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The Real Estate: recensione del film svedese presentato in concorso al Festival di Berlino 2018

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Un altro brutto film, sgradevole in modo gratuito e fastidioso, in questa deludente Berlinale.

The Real Estate: recensione del film svedese presentato in concorso al Festival di Berlino 2018

Si chiama Nojet, la protagonista di The Real Estate, e ha 68 anni. È una signora quasi anziana, insomma, ma di quelle che non ri rassegnano al passare degli anni, e che non hanno alcuna intenzione di incarnare lo stereotipo delle dolci vecchine. Anche perché Nojet di carne addosso ne ha davvero poca.
Nojet è sgradevole perfino fisicamente, sembra una versione incartapecorita di Crudelia De Mon, ed è una di quelle persone che, anche a vederle sullo schermo, ti sembra di sentire l’odore di fumo del loro alito e della loro pelle. Caratterialmente, poi, non ne parliamo: tutto il film racconta la rapace ossessione di una donna che ha sempre vissuto da mantenuta per la vendita del condominio di Stoccolma che ha appena ereditato alla morte del padre quasi centenario.

Tutto questo non per accanirsi contro la povera Léonore Ekstrand, chiamata a interpretare il ruolo, ma per far capire come tutto ma proprio tutto, in questo film svedese, sia mirato a suscitare fastidio nello spettatore: la sua protagonista, quindi, ma anche una storia che vorrebbe sublimare i sensi di colpa della socialdemocratica e benestante Svezia nei confronti delle sue fasce di popolazione più povere e degli immigrati, e un modo di girare claustrofobico, che non stacca praticamente mai dai primissimi piani di cose e persone come nemmeno in un film Dogma, che indugia sui corpi cadenti o su quello squallore diffuso che non uno ma due registi (Axel Petersén e Måns Månsson) vorrebbero raccontare con un realismo grottesco.

Evidentemente, Petersén e Månsson (il primo con all’attivo un lungometraggio del 2011, Avalon, piuttosto bruttino, mentre il secondo veniva da un bel film intitolato The Yard) han cercato la provocazione che spinge lo spettatore fuori dalla sua comfort zone e lo mette di fronte a degli interrogativi destabilizzanti che lo coinvolgano nelle vicende del loro film dal punto di vista emotivo e perfino fisico, con quello stile lì. Quel che hanno trovato, però, è qualcosa di diverso in modo sottile, ma sostanziale.
Perché The Real Estate è figlio di un’idea di cinema nata vecchia, della riproposizione di un certo modo di essere del cinema scandinavo - di derivazione più o meno vontrieriana - senza capire che quello lì che era sberleffo perfino autorironico, e non moralismo. Figlio di un ingiustificato compiacimento narcisista che si aggiunge alla lista dei fastidi suscitati dalla sua visione.

Tutto, in The Real Estate, è ostentato e gratuito.
Gratuita la sgradevolezza di Nojet; gratuito il fratellastro rozzo e semi-muto che, col figlio debosciato, fanno da portieri e amministratori del palazzo conteso, subaffittando illegalmente a stranieri e bisognosi; gratuito il laido avvocato di famiglia che alterna lo squallore di bridge-club che sembrano sale bingo a quello di canzoncine pop cantate da un essere dal viso berlusconianamente plastificato cui funge da produttore; gratuito il delirio sopra del righe del finale, e gratuita la scena di sesso che vede Nojet protagonista.
A pagare siamo noi, che usciamo dal cinema con l’orticaria, e non per i motivi giusti.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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