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The Last Station, recensione del film di Michael Hoffman in concorso al Festival di Roma 2009

Nonostante la forza del soggetto, la buona prova degli attori e la leggerezza del tocco, The Last Station di Michael Hoffman non riesce ad incidere a fondo negli spettatori a causa soprattutto di una sceneggiatura mal equilibrata, che non riesce a trovar nel protagonista il centro nevralgico della vicenda.

The Last Station, recensione del film di Michael Hoffman in concorso al Festival di Roma 2009

The Last Station, recensione del film di Michael Hoffman

Presentato nel concorso ufficiale a questa quarta edizione del Festival di Roma, The Last Station di Michael Hoffman racconta gli ultimi tempi della vita del grande romanziere russo Leo Tolstoi, diviso tra l’amore per sua moglie Sofia ed il fervore quasi religioso per la dottrina utopica dal lui propagata, e per la quale sembra essere disposto a cedere tutte le sue ricchezze nonostante l’opposizione della consorte. Testimone degli eventi il giovane neofita Valentin Bulgakov, che assisterà il “maestro” fino alla fine dei suoi giorni.
Con un cast a disposizione come Christopher Plummer, Helen Mirren, Paul Giamatti, James McAvoy ed altri buoni caratteristi in ruoli secondari, il regista Michael Hoffman non poteva certamente sbagliare film, soprattutto se si aggiunge che in passato si era già cimentato con la commedia in costume nei discreti Restoration e Sogno di una notte di mezza estate. L’adattamento del romanzo di Jay Parini si presenta in maniera piuttosto originale nelle sue premesse, in quanto rappresenta la figura dello scrittore e la sua vicenda personale in maniera molto più scanzonata ed ariosa di quanto ci si potesse aspettare; nella prima parte quindi The Last Station si muove sinuoso come un film in costume originale, che strizza l’occhio allo spettatore con scene divertenti e lascia ampia libertà d’azione al gruppo di attori, tutti affiatati tra loro. Man mano che la storia procede però ci si rende conto che la sceneggiatura possiede un enorme falla, che mina la trama fin nelle sue fondamenta: quello che dovrebbe essere il personaggio principale, il giovane Bulgakov, rimane per tutto il tempo testimone non attivo della vicenda, e conseguentemente non mette a frutto gli “insegnamenti” acquisiti durante l’evolversi della suo cammino personale, sia spirituale che sentimentale. Nella seconda parte del lungometraggio abbiamo dunque un “eroe” che non agisce, e viene sbattuto da ogni parte in preda ad eventi che non sembra avere alcun potere di fronteggiare. Il film allora comincia a sbandare in molte direzioni differenti, impossibilitato a trovare un centro narrativo preciso ed in grado di sintetizzare la materia trattata: alla fine la sensazione che scaturisce dalla confusione narrativa, che si protrae fino alla conclusione, è di malcelata vacuità. Di questo intrigante ma incompiuto The Last Station rimane impressa la prova maiuscola di un ottimo cast, con in testa come sempre il solito, gigione ma irresistibile Paul Giamatti. Michael Hoffman avrebbe però dovuto sfruttare con ben altra lucidità, prima di tutto narrativa, sia il gruppo di grandi interpreti a sua disposizione che l’originalità e l’importanza del soggetto iniziale.
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