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The City of Your Final Destination, recensione del film di James Ivory

Abbandonate le abituali ambientazioni, James Ivory si cimenta con una storia e delle situazioni in apparenza non esattamente nelle sue corde. Ma nell’adattamento del romanzo di Peter Cameron “Quella sera dorata”, il regista britannico riesce comunque ad imporre il suo marchio, nel bene come nel male.

The City of Your Final Destination, recensione del film di James Ivory

The City of Your Final Destination, recensione del film di James Ivory

Omar è un giovane studioso di letteratura che, per ottenere dottorato e borsa di studio, deve poter realizzare il suo progetto di una biografia dedicata allo scrittore Jules Gund, autore di un unico ma celebratissimo romanzo. Quando gli eredi di Gund - la moglie, la sua amante e il fratello - gli negano l’autorizzazione al libro, spinto dalla fidanzata (e collega) parte per l’Uruguay, dove vivono tutti insieme in un’enorme ed isolata tenuta. Giunto sul posto, Omar si ritroverà invischiato in una situazione bizzarra ed affascinante, che gli cambierà la vita e gli regalerà il vero amore.

Alla prima produzione senza il partner di una vita, Ismail Merchant, James Ivory si cimenta con una storia, un’idea ed un’ambientazione apparentemente diversissime da quelle del suo cinema abituale: ma il suo marchio di fabbrica rimane visibile, per quanto modificato ed adattato alle esigenze del caso. Volendo, spolverato – per quanto possibile - da certi vecchiumi retorici e non e più aperto verso una contemporaneità di vita e sentimenti che comunque (tenta di) assume(re) valenza universale.

The City of Your Final Destination è un lineare racconto di evoluzione personale: quella di un uomo, Omar, che attraverso il confronto con una realtà ben più complessa e dinamica (viva) di quel che poteva essere nel suo immaginario, ideale e calcificato, trova progressivamente la forza ed il coraggio per esprimere il suo vero essere e la sua vera personalità, castrata spesso e volentieri da una compagna ben più volitiva di lui.

Ma se il percorso del protagonista (e la parallela e conseguente reazione scatenata del suo estraneo inserimento in un composto delicato come quello dei Gund) s’incanala nei binari di una convenzionalità narrativa comunque correttamente portata avanti, è nelle pieghe del racconto, nella descrizione e nella caratterizzazione di personaggi tutt’altro che secondari che Ivory riesce ad esprimere tutto sé stesso e la sua cifra cinematografica. L’Uruguay vissuto dagli eredi Gund e dal loro ristrettissimo circondario è quello di un’aristocrazia del denaro di origine europea che sfacciatamente è assimilabile a quella raccontata dal regista in tanti film: ma se molte stucchevoli e ridondanti eleganze di scrittura e descrizione rimangono immancabili, le differenze che questa storia porta con sé, l’indolente e più rilassata decadenza di questo Sudamerica regalano la possibilità per esplorare differenti sfumature psicologiche e drammaturgiche. E questo si manifesta soprattutto nei due personaggi femminili, la moglie e l’amante di Gund, interpretate rispettivamente da Laura Linney e Charlotte Gainsbourg, entrambe decisamente efficaci ed in parte.

Quello di Ivory è e rimane comunque cinema dichiaratamente snob e cesellato: nei toni, nei registri, nelle citazioni e nei dialoghi: prendere o lasciare. In questo caso, complice quella che per gli standard del britannico è una piccola rivoluzione, si prende più volentieri che in altre. Nonostante alcune compiaciute lungaggini in una narrazione che avrebbe potuto tranquillamente durare una ventina di minuti in meno.
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