The Dude Still Abides: Il grande Lebowski vent'anni dopo

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The Dude Still Abides: Il grande Lebowski vent'anni dopo

“The Big Lebowski is about an attitude, not a story. “ Che poi, tradotto, vuol dire: “Il grande Lebowski racconta un modo di essere, non una storia.”
Cominciava così un pezzo di Roger Ebert, il grande critico americano, che qualche anno fa tornava a riflettere su uno dei capolavori dei fratelli Coen, portando il voto dato al film dalle tre stelle della recensione originaria a quattro, il massimo della sua scala.
Rivendendo Il grande Lebowski in occasione del suo ventesimo anniversario - venne presentato in prima mondiale il 15 febbraio del 1998, al Festival di Berlino - ho avuto la stessa, identica impressione. Non perché io sia bravo quanto lo è stato Ebert, per carità, ma perché si tratta di una cosa tanto evidente, tanto ovvia, da passare spesso ingiustamente inosservata.
Certo, di fronte a Il grande Lebowski non si tratta dell’unico pensiero che ti passa per la testa. Il film è - lo sappiamo tutti benissimo - costellato di personaggi, situazioni, dettagli dove lo stile visionario, surreale e provocatorio dei Coen raggiunge vette che forse non hanno più eguagliato. E anche per questo, ma non solo, Il grande Lebowski si porta i suoi vent’anni con una leggerezza incredibile, non avendo perso un grammo della sua straordinaria attualità.

Da questo punto di vista, è impossibile oggi non notare quanto il Vizio di forma di Paul Thomas Anderson (che pure è un altro capolavoro) sia debitore del film dei Coen: e non solo perché entrambi, perlomeno dal punto di vista della trama, prendono spunto dalla letteratura di Raymond Chandler e da “Il grande sonno” in particolare, o perché sia il Drugo che Doc Sportello sono (ex) hippie con un debole per l’erba e l’indolenza, o ancora perché la sarabanda di personaggi e situazioni improbabili con cui si deve confrontare l’uno è chiaramente simile a quella in cui si ritrova l’altro.
Quello che rende così vicini Vizio di forma e Il grande Lebowski - pur nelle loro evidenti differenze, col primo più paranoico, onirico, etereo e stratificato del secondo - è il fatto che entrambi i loro protagonisti sono hippie che la vita - e il mondo, e il Sistema - ha costretto a diventare beatnik, per rifarci alla definizione delle due tipologie di persone data da Janis Joplin: «Hippies believe the world could be a better place. Beatniks believe things aren’t going to get better and say the hell with it, stay stoned and have a good time.»
Doc e il Drugo sono entrambi schegge impazzite e resistenti che si rifiutano di omologarsi ad un mondo che - nel 1970 come nel 1991, l’anno in cui Il grande Lebowski è ambientato, e ancora di più oggi, nel 2018 - sembra essere completamente impazzito e aver perso di vista gli ideali progressisti, libertari e egualitaristi della controcultura di fine anni Sessanta; entrambi, nonostante l’apparenza sia quella di personaggi passivi e indolenti, si rifiutano di lasciar andare il Sogno e lo tengono in vita proprio con quel loro atteggiamento.

Ecco che allora torniamo alla definizione iniziale di Roger Ebert, di un film, quello dei Coen, che racconta un modo di essere (un atteggiamento, appunto, una attitude) e non una storia.
Nel corso dell’incipit del film, la voce fuori campo dello Straniero interpretato da Sam Elliott, con quei baffi da fare invidia a qualunque imperatore germanico della storia, dice testualmente che il Drugo “è l'uomo giusto al momento giusto nel posto giusto, là dove deve essere”. E quando aggiunge, subito dopo, che è anche “il più pigro di tutta la contea di Los Angeles, il che lo mette in competizione per il titolo mondiale dei pigri,” ecco che implicitamente dichiara che Drugo è l’uomo giusto al momento giusto nel posto giusto proprio in virtù di quella che, con un pizzico di bonaria superficialità, viene definita la sua pigrizia. Ma la pigrizia di Jeffrey Lebowski, in realtà, altro non è che uno stile di vita che passa per la voglia di vivere tranquillo ed essere lasciato in pace.
D’altronde, il gran casino in cui si va a cacciare non nasce perché gli scagnozzi di Jackie Treehorn che gli piombano in casa gli fanno pipì sul tappeto, ma perché è Walter - il personaggio di John Goodman, modellato sul superomismo epico di John Milius, che incarna in tutto e per tutto l’assurdità, perfino ridicola, della Guerra - lo convince che quella era una prevaricazione che non poteva accettare senza reagire, mentre lui, il Drugo si sarebbe tranquillamente gettato la cosa dietro le spalle e avrebbe continuato a pensare al bowling, nonostante quel tappeto desse “un tono all’ambiente”.

Eppure, il mondo, impazzito, sembra voler negare al Drugo la tranquillità cui aspira.
Lo testimoniano le continue irruzioni di estranei in casa sulla, dalla prima - quella del tappeto - fino a tutte le altre. Irruzioni che non solo disturbano il Drugo nel suo luogo più intimo e personale, ma che almeno in due casi avvengono mentre sta facendo quello che gli riesce meglio, ovvero rilassarsi: l’irruzione di Maude e dei suoi scagnozzi, mentre lui se ne sta tranquillamente sdraiato sul pavimento ad ascoltare i suoni di vecchi tornei di bowling con il walkman, o quella in cui i nichilisti armati di furetto lo aggrediscono mentre si sta facendo una canna nella vasca da bagno.
Insomma, il Drugo voleva solo il suo tappeto, eppure è finito - suo malgrado - dentro un grandissimo casino. E pur lasciandosi trascinare dagli eventi, riesce sempre in qualche modo a influenzarli, a deviarne il corso, a lasciare un segno. Come il piccolo Lebowski il cui arrivo viene annunciato verso la fine del film. 

E allora sì, la pigrizia, sì, la tranquillità, sì, l’aver abbandonato per sempre quell’attivismo che lo avevano portato a essere uno dei firmatari del manifesto di Port Huron e uno dei Seattle Seven: ma l’atteggiamento del Drugo, la sua attitude, è molto più di questo. È la risposta zen al caos dell’esistenza, è il suo voler essere fermo (un punto fermo) nel continuo vorticare di tutte le cose, è il voler vedere le cose per quello che sono, senza sovrastrutture.
C’è una scena che, da questo punto di vista, è sottilmente esemplare: la scena in cui Maude mostra al Drugo il vhs porno di Bunny, quello che inizia con la ragazza, già discinta, che lascia entrare in casa di un fantomatico tecnico della tv; Maude lo interrompe prima che si arrivi al dunque dicendo "può immaginare cosa succeda adesso", ma il Drugo risponde con una domanda: “gli aggiusta il cavo?”. La sua non è stupidità o malizia (“Non essere sciocco, Jeffrey,” ribatte Maude): la sua è solo la voglia di sottolineare come troppo spesso le cose ovvie sono le più naturali e le più giuste, una risposta che vale ancora di più se data a quell’artista iper sovrastrutturata che è Maude.

Ecco, questa immobilità, questa lentezza, questa calma spirituale del Drugo sono la sua arma politica più dirompente, sono la sua forma di resistenza più radicale, perfettamente sintetizzata nel motto che lui stesso esprime nel finale: “The Dude Abides”, reso in italiano con “Drugo sa aspettare”.
To abide è un verbo più sfumato, che comprende anche il rimanere, il sopportare, e quindi il resistere, appunto. Ma anche la dimensione dell’attesa, quella del doppiaggio italiano, aiuta a capire come la passività del Drugo sia solo apparente, mentre il suo è un atteggiamento buddista, che sa che prima o poi le cose arriveranno, anche se a modo loro.

Oggi, ancora più che nel 1970 di Vizio di forma, del 1991 o del 1998 dell’ambientazione o della realizzazione del film dei Coen, questa necessità di rimanere, sopportare, aspettare si è fatta ancora più evidente.
In fondo, chi non vorrebbe prendersi una pausa a tempo indeterminato dal caos della sua vita, e del mondo, per starsene tranquillo, ascoltando la sua musica preferita, concedendosi qualche vizio, e giocando a bowling con gli amici? Quanto bene ci farebbe, in un mondo sempre più veloce, nevrotico, sovraccarico, violento e corrotto? Farebbe bene al mondo, farebbe bene a noi.
Non disimpegno, ma una coerenza immota e immobile coi propri valori, riportando tutto a scala umana, in maniera finalmente sostenibile.
The Dude Abides. Per sé e per noialtri. E come si va a non volergli un bene dell’anima?



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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