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The Girl in the Fountain: Monica Bellucci e il suo omaggio a Anita Ekberg

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Monica Bellucci ci racconta dal Torino Film Festival il suo The Girl in the Fountain, omaggio fra documentario e parallelismo fra icone alla ragazza nella fontana Anita Ekberg.

The Girl in the Fountain: Monica Bellucci e il suo omaggio a Anita Ekberg

Il racconto di un’attrice divorata dalla sua stessa icona, dall’immagine di un bagno in una fontana che ha simbolizzato un’era del cinema italiano nel mondo. Stiamo parlando, ovviamente, di Anita Ekberg e de La dolce vita. “Schiava di un’epoca”. Così la definisce Monica Bellucci, che l'ha omaggiata in un documentario che è un parallelo fra icone di bellezza con destini ben diversi. Una ricerca del personaggio, “per riscattare la figura stereotipata della ragazza nella fontana”.

Si intitola infatti The Girl in the Fountain, diretto da Antongiulio Panizzi, scritto da Paola Jacobbi e Camilla Paternò, è in sala solo l’1 e 2 dicembre distribuito da Eagle Pictures, in contemporanea con la presentazione al Torino Film Festival.

Proprio in questa cornice abbiamo incontrato Monica Bellucci, che ha detto di non aver mai conosciuto personalmente la Ekberg, “se non per la sua immagine pubblica così potente di cui ci siamo innamorati tutti. Quando vedo le sue foto non posso che amarla, emana qualcosa di buono. Sincera come una bambina che si mette a nudo senza protezione, mi è venuta voglia di difenderla. Innocente perché schiava di un’epoca in cui, a differenza di oggi, dopo i 40 anni non avevi più una carriera. Ora possiamo vivere come attrici libere, rimproverare anche le produzioni senza che per questo venga aggiunta una nota che non ti faccia lavorare più. I registi ancora ci guardano e hanno voglia di metterci in luce. Siamo viste quindi in un altro modo, non solo in un periodo biologico limitato della vita. Avviene anche grazie a noi, che ci amiamo e stimiamo di più, quindi anche gli altri ci guardano con maggiore rispetto. Prima si diceva, ‘non diventare madre’, altrimenti non sei più un simbolo di desiderio. È un discorso che ho sentito nella mia carriera. Ora puoi essere entrambe le cose. Diventare un’icona è pericolosissimo, vieni chiusa in una teca di vetro. Oggi puoi rappresentare qualcosa sullo schermo, ma vivere nel privato una vita vera, portare i bambini a scuola. Non siamo più imbalsamate e intoccabili, non siamo Nefertiti. Non devi vergognarti perché il tempo passa, ci sono altre cose. La vita ci toglie, ma ci dà anche tanto.

Monica Bellucci si ritiene molto fortunata, nell’essere stata messa nelle condizioni di superare la proiezione pubblica di icona di bellezza. “Le scelte ce le devono offrire. Il cinema mi ha permesso di esprimermi come attrice, al di là delle possibilità di solito concesse, al di là dello stereotipo, uscendo dall’idea che la bellezza sacrifica l’espressione al cinema, che sia una maschera che chiude possibilità. Come tante, ho rischiato rimanere imprigionata, devo ringraziare il cinema che mi ha offerto delle proposte, senza quelle rischi di finire ancora come Anita, che nei suoi anni soffrì perché dopo i 40 anni era difficile proseguire la carriera. Siamo per fortuna in un’epoca diversa, e io continuo a lavorare non avendo 30, 40 e neanche 50 anni."

"Io sono mediterranea, Anita era nordica, con due modi di fare diversi. Abbiamo sì rappresentato l’avvenenza, ma in diversi modi. La comunione con un personaggio passa per ogni attrice per una personale chiave di accesso. C’è un momento piccolo nel film, ma cruciale, in cui attrice e personaggio si incontrano in un sogno in cui entra nella villa e per un attimo incontra Anita bambina. Poi ci sono molti clin d’oeil a Fellini, tra cui il momento onirico, in cui è vestita di bianco, come sempre i suoi personaggi. È stato un lavoro bellissimo, fra sceneggiatura e regia. Un progetto fuori da tutto che non si può incasellare. Un piccolo gioiello umile di ringraziamento. Sono contenta se ridiamo luce a una donna a cui molto è stato tolto dalla vita, che era arrivata in questo paese con energia, spenta poi anche come artista.”

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