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The Post, la storia vera dietro al film di Steven Spielberg con Meryl Streep e Tom Hanks

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The Post di Steven Spielberg racconta la storia vera dei Pentagon Papers, scomodo scoop che fece tremare l'America nel 1971, con articoli su New York Times e Washington Post.

The Post, la storia vera dietro al film di Steven Spielberg con Meryl Streep e Tom Hanks

The Post rappresenta per Steven Spielberg uno di quei lungometraggi che, in questa fase della carriera, sta dedicando a passaggi importanti della Storia: idealmente, è vicino a Lincoln e al Ponte delle spie. Si tratta di film in cui alcuni determinati episodi della storia americana, noti e meno noti, vengono riproposti per illuminare passaggi epocali per la democrazia e la convivenza civile. The Post con Meryl Streep e Tom Hanks ricostruisce lo scandalo dei Pentagon Papers del 1971, su una sceneggiatura di Liz Hannah e Josh Singer.

The Post, la storia vera dei Pentagon Papers

Siamo nel 1971 e la Guerra del Vietnam prosegue dalla metà degli anni Cinquanta. La popolarità del Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon è ai minimi termini, si moltiplicano i movimenti pacifisti contro il massacro dei connazionali, mandati al fronte senza che gli Americani capiscano più esattamente il senso del protrarsi del conflitto. Non lo capisce nemmeno in realtà il segretario alla difesa Robert McNamara, che quattro anni prima nel 1967 ha commissionato uno studio sul conflitto, a uso interno e sconosciuto persino alla Presidenza: "1945-1967: History of US Decision Making Process on Vietnam Policy" è abbastanza chiaro nel delineare una situazione di stallo fallimentare. Lo capisce immediatamente uno dei componenti del gruppo di studio, Daniel Ellsberg, che decide di fotocopiare di nascosto le 7.000 pagine del rapporto (3.000 di analisi storica, 4.000 di documenti ufficiali) e di iniziare a farle trapelare alla stampa, partendo dal prestigioso New York Times. Perché? Dai documenti è chiaro che lo scopo effettivo della guerra è sempre stato quello di contenere la Cina, non di frenare il pericolo rosso per la democrazia nella Corea del Sud, dove peraltro le manipolazioni americane sulle sue dinamiche interne, partite ben prima dello scoppio ufficiale del conflitto, portarono persino al colpo di stato contro il Presidente Ngo Dinh Diem nel 1963. L'opinione pubblica deve capire che la crociata che sta costando tante vite è un gioco politico più che mai senza sbocco.


Il New York Times, come il film di Spielberg racconta correttamente, parte quindi prima nella pubblicazione, il 13 giugno del 1971, quattro mesi dopo aver ricevuto le carte: pubblicarle non è un passo semplice nè privo di rischi, perciò si valuta la mossa con attenzione. Il Washington Post comincia invece il 18 giugno, nei sei giorni che The Post racconta con grande suspense: se non è  solo un quotidiano nazionale a pubblicare le carte, la questione non può più interpretarsi come un fuoco di paglia. Lo capisce bene l'amministrazione Nixon, che per quanto non sia direttamente legata alle vicende nel resoconto, s'impegna per tentare di silenziare la stampa in linea di principio, in nome della "sicurezza nazionale". Il 30 giugno del 1971 la Corte Suprema permette il prosieguo della pubblicazione: a parte il Primo Emendamento della Costituzione (libertà di espressione), la sicurezza nazionale coinvolta è in questo caso quella degli stessi cittadini. E chi sorveglia il governo se non il giornalismo?
Nixon risponde creando segretamente una task force che sorvegli ogni possibile fuga di notizie, con ogni mezzo: ne perde il controllo e lo scandalo Watergate nel 1972, con intercettazioni nella sede del Comitato Nazionale Democratico, rivelato proprio da un'inchiesta del Post, l'obbliga nel 1974 alle dimissioni dopo l'impeachment.

The Post, il film di Steven Spielberg dalla parte del Washington Post

Il film di Spielberg rilegge i giorni dei Pentagon Papers dalla parte del Washington Post, concentrandosi su due figure: la proprietaria del giornale Katharine Graham (Streep) e il capo-redattore Ben Bradlee (Hanks). Il film trova il suo messaggio nel braccio di ferro interiore di Katharine: deve decidere tra la sopravvivenza dell'impero lasciatole dal defunto marito, che potrebbe essere messa a rischio dall'inimicarsi i potenti, e la consapevolezza della mossa giusta da fare per dare un senso a quell'imprenditorialità. In questo senso, per quanto parlato e "da camera", The Post è un film civile con una sua suspense interna, lì dove riflette una storia conosciuta pubblicamente in un percorso privato e individuale di amicizia, leadership, valori e rispetto. Nominato a due premi Oscar, per miglior attrice protagonista e miglior film, The Post ha incassato nel mondo 180 milioni di dollari per 50 di costo, ma il suo successo commerciale non è importante quanto la sua funzione didattica. Lasciamo che sia Spielberg a parlare, da un'intervista al Guardian:

Il livello di urgenza nel fare il film è stato dettato dal clima creato dall'amministrazione attuale [Trump, ndr], che bombarda la stampa e bolla la verità come "falsa" se a loro fa comodo. Davvero non sopporto l'hashtag "fatti alternativi", perché io credo in una sola unica verità, quella oggettiva.


  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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