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Synecdoche, New York: Charlie Kaufman e il cinema delle libere architetture della mente

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Un viaggio nella visionarietà del cinema.


Dopo essere rimasto bloccato a lungo per una questione legale che ne impediva la distribuzione in Italia, esce nelle nostre sale Synecdoche, New York, il film che nel 2008 segnò il debutto nella regia del geniale sceneggiatore Charlie Kaufman.

Se c'è una caratteristica distintiva del lavoro di Kaufman è la sua capacità di giocare con straordinaria razionalità con storie metafisiche che sovrappongono e confondono diversi piani di realtà, di sogno e di immaginazione: basti pensare a quanto fatto con Essere John Malkovich o con Il ladro di orchidee: quello che è certo è che per la sua opera prima dietro la macchina da presa, Kaufman ha spinto al massimo su questo pedale creando – letteralmente – una complessa architettura dalla mappa chiarissima ma nella quale al tempo stesso è facilissimo, nonché piacevole – perdersi.

Pur con la sua personalissima cifra, Kaufman non è stato di certo il primo sceneggiatore o regista a giocare con la metafisica, il surreale e a confondere fino a sovrapporre i piani del reale e dell'immaginario: basta guardare al cinema degli anni in cui il surrealismo la faceva da padrone nelle arti, e a opere che ne riproponevano la potenza visionaria ed eversiva sul grande schermo come il celeberrimo Un chien andalou di Luis Buñuel, un regista che con i toni dell'assurdo e dell'onirico ha giocato continuamente, fino ad opere come Il fascino discreto della borghesia e Quell'oscuro oggetto del desiderio.

Che dire poi di un autore come Roman Polanski, capace di film come Repulsion (che a Buñuel è evidentemente debitore), Che? o il capolavoro L'inquilino del terzo piano? O perfino, a suo modo, Una pura formalità?
La chiave angosciosa e angosciante utilizzata da Polanski è poi quella che torna in molte opere che con la metafisica hanno giocato attraverso il genere che meglio di ogni altro, forse, presta il fianco a questi toni: la fantascienza.
Dalle allucinazioni filosofiche kubrickiane di 2001: Odissea nello spazio a quelle del Tarkovskij di Stalker, fino a quel seminale corto di Chris Marker, La Jetée, che poi Terry Gilliam ha “espanso” nel suo L'esercito delle 12 scimmie.
E proprio Gilliam, l'americano dei Monty Python, è uno di quei registi che della metafisica e della commistione tra piani di realtà ha fatto un vero e proprio marchio di fabbrica: Brazil, certo, o i recenti Tideland, Parnassus o The Zero Theorem; ma anche quel Paura e delirio a Las Vegas che ci permette di aprire un nuovo capitolo. Quello del cinema allucinato perché psichedelico.
Dalle opere folli e anarchiche di Alejandro Jodorowski a film come Enter the Void di Gaspar Noè, o quel Requiem for a Dream di un altro specialista del settore come Darren Aronowsky, autore di film come π - Il teorema del delirio, The Fountain o Il cigno nero.

Sono davvero innumerevoli i registi che hanno giocato, con talento e astuzia, con la percezione del reale e le illusioni della mente: dai fratelli Coen con Barton Fink al Christopher Nolan di Memento o Inception, dall'Adrian Lyne di Allucinazione perversa al Brad Anderson de L'uomo senza sonno, dal David Fincher di Fight Club al David Cronenberg di Videodrome, Existenz, Il pasto nudo e molto altro.

Ma il re dei labirinti della mente è senza dubbio David Lynch, il cui cinema allucinato e psicanalitico ha rivoluzionato il cinema e le sue modalità di rappresentazione: dall'esordio di Eraserhead fino indecifrabili vicende dell'ultimo Inland Empire.
Di certo lo stile di Kaufman, e i suoi temi, sono molto diversi da quelli lynchiani, ma la complessità teorica e concettuale di Synecdoche, New York ha in fondo poco da invidiare alle opere dell'autore di Strade perdute e Mulholland Drive.
E allora, in attesa che il film esca e possiate giudicare da soli, vi lasciamo con un teaser trailer musicale dell'opera prima di Charlie Kaufman.

 


 

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