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Taking Woodstock - la recensione del film di Ang Lee in concorso a Cannes 2009

Ang Lee sceglie i toni della commedia per raccontare la vera storia di Elliot, il ragazzo che mise a disposizione a Micheal Lang e alla sua truppa i terreni per organizzare il più famoso concerto della storia della musica: la tre giorni di pace, amore e musica di Woodstock.


Taking Woodstock - la recensione del film di Ang Lee in concorso a Cannes 2009

Ang Lee sceglie i toni della commedia per raccontare la vera storia di Elliot, il ragazzo che mise a disposizione a Micheal Lang e alla sua truppa i terreni per organizzare il più famoso concerto della storia della musica: la tre giorni di pace, amore e musica di Woodstock.

La storia che viene raccontata da Taking Woodstock, è vera. È Storia infatti che, grazie ad una serie di favorevoli coincidenze, il vero Elliot (autore di un’autobiografia sulla quale Ang Lee si è basato) abbia davvero combinato l’accordo con la sua famiglia ed altri vicini per mettere a disposizione di Michael Lang e gli organizzatori di Woodstock le terre su cui far tenere il loro festival. Una storia di certo interessante, che il regista di Taiwan sceglie di intrecciare e complicare con quelle del rapporto tra Elliot e i suoi bizzarri genitori e con l’effettiva logistica organizzativa del più famoso e forse affollato concerto della storia della musica, virando il tutto con toni pienamente da commedia.

Nulla da discutere riguardo la volontà e la necessità di riaffrontare e riraccontare al cinema un mo(vi)mento chiave e nodale per la storia culturale e sociale del Ventesimo secolo, tutt’altro. Tanto più che di un mo(vi)mento simile – magari parzialmente riveduto e aggiornato in quanto a modalità e riferimenti – ci sarebbe forse molto bisogno, all’alba di questo Terzo Millennio. Ed è proprio per questo però che molte delle scelte effettuate da Lee per questo suo omaggio lasciano un retrogusto molto amaro in bocca. Passi infatti che la parabola personale di Elliot e del suo rapporto con dei genitori difficili sia simbolica, ma in maniera ovvia e facilona, dei cambiamenti che erano imminenti e inevitabili nella società statunitense dell’epoca e che avevano trovato nella controcultura di quegli anni il loro elemento catalizzatore. Ma non si capisce come mai, nella sua evidente ansia di tenere i toni costantemente sul leggero, Taking Woodstock tratteggi moltissimi dei suoi personaggi – e specialmente quelli esemplari del movimento e della controcultura, ma anche ad esempio la madre di Elliot – in maniera tanto caricata e caricaturale da risultare grottesca. A Lee è sfuggita forse la contraddizione insita nello svilire implicitamente quel mondo che il suo film vuole rievocare ed omaggiare, o forse ha sottovalutato i rischi della continua tensione verso la risata, la battuta, la macchietta: e se quel momento, quelle personalità, quei modi possono aver necessità di una revisione critica, non sono questi i modi.

Stupisce poi che un regista comunque attento come Ang Lee abbia associato a questi errori di calibrazione dal punto di vista drammaturgico con una messa in scena che, se nella prima parte del film è corretta ma piuttosto anonima, nella seconda (quella in cui si racconta del carrozzone di Woodstock che si mette in moto) ricalca stilisticamente e formalmente il celebre documentario Woodstock in maniera sterile e pedissequa. Tanto da trasformare evidenti rimandi e citazioni in scopiazzature artificiose che fanno rimpiangere la “verità” del film di Michael Wadleigh.

E non bastano quindi alcune battute ben assestate, personaggi riusciti come quello di Liev Schreiber o la descrizione pudica (ma forse un po’ inutile) dell’omosessualità di Elliot a togliere l’impressione che questo Taking Woodstock sia un film un po’ banale e del quale non si coglie bene il senso e lo spirito.

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