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The Road to Fury Road: storia di Mad Max, dal Mel Gibson di Interceptor a Tom Hardy

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Abbiamo rivisto per voi la trilogia originale del personaggio ideato da George Miller.

The Road to Fury Road: storia di Mad Max, dal Mel Gibson di Interceptor a Tom Hardy

Quando è apparso sul grande schermo per la prima volta, nel 1979, Max non era affatto Mad.
O meglio, non lo era all'inizio del primo film che George Miller ha dedicato al personaggio, che nella sua versione originale si intitola appunto Mad Max e che in Italia, come al solito, è stato rititolato Interceptor, in onore della muscle car guidata dall'allora sconosciuto Mel Gibson, una Ford Falcon XB GT Coupé del 1973 modificata.
Perché il primo Mad Max non è esattamente corrispondente all'immaginario collettivo sul personaggio: sì, certo, è ambientato in un futuro prossimo dove le risorse energetiche scarseggiano e la violenza dilaga, ma siamo ancora lontani da quell'estetica a venire dove il punk s'ibrida con il medioevo barbarico per la rappresentazione di un mondo post apocalittico. Il mondo del primo Mad Max è sicuramente allo sbando e probabilmente condannato alla dissoluzione, ma una parvenza di ordine sociale esiste ancora, rappresentata proprio dal corpo di polizia di cui fa parte il nostro eroe.



Max è sicuramente un duro, basta vedere la prima scena in cui Miller lo ritrae, silenzioso, mentre si prepara all'inseguimento che sarà il motore narrativo di tutto quel che accadrà poi; ma è un duro dal cuore tenero, e d'oro, che diventa pazzo (“you're mad, man”) perché una banda di teppisti in motocicletta gli brucia vivo il collega e gli uccide moglie e figlio.
Più che un post-apocalittico, Mad Max, oggi, sembra un revenge movie intriso di quella paranoia sociale e economica degli anni Settanta che corre cinematograficamente lungo tutto il decennio: e ricorda molto, per certe scelte, quel L'ultima casa a sinistra con il quale nel 1972 Wes Craven gettò un'ombra inquietante sugli anni a venire.
Certo, ci sono le auto e le moto, gli inseguimenti che Miller girà con essenziale spettacolarità e che ancora oggi fanno una certa impressione, ma la storia di Max, Mad solo a metà, è quella di un uomo  sensibile e generoso costretto a una vendetta violenta, che gli fa anche un po' orrore, da una ferita interiore che non si sanerà mai.

Quando poi lo incontriamo di nuovo, due anni dopo, in Mad Max 2 (da noi Interceptor: Il guerriero della strada), George Miller non ritiene fortunatamente opportuno dare spiegazioni o stabilire link particolari con quello che è accaduto prima: oltre che per le fattezze di un Mel Gibson meno sbarbato e più ruvido e determinato, riconosciamo il nostro eroe solo grazie all'abbigliamento, a un tutore alla gamba sinistra che racconta la ferita subita nel primo film e nient'alto. Se non, ovviamente, l'auto, la V8 Interceptor.
Nel film, che è l'episodio più bello della trilogia, il mondo di Mad Max è finalmente quello che tutti immaginiamo sentendo pronunciare il suo nome: ambienti desertici, neo-barbaresimo, penuria di acqua e di combustibili fossili, totale scomparsa di ogni forma di costrutto civile e sociale.
È in questo contesto che il silenzioso Max si trova a entrare in contatto con una piccola comunità di resistenti dalle grandi scorte di benzina, con un pilota di autogiro truffatore e vigliacco e con una banda di selvaggi capitanati da un tipo muscolosissimo con la maschera di Jason Voorhees che pare uscito da una dark room sado-maso, chiamato Humongus.



Secco ed essenziale all'inverosimile, più ruvido e violento del primo, Mad Max 2 è un tripudio di scene d'azione e di inseguiimenti in auto, nonché di costumi bizzarri e di freak di varia natura disseminati nella banda dei cattivi: così facendo, Miller sorpassa a destra in quanto a estremismo estetico il pur grandissimo Carpenter che nello stesso anno, il 1981, firma 1997: Fuga da New York, che di Mad Max è sicuramente parente, forse financo figlio illegittimo.
Stilizzato, senza passato e senza futuro, tutto nichilisticamente ancorato al presente e alle sue necessità impellenti, Max è già icona metafisica, ma non ha lasciato che il cuore d'oro mostrato nel 1979 avvizzisca completamente, e la sua leggenda comincia a essere legata non più a una vendetta ma a gesti altruistici mascherati sotto l'opportunismo e la convenienza di maniera.

Sono proprio questi ultimi gli elementi che vanno fuori controllo e che affossano il deludentissimo Mad Max - Oltre la sfera del tuono, terzo e finora ultimo film della serie. Siamo nel 1985, abbiamo scavallato e superato gli anni Settanta e viviamo già nella retorica dell'edonismo e del turgore steroideo degli anni di Reagan; in più Steven Spielberg ha girato film come I predatori dell'arca perduta e il suo sequel, ed è nata la Amblin Entertainment, e Miller, che questa volta firma la regia a quattro mani con George Ogilvie, e che l'anno dopo dirigerà Le streghe di Eastwick, ne tiene fin troppo conto.
Ancora una volta, nessun riferimento diretto con quello che è avvenuto prima, nonostante il film si apra col l'illusione che Bruce Spence interpreti qui lo stesso ruolo di Max Max 2 (ma l'unica analogia è quella del volo). Il personaggio di Gibson tarda anche a mostrare la sua uniforme, e la Interceptor è poco più che un rottame scovato per caso nei sotterranei di Bordertown, la città dominata da una Tina Turner caricaturale e meno minacciosa di quel che dovrebbe.



Oltre la sfera del tuono è un film diviso in due: nella prima si porta all'eccesso lo stile del secondo film, superando ogni misura, flirtando spudoratamente col grottesco, accumulando freak, estetica fetish e scene di violenza.
Ma bigger non è necessariamente better, e anzi in questo caso il troppo stroppia, privando il film e il suo protagonista di quell'essenzialità spigolosa che era la sua spina dorsale. Perfino il confronto tra Max e Blaster (un villain che non eguaglia il magnetismo di Humongus) non è coinvolgente, e la sua conclusione, con il personaggio di Gibson che risfodera l'animo nobile e sensibile, è triste presagio di quello che verrà dopo. Il dopo nel quale arrriva l'incontro con dei bambini sperduti per i quali Max diventa un Pan vestito di nero, nel quale si gioca con gli stilemi della Amblin senza sapere da che parte prenderli, e nel quale l'inseguimento finale, su ruote e rotaia, sembra uscito più da un film di Indiana Jones che da uno di Mad Max.

A giudicare dalle immagini dei tanti trailer visti finora, Mad Max: Fury Road sembra distanziarsi con intelligenza dagli squilibri di Oltre la sfera del tuono, portando tutto il buono di Mad Max 2 (riferimenti estetici in primis, si vedano i veicoli dei cattivi e le loro caratterizzazioni) nel solco della spettacolarità sbalorditiva dei blockbuster contemporanei; ma senza dimenticare le esigenze di un pubblico che non vuole che il suo eroe, passato nelle mani di un erede impeccabile come Tom Hardy, si tramuti in un giocattolo o in un fenomeno da baraccone.
Al limite può fare un po' di paura quell'accumulo di bellezza femminile (da Charlize Theron a Rosie Huntington-Whitley, passando per Riley Keough, Zoe Kravitz, Megan Gale e Abby Lee Kershaw): ma è anche vero che l'occhio (di Max) vuole la sua parte.
Il nostro, di occhio, si poserà su Mad Max: Fury Road il prossimo 14 maggio, quando il film sarà presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes e sarà poi nelle sale di tutta Italia: e così conosceremo la verità su questo reboot voluto fortemente da un George Miller che non vuole saperne di rimanere senza benzina.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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