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Torino Film Fest 2008: recensioni dei film del primo weekend

W. di Oliver Stone, Helen di Joe Lawlor e Christine Mollowy, Non-dit con Emmanuelle Davos e Bruno Todeschini, Lake Tahoe del messicano Fernando Eimbke, il cileno Tony Manero Film “rivelazione” dello scorso Festival di Cannes, Gigantic opera prima di Matt Aselton sono tra i primi film presentati a Torino 26


W. (fuori concorso)

Grottesco più che irriverente. “Intimista” più che politico. Il tanto atteso film di Oliver Stone su George W. Bush è un film che non solo conferma il progressivo declino del regista americano, ma che lascia perplessi per intento e funzione. Già penalizzato dall’arrivare in qualche modo “fuori tempo” massimo – ma Stone in questo va d’accordo con Berlusconi, per loro (e non solo, e non a torto) di Bush si tornerà a parlare in termini storiografici – W. è un film tanto semplicista da far sollevare dubbi relativi alla sua utilità. Svuotato da ogni tipo di approfondimento riguardante i meccanismi e le dinamiche del potere politico negli Stati Uniti, quello di Stone è un film che si limita a ritrarre un personaggio banalmente idiota e con profondi complessi scatenati da un’ingombrante figura paterna, che arriva a sedere quasi per caso (o per bisogno di rivalsa) sulla poltrona più importante del mondo, dove è evidentemente trattato come una marionetta da figure mefistofeliche come il Cheney di Richard Dreyfuss o il Rumsfeld di Scott Glenn, o blandito da altre servili come la Rice di Thandie Newton o il Karl Rove di Toby Jones (tutti interpreti azzeccati, come d’altronde il resto del cast). Che in questo ritratto ci sia ben più di un fondo di verità è probabilmente verissimo: ma è anche in primo luogo risaputo, ridetto e straraccontato; in secondo è anche eccessivamente assolutorio nei confronti dell’operato di Bush e forse semplicistico nell’eclissarne lati furbeschi e manipolatori che non può non possedere per essere arrivato dove è arrivato. In qualche modo Stone gioca a fare il Michael Moore di Fahrenheit 9/11, mettendo in ridicolo Bush e la sua amministrazione attraverso una caratterizzazione ironica e caricaturale. Ma del film di Moore Stone riprende solo la retorica, la mancanza di approfondimento, l’assenza di una ricostruzione che miri a superare il solo colpo ad effetto o l’esposizione di una tesi preconcetta. Alcune invenzioni sono azzeccate (come gli intermezzi onirici di un Bush che trova rifugio nella sua unica vera passione, il baseball), ma a mancare sono l’incisività e la profondità dell’analisi, la causticità, la voglia di far qualcosa di più di uno sberleffo nei confronti di una figura che viene trattata quasi con affetto nel suo esibito patetismo.

Helen (concorso)

Helen è una diciottenne che, dopo la scomparsa di una coetanea, Joy, viene scelta dalla polizia per impersonarla in una ricostruzione che possa aiutare a far emergere indizi riguardanti il suo caso. Helen, un’orfana vissuta sempre da sola, indossando – letteralmente – i panni di Joy inizierà sempre di più ad immedesimarsi con lei, contattando il suo ragazzo e innamorandosene, conoscendo la sua famiglia. Una famiglia che lei non ha mai avuto. Scritto e diretto a quattro mani da Joe Lawlor e Christine Mollowy, Helen è un film che colpisce per la sua ambizione quasi filosofica, che mette in scena meccanismi mentali complessi e delicati nella loro apparente ovvietà (la ragazza senza passato che vuole “conquistare” il futuro di colei che non ha avrà più) e soprattutto per le raffinate e non facili scelte formali che adotta. Lawlor e Mollowy girano con un ritmo e uno stile che oggi appaiono quasi impossibili nella loro studiata e riflessiva lentezza, utilizzando movimenti di macchina suadenti, impercettibili piani sequenza, campi lunghi che fotografano un ambiente naturale e urbano dalla valenza universale e metafisica. Riuscendo in questo modo a convincere con il ritratto di una psicologia zoppa e bisognosa. Quello di Helen è un cinema quasi di frontiera, ipnotico e amniotico per narrazione e impianto. Un cinema magari a tratti ostico, ma ricco di motivi d’interesse e sensatissimo in un concorso come quello torinese.

Non-dit (concorso)
La belga Fien Troch, giunta alla sua opera seconda, racconta la storia di una coppia (Emmanuelle Davos e Bruno Todeschini) silenziosamente dilaniata dalla scomparsa della figlia adolescente avvenuta sei anni prima. Alla base di tutto è il concetto che, se la vita va apparentemente avanti anche dopo terribili eventi, nel profondo gli stessi scavano come un cancro nella mente delle persone. La Troch aggrappa la macchina da presa ai volti dei due personaggi e non li molla praticamente mai, sfocando (e in questo modo negando) l’ambiente esterno, il mondo, il suo vivere, contrapposto alla sofferenza che si nasconde dietro gesti ed espressioni che sembrano normali. Dramma interiore puro e semplice, cui va riconosciuta una complessiva sobrietà di toni - nonostante qualche caduta di stile nel finale e una metafora smaccata e forse inutile rappresentata da una crepa nel soffitto dell’appartamento dei protagonisti – e l’apprezzabile tentativo dell’ammantare il dramma di un’aura di perturbante. Peccato però che la storia sembri a volte ripetersi meccanicamente e che, nel tentativo di lavorare d’astrazione, la “normalità” quotidiana della coppia risulti un po’ artificiosa, impedendo così di immedesimarsi e di comprendere il dolore raccontato. Difetti figli di un’idea di cinema troppo “autoriale” e intellettualistica, evidentemente debitrice nei confronti della vicina Francia.

Lake Tahoe (fuori concorso)

Di Lake Tahoe, opera seconda del messicano Fernando Eimbke, già parlammo dallo scorso dal Festival di Berlino, dove il regista si portò anche a casa il premio Alfred Bauer. Il tempo ha ulteriormente migliorato il giudizio complessivo sul film, che già colpì più che positivamente. La storia di Juan – un sedicenne che seguiamo in quella che appare una tragicomica ricerca di un meccanico che possa riparare la sua auto e che lentamente si rivela come un particolare, delicato cammino di crescita e formazione che include anche il superamento di un lutto – è raccontata dal regista con uno stile che media certe dinamiche del cinema d’autore con l’estetica (e le tematiche) del miglior cinema indipendente americano: c’è molto Jarmush, tanto per citare un nome noto, ma non solo. Dopo un’apertura ad effetto che potrebbe spiazzare, Lake Tahoe è un film che procede obliquamente e per ellissi, che si fa via via più bizzarro e lunare come ritmo, situazioni e messa in scena; ma anche (forse proprio per questo) progressivamente più intenso e coinvolgente dal punto di vista emotivo, trovando la profondità nella sua apparente distanza e superficie. Notevole.

Tony Manero (concorso)

Film “rivelazione” dello scorso Festival di Cannes, Tony Manero è ambientato in un quartiere povero di Santiago del Cile negli anni di Pinochet. Lì vive Raoúl, un 52enne ossessionato dalla figura del ballerino reso celebre da John Travolta nella Febbre del sabato sera: aspira a vincere un concorso televisivo per il miglior sosia di Manero, vede, rivede e cita a memoria il film di John Badham, con i suoi coinquilini mette in scena uno spettacolo che ripropone le coreografie del film dai risultati spesso tragicomici. Ma quello diretto da Pablo Larraín non è un film che si possa nemmeno lentamente definire “commedia”: è invece un film cattivo e scorretto, come il suo protagonista, un uomo egoista, presuntuoso, violento, approfittatore, menefreghista quando non direttamente sprezzante nei confronti di tutto e tutti, che non esita di fronte a nulla pur di soddisfare la sua ossessione. Un’ossessione ingenua ma necessaria, in un mondo desolato e desolante, dove la speranza e il futuro sono uccisi dalla dittatura militare e dalla povertà; ossessione che simboleggia il ripiegamento nel privato e in sé stesso di uomo che non vede alcuna prospettiva di fronte a sé se non quella legata ad un sogno impossibile ed edonista. Inquietante e disturbante nella sua impietosa messa in scena (si vedano le scene di sesso o gli scatti violenti di Raoúl, volutamente “brutti” sia da un punto di vista morale che estetico), Tony Manero riesce a trasmettere senza esitazioni il dramma dell’assenza di libertà, sbocchi, prospettive del suo sgradevole protagonista.

Gigantic (fuori concorso)

Anche quest’anno Torino non si fa mancare una buona dose di prodotti provenienti dalla sterminata ed eterogenea galassia indie degli States: il primo di questo pacchetto di titoli ad essere presentato è Gigantic, opera prima di Matt Aselton. La storia è quella di Brian (Paul Dano) un 28enne che lavora in un negozio di materassi, con una famiglia non proprio “normale” alla spalle e che fin da piccolo cova il sogno di adottare un bambino cinese. Al negozio Paul incontra Happy (Zooey Deschanel), figlia di un eccentrico milionario (John Goodman) di cui s’innamorerà, ricambiato. Questa sintesi della trama non rende forse giustizia a Gigantic, che è sì una commedia romantica, ma lo è in maniera decisamente insolita, ricca di bizzarrie, di momenti malinconici, di inspiegabili esplosioni di rabbia e violenza per mano del personaggio di un barbone che – non si sa perché – perseguita Paul. In Gigantic l’atmosfera e i sentimenti dei protagonisti sono ovattati e trattenuti, l’effetto è quello “acquario” di certo cinema indie: personaggi che fluttuano apparentemente distaccati ed apatici ma che nascondono profondi tumulti interiori, in cerca di nuovi e rinnovati punti di riferimento. Siamo, per intenderci, forse non tanto in territorio Gondry (come suggerito dal catalogo del festival) quanto vicini a film come Thumbsucker di Mike Mills. Dal canto suo Aselton accentua la weirdness di personaggi (il barbone, ma anche i padri dei due ragazzi) e situazioni, in maniera forse a tratti pretestuosa ma mai spocchiosa, gioca coi simbolismi e mette ancora una volta la famiglia (in senso ampio) al centro di tutto. Di novità strabilianti non ce ne sono, ma il film è nel complesso riuscito e gradevole, spesso assai divertente. Ed è comunque interessante il tentativo strisciante di accennare ad un cosmopolitismo di modernissima concezione, che va di pari passo con l’allargamento del concetto di legame familiare.

Withnail & I (retrospettiva British Reinassance)

Frequentare il festival di Torino e non poter seguire le appassionanti retrospettive che offre nel nome del dovere di cronaca relativo alle novità di concorso e fuori concorso a volte fa soffrire. Ma di fronte alla possibilità di vedere sul grande schermo Shakespeare a colazione (bizzarro titolo italiano di Withnail & I, vero e proprio misconosciuto cult movie firmato da Bruce Robinson nel 1987), la cronaca cede il passo. Withnail & I è una splendida, esilarante e - alla fine - commovente storia d’amicizia tra due attori squattrinati e beoni nella londra del 1969, ricchissima d’invenzioni e di battute memorabili, ottimamente recitata (su tutti, un maiuscolo Richard E. Grant capace far passare Withnail dalla voluta sbruffoneria alla commozione in un secondo senza mai perdere di credibilià). E attraverso la storia di quest’amicizia alcoolica e decadente, destinata alla separazione, Robison (girando negli anni della Tatcher), riesce anche a metaforizzare la fine di un’era e del sogno che portava con sé. Da vedere e rivedere.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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