietato sulle debolezze più degradanti degli esseri umani. Il tutto con solo lunghi dialoghi, attori convincenti e una storia vera (pare non isolata) che ha dell’incredibile. Disturbante.
Infine spazio all’opera prima di Jules Stewart, madre di Kristen. Siamo in un carcere di Los Angeles all’interno di un braccio dedicato a gay, trans e pedofili. Un girone infernale, con droghe in libertà, secondini violenti e stupratori, in cui un neo arrivato produttore di successo si troverà totalmente fuori posto. Fino a che non userà i suoi soldi e la sua astuzia per aiutare a suo modo alcuni suoi compagni di carcere. K-11, questo il titolo, vorrebbe essere un “dramma sulle politiche razziali e l’identità di genere”. Lo dice il materiale stampa, ma in realtà è un’accozzaglia sconclusionata e un po’ sterile di personaggi e situazioni sopra le righe. Piuttosto insulso, a dirla tutta.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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