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The Warrior and the Wolf, recensione del film in concorso al Festival di Roma 2009

Nel concorso del Festival di Roma 2009 c’è spazio pure per il wuxiapian (sui generis) firmato dal cinese Tian Zhuangzhuang, che nella prima edizione della manifestazione capitolina aveva già sufficientemente annoiato con il precedente The Go Master.

The Warrior and the Wolf, recensione del film in concorso al Festival di Roma 2009

The Warrior and the Wolf, recensione del film di Tian Zhuangzhuang

A capo dell’esercito inviato dall’Imperatore Han ai confini occidentali dell’impero cinese per sottomettere le tribù nomadi ribelli, il generale Zhang incontra un solitario pastore, Lu: vedendo in lui il potenziale di un grande combattente, lo arruola contro la sua volontà e ne fa il suo erede. Tanto che, dopo la morte di Zhang, è Lu a prendere il comando delle truppe imperiali. Durante il cammino verso casa, le intemperie obbligano l’esercito di Lu a fare tappa in un misterioso villaggio, dove l’ex pastore incontrerà una donna misteriosa con la quale darà vita ad un’appassionata relazione sessuale e che lo introdurrà all’oscura maledizione che grava su quei luoghi.

Avrà anche affrontato a modo suo il wuxiapian, il cinema di cappa e spada in salsa orientale, Tian Zhuangshuang: ma con questo The Warrior and the Wolf non fa altro che confermarsi come uno degli autori più pedanti e presuntuosi della scena cinese contemporanea. Il regista di Springtime in a Small Town e di quel The Go Master che era stato tra i “protagonisti” della prima edizione del Festival di Roma è chiaramente disinteressato a tutto quello che solitamente è alla base di un wuxia (dall’azione ai combattimenti, passando per un certo modo di declinare personaggi e passioni), preferendo lavorare all’interno del genere per dare vita ad un manifesto allegorico che fin dal titolo parli del lato più ferino e aggressivo, animalesco della natura umana.

Operazione senza dubbio legittima, che però Tian Zhuangshuang porta avanti assommando alla compiaciuta pedanteria che caratterizza tutta la sua opera una atteggiamento spocchioso nel (solo apparente) rifiuto delle convenzioni non solo di genere, o comunque nel tentativo di una loro rielaborazione poetica ed ermetica che arriva ben più che fuori tempo.

Inutilmente decostruito e rimescolato sul piano temporale nella prima parte, ruffianamente aggrappato ad un impianto scenografico e fotografico che più che evocativo pare essere oleografico e pesantemente ridondante, The Warrior and the Wolf spreca anche le interpretazioni di due attori validi come Joe Odagiri e Maggie Q, che il regista si limita a far comunicare quasi sempre attraverso scene di sesso ripetute e ben lontane dall’essere significative o di qualsiasi interesse nel loro banale simbolismo, banali e senza reale passione così come quelle di confuse e poco efficaci relative alle poche battaglie rappresentate.

C’è poco di epico e appassionato in quello che vorrebbe essere un racconto sul lato selvaggio dell’uomo: quel di cui The Warrior and the Wolf è ricco è invece un’arrogante inconsistenza che si dà anche tante arie.
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