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The Witches of the Orient: al Festival di Pesaro duri allenamenti, ori olimpici e cartoni animati

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Presentato in concorso al Pesaro Film Festival il nuovo documentario del francese Julien Faraut, che dopo John McEnroe racconta la storia incredibile della leggendaria squadra di pallavolo femminile giapponese vincitrice dell'oro olimpico a Tokyo '64.

The Witches of the Orient: al Festival di Pesaro duri allenamenti, ori olimpici e cartoni animati

Due anni dopo aver vinto i campionati mondiali del 1962, la nazionale femminile giapponese di pallavolo entusiasmava il suo paese sconfiggendo nuovamente la fortissima (ed altissima) nazionale sovietica ottenendo l'oro olimpico alle Olimpiadi di Tokyo del 1964, quelle che per il paese del Sol Levante erano un'importantissima vetrina internazionale per mostrare la ripresa post-bellica.
Si è trattato del momento di massimo trionfo di una squadra apparentemente imbattibile, le cui imprese ispirarono una vera e propria mania in patria e la nascita di Mimì e la nazionale della pallavolo, il popolarissimo anime che ben conosciamo anche in Italia, cui poi han fatto seguito, complice anche un secondo oro alle Olimpiadi vinto nel 1976 da altre giapponesi, Mimì e le ragazze della pallavolo e altri cartoni.
La storia di quella squadra e quelle giocatrici, protagoniste di una striscia vincente di 258 partite (un record tutt'ora imbattuto), soprannominate "le streghe d'oriente", e nata come squadra poco più che amatoria delle dipendenti di una fabbrica tessile (che fino alle 16 lavoravano, e dopo si allenavano) prima di essere trasformata nella Nazionale nipponica, è stata raccontata in un documentario presentato in concorso al Pesaro Film Festival, diretto da quello stesso Julien Faraut che proprio a Pesaro aveva vinto nel 2018 col bellissimo John McEnroe: In the Realm of Perfection.

Tennis e pallavolo sono due sport molto diversi, e di conseguenza lo sono anche i film che Faraut ha girato: The Witches of Orient non ha la stessa tensione metafisica e filosofica del documentario su SuperMac, ma ha lo spirito corale del gioco di squadra e l'approccio pop che è facile immaginare considerati i riferimenti ai cartoni animati della nostra infanzia, ma che non si esaurisce certo nei paralleli evidenti tra le immagini di repertorio di quella squadra, delle loro partite e dei loro durissimi allenamenti, e quelle dell'anime successivamente realizzato.
E in più, Faraut fa in The Witches of Orient anche un'altra cosa che in John McEnroe: In the Realm of Perfection non aveva fatto: ovvero girare nuovo footage, che in questo caso racconta quelle che oggi sono delle simpatiche vecchine, sorprendentemente in forma per la loro età, e che un tempo erano appunto note come le Streghe dell'Oriente.

A dirla tutta, si vede che Faraut con questo genere di cose, con il lavoro sul footage nuovo, non ha grande dimestichezza, e tutta la parte iniziale di The Witches of Orient, quella che si concentra sulle arzille nonnine, ha la sua simpatia ma non colpisce per ritmo ed efficacia. Quando però, esaurita una presentazione di questi personaggi tirata forse un po' per le lunghe, Faraut si concentra sul passato, sul repertorio, e sull'epica sportiva di quelle giocatrici, ecco che il film decolla come un razzo.
Tra le parti più interessanti ci sono quelle che vanno a toccare l'allenatore di quella squadra, Hirofumi Daimatsu, l'uomo che per via dei suoi metodi di allenamento sfiancanti e brutali, ai limiti del disumano (una tacca sotto quelli imposti a Richard Gere dal sergente istruttore di Ufficiale e gentiluomo), venne soprannominato "orco" e "demone", ma nei confronti del quale, allora come oggi, le sue giocatrici sembrano avere solo parole di elogio per averle fatte arrivare dove sono arrivate, e perfino cariche di un impensabile affetto umano.

È tutta la parte finale del film, però, a trascinare con sé lo spettatore in maniera inesorabile, e non solo perché arriva a raccontare le Olimpiadi del '64 (le stesse di Cammina non correre con Cary Grant; e a proposito di Olimpiadi, lo sapevate che la tradizione del tedoforo e della fiamma olimpica accesa durante i Giochi ha avuto inizio a quelle di Berlino '36?) e lo zenith sportivo delle sue protagoniste, ma perché raccontando di quell'evento Faraut racconta anche di tutto un paese, del suo essersi rialzato in piedi dopo gli errori della guerra, dopo gli orrori di Hiroshima e Nagasaki, e di essere stato capace, attraverso la dedizione, la disciplina e l'inflessibile determinazione, di lanciarsi verso il futuro, verso il progresso e verso la vittoria.

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