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Torino Film Fest 2007 - 6

Cronaca e critica dei film presentati al Festival di Torino del 2007


Dal Festival di Torino - Federico Gironi - 6 -

Si è chiuso in crescendo, il Torino Film Festival edizione 2007.
E questo nonostante il pessimo Signorina Effe di Wilma Labate, film didascalico e retorico nella sceneggiatura, regia carente per scelte fotografiche e direzione degli attori, riduttivo al limite del razzismo intellettuale nel suo ritratto delle classi sociali. Fortuna che a fare da contraltare a Signorina Effe, sempre nella sezione Panorama Italiano, c’era In fabbrica di Francesca Comencini, documentario di montaggio che ripercorre la storia operaia del paese: un film onesto e attento, forse di parte ma mai partigiano, in grado di raccontare con discreto approfondimento sociale e antropologico una storia complessa come quella degli operai e del movimento operaio in Italia; forse solo troppo drastico nel passaggio rapido dal post 35 giorni della Fiat ai giorni nostri, come se in questo ultimi 25 anni non fosse successo poi molto.

Gli ultimi film del fuori concorso sono stati invece Los Ladrones Viejos e Farkas. Il primo, diretto da Everardo González Reyes, attraverso le testimonianze di alcuni celebri banditi degli anni Settanta racconta non solo delle figure decisamente romanzesche ma anche il nascere del perverso intreccio tra potere politico, polizia e malavita nato in Messico in quegli anni. Temi interessanti, peccato che il ritmo complessivo del film - e la sua lunghezza - lo renda ripetitivo e un po’ noioso. Oggetto di difficilissima catalogazione è invece il russo-ungherese Farkas: uno stile narrativo dai contorni indefiniti e indefinibili, che mescola sguardo etnografico e surrealismo, rende il film fruibile più ad un livello visceralmente esperienziale che non attraverso il tradizionale rapporto tra film e spettatore. Farkas è un film dalle grandi ambizioni, ma non sempre in grado di supportarle nel suo estremismo, affascinante da molti punti di vista ma ostico fino all’eccesso e anche un po’ compiaciuto di esserlo.

A chiudere il concorso di questa 25esima edizione del Festival di Torino è invece stato un film dall’indubbio e cristallino valore come Noise, opera prima dell’australiano Matthew Saville che ha in Brendan Cowell uno splendido protagonista. Se nelle sue linee essenziali la trama di Noise è quella di un noir, il suo svolgimento invece sfugge alle regole tradizionali del genere per trasformarsi in una lenta ed avviluppante analisi delle psicologie dei protagonisti, in un ragionamento sulla natura umana, in un’analisi su piccole e grandi solitudini. Noise è un film che regala un protagonista di quelli che non si dimenticano, lontano dalla standardizzata banalità di tanto cinema mainstream, ma che è attento a regalare spessore ad ognuna delle figure che si affacciano nel corso della narrazione; un film diretto con uno stile elegante ma mai estetizzante, rigoroso e straniante, che permette di immergersi completamente nelle vicende raccontante e di vivere il malessere del personaggio di Cowell (e non solo) assieme a lui.
Se Noise è un ottimo film, di certo uno dei migliori del concorso assieme ai già citati The Savages, Away From Her e Lars e una ragazza tutta sua (e, perché no, Vogelfrei), con La promessa dell'assassino (Eastern Promises), film di chiusura del Festival, sezione Anteprime, entriamo in zona capolavoro.
Quello diretto da David Cronenberg è purissimo e raffinato cinema, nel quale il regista canadese riesce ad innestare la sua personalissima sensibilità in maniera totale ma mimetica al tempo stesso. 100 minuti di storia che volano via come fossero un battito di ciglia, un film nel quale si entra dalla prima inquadratura e che non ti lascia più anche quando si riaccendono le luci e si esce dalla sala. Dal punto di vista formale Eastern Promises è un film elegantissimo ed essenziale, dove si percepisce a livello fisico il peso specifico di ogni inquadratura, di ogni taglio, di ogni sequenza, dove all’ansia inquietante delle situazioni statiche si alternano esplosioni di dinamismo e violenza che lasciano a bocca aperta (si veda una scena di lotta in una sauna). Dal punto di vista contenutistico, Cronenberg ha firmato un’opera fatta di carne e sangue, pulsante, che parla non solo di un mondo violento, crudele e corrotto, ma di legami familiari, di senso dell’identità e di solitudine, di umanissime debolezze e del loro trasformarsi in altro per assenza di alternative. Splendido, forse uno dei migliori Cronenberg in assoluto. Una chiusura più che degna per un Festival dall’elevata qualità media, che ha sorpreso non solo appunto per la validità della sua selezione ma anche per un Nanni Moretti divertente e divertito, disponibile e simpatico, animatore della più divertente, informale ed esilarante cerimonia di chiusura alla quale abbiamo mai avuto modo di assistere direttamente o indirettamente. E quindi, anche se alcuni dei premi decisi dalla giuria non sono tanto condivisibili, il disappunto (sempre relativo) passa decisamente in secondo piano.


I premi del 25° Torino Film Festival:

Miglior film: Garage, di Lenny Abrahamson
Premio speciale della Giuria: The Elephant and the Sea, di Woo Ming Jin
Premio per il miglior attore: Kim Kang-Woo per The Railroad, di Park Heung-sik
Premio per la miglior attrice: Joan Chen per The Home Song Stories, di Tony Ayres.

Premio del pubblico: Lars e una ragazza tutta sua, di Craig Gillespie
Premio FIPRESCI: The Railroad, di Park Heung-sik

Premio Cipputi 2007 per il miglior film sul mondo del lavoro: In fabbrica, di Francesca Comencini


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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