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Torino Film Fest 2007 - 4

Cronaca e critica dei film presentati al Festival di Torino del 2007


Dal Festival di Torino - Federico Gironi - 4 -
In questi giorni sono state sollevate dal quotidiano Il manifesto alcune accuse – forse un po' partigiane – alla manifestazione diretta da Nanni Moretti, che miravano a sottolineare come sarebbero stati troppi i film visti a Torino che provenivano da altre manifestazioni festivaliere. È vero che nel programma torinese sono indubbiamente numerosi i film già passati da festival, non vediamo come questo possa rappresentare un problema data la natura del Torino Film Fest ed il suo pubblico di riferimento, un pubblico che di certo non ha normalmente la possibilità di frequentare Toronto, Berlino o magari Cannes.

Ciò detto, iniziamo ora la nostra quotidiana rassegna parlando proprio di un film che alla Berlinale del 2007 si era aggiudicato l'Orso d'Argento per la regia, andato a Joseph Cedar: l'israeliano Beaufort. Segnalato da alcuni come uno dei film più interessanti del fuori concorso, questo film non riesce a mantenere appieno tale nomea: non si tratta di un brutto film, intendiamoci, ma è forse eccessivo in lunghezza e dilatazione e non sempre in grado di sostenere le sue tante ambizioni.
Joseph Cedar ha il merito non indifferente di raccontare una realtà politica scomoda per il suo paese (ed è curioso vedere come il film sia stato presentato a Torino proprio nei giorni del summit di Annapolis), e di scegliere una chiave quasi esistenzialista al racconto di una guerra che nella sua parziale intangibilità assume connotati mistici; interessante poi è la scelta di girare gli angusti spazi dell'avamposto israeliano in Libano dove la storia è ambientata come se si trattasse della Nostromo di Alieniana memoria. Ma non sempre questi spunti, presi di peso dalla fantascienza più filosofica, riescono a bilanciare alcune lungaggini nei dialoghi e nel racconto tutto, senza contare il fatto che alla fine il ragionamento fatto dal regista sulla guerra e sulla vita di un piccolo gruppo di soldati non risultano originalissimi. Beaufort ha quindi una natura ambivalente, dove solo a tratti alcuni spunti riescono a destare da un parziale torpore della visione.

Decisamente più frizzante e più facile (ma fino ad un certo punto) per il grande pubblico è Lars e una ragazza tutta sua, diretto da Craig Gillespie e interpretato dal sempre bravissimo Ryan Gosling. Quello di Gillespie, presentato a Torino in Concorso, è un film che racconta una storia lunare ma drammaticissima (quella del protagonista, tanto solo e problematico da credere che la love doll ordinata per posta sia una fidanzata in carne ed ossa) e al tempo stesso una parallela che porta avanti istanze quasi a-la-Frank Capra nella descrizione di una piccola ma compatta comunità del Minnesota i cui componenti fanno a gara per supportare la mania di Lars e così aiutarlo a superare i suoi problemi.
Gillespie riesce bene a bilanciare la tristezza profonda e trattenuta di una condizione malata e solitaria con il calore positivo e divertito delle persone che gli si stringono attorno per aiutarlo, anche quando questo significa comportarsi da pazzi. In fondo il regista sembra anche voler dirci che quella del suo protagonista è solo l'esasperazione di una condizione assai comune a tutti noi, che spesso ci aggrappiamo a piccole o grandi coperte di Linus per affrontare le difficoltà della vita. Sul fronte attoriale poi, il film non è supportato solo da Gosling, ma anche da tutto un cast che regala performance di rilievo, lasciando spesso che siano i gesti, gli sguardi ed i vuoti a parlare.

Se la bizzarria di Lars è frutto d'invenzione, quella di Harold L. Humes Jr. è totalmente vera, e raccontata in un documentario intitolato Doc (dal soprannome di Humes), diretto da Immy, figlia di questo fantastico e tragico personaggio. Doc, presentato fuori concorso, ci racconta di un uomo vulcanico ed instancabile, che dopo aver trascorso la fine degli anni Quaranta a Parigi insieme a numerosi scrittori americani torna a New York è fonda una prestigiosa rivista letteraria come la Paris Review, scrive romanzi acclamati, si getta in businnes bizzarri e fallimentari, è amico di George Plimpton come di Norman Mailer e di Allan Ginsberg, è sostenitore della cannabis e faro della controcultura beatnik prima e di quella hippy poi. Il documentario racconta anche della malattia mentale di Doc, da sempre paranoico ed aggravato dall'abuso di LSD fattogli conoscere da Timothy Leary: la follia lo allontanerà dalla famiglia che lo abbandonerà a Londra, ma non impedirà a Doc di soggiornare in Italia, avere altri figli, tornare negli States dove vagherà da un campus universitario all'altro predicando le sue bizzarre ma affascinati teorie controculturali. Fino a quando una malattia (questa volta fisica) lo renderà troppo fragile, e la sua famiglia tornerà a prendersi cura di lui nella mente e nel corpo. Doc non ripercorre solo la vita un uomo brillante e folle, dalla vita complessa e affascinante, ma è anche alla fine una storia toccante di amore filiale e paterno, un amore travagliatissimo ma mai realmente domo.

Altro film interessante del fuori concorso è l'iraniano Those Three, di Naghi Nemati. Il catalogo del festival lo definisce “quel che non ci si aspetta dal cinema iraniano”, e a ragione: lontano dallo stile dei più noti registi del paese, Nemati racconta la storia di tre soldati che disertano da campo d'addestramento nel nord dell'Iran e vagano per giorni e giorni, dispersi in un deserto fatto di nevi immacolate e nebbie profondissime, fino ad un inevitabile destino. Funzionalmente dilatato ma paradossalmente essenzialissimo, Those Three è un film forse non perfetto ma di grande fascino, che attraverso le sue metafore mai smaccate è in grado di stimolare lo spettatore e di farlo riflettere su alcuni aspetti della condizione umana.

Una parziale delusione l'ha riservata quello che doveva essere il personaggio nuovo e dirompente del Torino Film Fest, la filmmaker statunitense Anna Biller, a cui è stata dedicata una personale all'interno della sezione Lo stato delle cose. Con il suo lavoro la Biller si diverte a rivisitare e riproporre i generi cinematografici classici del cinema che fu, ed il suo lungometraggio Viva è un omaggio al soft core un po' kitsch degli anni Settanta. È vero che la Biller diverte e si diverte, è vero che il suo è un cinema ultrapop e (auto)ironico, ma è anche vero che forse due ore di film sono eccessive per un'operazione di questo genere. Prima di archiviare la pratica Biller sarà quindi forse necessario vedere nei prossimi giorni i suoi cortometraggi, dedicati al western, al melò degli anni Trenta ed al musical di anni differenti.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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