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Torino Film Fest 2007 - 1

Cronaca e critica dei film presentati al Festival di Torino del 2007


Dal Festival di Torino - Federico Gironi - 1 -
Ce l'avevan detto, alla conferenza stampa romana di presentazione del Torino Film Festival: se nel programma di quest'anno si dovesse andare a rintracciare un denominatore comune, questo sarebbe la vecchiaia, per di più raccontata da registi “giovani”. E La famiglia Savage - film d'apertura in concorso di questa prima edizione targata Moretti - ne è sicuramente un esempio: la 45enne Tamara Jenkins, infatti, ribalta generazionalmente uno dei topos tipici del cinema indie americano, ovvero la famiglia, meglio se problematica o disfunzionale, raccontandola non incentrandosi come spesso accade sulle generazioni più giovani ma attraverso il rapporto di un fratello e una sorella di mezza età che si trovano a dover gestire un padre vecchio e malato. Un ribaltamento che non solo ha il pregio di offrire un punto di vista diverso rispetto a molti prodotti analoghi, ma di fornire lo spunto per far librare il film verso tematiche altre e diverse, come il grande rimosso della morte e il suo rifiuto sociale. Certo, è la famiglia che rimane al centro del racconto: o meglio, del come i rapporti familiari siano comunque ed innegabilmente condizionanti della nostra vita, indipendentemente dalla fascia di età cui si appartiene, ma il tutto viene filtrato attraverso uno sguardo più maturo e disincantato; e nel rapporto tra i personaggi di Laura Linney e Philip Seymour Hoffman (entrambi notevoli) alle consuete dinamiche familistiche si assommano infatti problematiche e difficoltà figlie della loro maturità (anagrafica e non tanto psicologica ed esistenziale). Una storia, quella del film della Jenkins, che pare voler riaffermare come per esprimersi totalmente bisogna fare i conti in modo definitivo con il proprio passato; ma sono la descrizione e il ragionamento fatti dalla Jenkins sulla vecchiaia e sulla morte – da un certo punto di vista periferici, eppur centrali, quelli che colpiscono di più in La famiglia Savage: ragionamenti magari ovvi e basilari, che però hanno il pregio di parlare ad alta voce su cose che normalmente vengono bisbigliate soltanto, e che vengono portati avanti con notevole sensibilità.

Per questo, quello di Tamara Jenkins si po' senza dubbio considerare come un buon film d'apertura, che ha lasciato ben sperare per quanto riguarda le giornate torinesi che abbiamo ancora di fronte.

I film in concorso visti finora non sono stati allo stesso livello di questi primo (ma oggi arriva Away from Her di Sarah Polley), anche se il bilancio non è nel complesso negativo: sicuramente sufficiente ad esempio è il norvegese Kunsten å Tenke Negativt, opera prima di Bård Breien, che pur flirtando a volte eccessivamente con il Dogma degli allievi di Von Trier riesce ad alternare con successo cinismo e humour nero, leggerezza e profondità nel contesto di una storia politicamente scorretta che ha il pregio di avere un coraggio non comune nell'affrontare senza troppi peli sulla lingua temi con l'handycap e le sempre più diffuse filosofie del pensiero positivo ed il difetto di indugiare forse eccessivamente ed in maniera un po' facile sulle sue stesse scorrettezze. The Home Song Stories, altra opera prima a firma dell'australiano Tony Ayres, è invece un melò iperclassicheggiante nella forma e nel contenuto, al quale non si possono imputare molti difetti se non quello di uno scarso coraggio che lo porta a rifugiarsi in strutture narrative fin troppo classiche impedendo lo stabilirsi di un vero e proprio contatto empatico con lo spettatore. Anche se, trattandosi di melò, il difetto non è forse da poco. Sono purtroppo invece tipici esponenti delle più deteriori derive autorialiste ed intellettualoidi del cinema occidentale e di quello orientale lo statunitense The Blue Hour di Eric Nazarian ed il malese The Elephant and the Sea di Woo Ming Jin: il primo retoricissimo racconto a storie (quasi impercettibilmente incrociate) che mirano a focalizzare la solitudine fisica ed esistenziale dell'individuo contemporaneo nella cornice di una Los Angeles periferica e suburbana, il secondo pedante racconto fatto di inquadrature interminabili, silenzi ostentati e simbolismi (in)comprensibili e d'accatto che mettono a dura prova la pazienza dello spettatore.

Più vivace e dinamico è invece Charlie Bartlett, primo film della sezione Anteprime presentato a Torino nel weekend, opera prima da regista del montatore Jon Poll: racconta una storia semplice ma ben congegnata che mira a parlare delle difficoltà dei teenager di oggi, lasciati soli nel trovare soluzioni ai loro tanti problemi che troppo spesso vengono rintracciate in quelle stesse vie di fuga degli adulti distratti: dalla chimica degli psicofarmaci all'alcool della bottiglia. Effervescente ed in grado di apparire originale anche quando sotto sotto non lo è, il film è penalizzato da alcuni momenti in cui il regista ha lasciato se stesso e gli interpreti troppo a briglia sciolta e soprattutto da un finale eccessivamente convenzionale e consolatorio, poco affine con la simpatica irriverenza che aveva caratterizzato l'opera fino a poco prima. Sul fronte italiano – sezione Panorama Italiano – ha fatto bene Alina Marazzi con il suo documentario di montaggio Vogliamo anche le rose, ricognizione privato/politica sul ruolo della donna e del femminismo negli anni Settanta; decisamente male invece Fabrizio Bentivoglio che con Lascia perdere, Johnny! si confronta per la prima volta con la regia, realizzando un film piatto e costruito solo attraverso macchiette e luoghi comuni, cinematografici e non.
In conclusione, a dispetto delle punzecchiature già apparse su qualche quotidiano, chapeau a Nanni Moretti, non solo come direttore-selezionatore, ma forse ancor di più come direttore-presentatore: il solitamente schivo e burbero regista romano si regala al pubblico del Festival di Torino dentro e fuori dalle sale, giocando con il il suo ruolo e con la sua immagine e regalando scenette davvero esilaranti nel corso delle presentazioni dei film.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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