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Su Venezia 72 il faro di Spotlight, ombre dagli altri film

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Prima giornata del concorso del Festival di Venezia 2015 che conferma, dopo Everest, la riscossa del cinema classico


"Ma non sei anche tu alla serata di gala con i 1300 invitati?," mi ha chiesto ieri al telefono una persona che conosco, convinta evidentemente come tanti che andare ai festival sia tutto un cene eleganti, cocktail esclusivi e feste nottambule affollate di star e starlette. Io, ovviamente, alla cena dei 1300 invitati non c'ero, non foss'altro perché ero impegnato in sala a vedere i film di cui, puntualmente arrivo a scrivere. Mi si creda o meno, i tempi per chi i festival li deve raccontare non sono certo laschi, si corre da una parte all'altra e si mangia piuttosto di fretta, o molto tardi alla sera: e il fatto che il bar principale che deve offrire generi di conforto ai frequentatori della Mostra finisca i cornetti alle 11 del mattino, l'orario in cui tutta la stampa esce dalla prima proiezione della giornata, aiuterà la linea ma di certo non l'umore. Dell'esclusivo (si fa per dire) evento mondano d'apertura ho scorto solo un po' di passeggio, tra smoking abbondanti e abiti di paillettes fuori tempo massimo, e una Marta Marzotto impegnata a farsi fotografare con un gruppo di bambini biondissimi.

E i bambini sono stati anche al centro due dei titoli presentati oggi al Lido, due storie che hanno in comune il tema dell'infanzia violata (per amara ironia della sorte proprio nel giorno in cui sulle prime pagine dei quotidiani campeggia un'immagine che sta suscitando un lungo e complesso dibattito), ma che sono agli antipodi come stile, come idea di cinema, e come risultato.
Da un lato Il caso Spotlight (fuori concorso), il film di Thomas McCarthy che racconta la vera di storia del lavoro svolto nel 2001 da un team di giornalisti del Boston Globe e sfociato in una serie di articoli che hanno portato alla luce gli abusi su bambini compiuti da un impressionante numero di preti cattolici nell'area di Boston e sulle responsabilità del Cardinale Law, a capo della locale arcidiocesi, nell'insabbiare i fatti nel corso degli anni; dall'altra Beasts of No Nation (in concorso), che riporta Cary Fukunaga al cinema dopo l'acclamata parentesi televisiva di True Detective prima stagione e che, a partire da un romanzo di Uzodinma Iweala, racconta la storia di un bambino di un imprecisato stato africano rimasto orfano a causa di una violentissima guerra civile, e costretto a diventare un bambino-soldato nel battaglione di guerriglieri guidato da un Comandante interpretato da Idris Elba.

Dopo Everest, anche Spotlight conferma come stia montando dagli Stati Uniti un'onda di film che non hanno timore a tornare a un linguaggio cinematografico classico, e di saperlo fare come si deve. Certo, il film ha dalla sua la forza emotiva notevole di una storia vera che è valsa il Pulitzer ai giornalisti del Globe e che ha scoperchiato il vaso di Pandora dello scandalo della pedofilia nella Chiesa, ma McCarthy (sceneggiatore, oltre che regista) è sempre molto attento a non lasciare che il tema vinca sul cinema. Scrupoloso e attento a regole etiche e deontologiche, come i suoi protagonisti, McCarthy fa di Spotlight un film formalmente lineare e pulitissimo, dalla scrittura precisa e rigorosa, capace di avvincere come il miglior cinema sul giornalismo; un film che non cade mai nella trappola del sensazionalismo (tanto per rimanere ancora una volta in tema con l'attualità) o dell'anticlericalismo tout court. Spotlight evidenzia anzi come, oltre al danno evidente e immediato, l'orrore della pedofilia nella Chiesa porti con sé quello collaterale e autoinflitto della perdita di fiducia nell'istituzione, se non della fede stessa, delle sue vittime e dei loro amici e familiari. Se a questa forza classica si assommano poi le interpretazioni di un cast notevole e in stato di grazia (da Mark Ruffalo a Michael Keaton, passando per Liev Schreiber e Rachel McAdams), capace di fare gioco di squadra e di non cedere mai alla tentazione del primadonnismo, si capisce come quello di McCarthy sia uno di quei film di cui oggi abbiamo forse addirittura bisogno, per restituire al cinema la sua capacità di racconto letterario (o, come in questo caso, giornalistico), e al nostro status di spettatore la possibilità di guardare qualcosa di limpido e in grado di far andare a braccetto l'emozione e il ragionamento.



Mi piacerebbe poter dire cose simili anche di Beasts of No Nation, che purtroppo però ricade dal lato opposto del mio spettro di valutazione e che tratta un tema altrettanto delicato con una mano piuttosto pesante, virando la storia all'esibizionismo e scivolando anche nel greve. Fukunaga non gira affatto male, intendiamoci, ha uno stile visivamente interessante sebbene spesso troppo nervoso o compiaciuto: ma in questo film mette in scena, fin dalle prime inquadrature, una furberia che non si fa scrupolo di esibire con fastidiosa spettacolarità, quasi pornografica, i drammi che mette in scena. Suscitare la simpatia dello spettatore mostrando un gruppo di allegri bimbi africano che giocano pacifici, è piuttosto facile; ancor di più lo è suscitare lo sdegno delle anime belle dell'occidente colonialista o post- tale non lesinando scene truci alle quali però viene anche messa una paradossale e opportunistica sordina quando la sensibilità privata delle anime belle rischia di essere turbata in maniera eccessiva. Eccessive, poi, sono anche le ambizioni, di Beasts of No Nation, film che guarda a tratti addirittura al Coppola di Apocalypse Now, con il progressivo isolamento allucinato del battaglione di guerriglieri guidato da un Idris Elba sottotono e in difficoltà nei panni di un Kutz guerrafondaio e meno visionario. I fan di True Detective se ne facciano una ragione: lì c'era una scrittura a sostenere gli svolazzi di Fukunaga, qui no.




Se Beasts of No Nation può risultare quindi irritante, più semplicemente deludente è il secondo dei titoli in concorso presentati nella giornata di oggi, Looking for Grace, diretto dall'australiana Sue Brooks. Nel primi minuti film un'adolescente scappa di casa, rubando i soldi ai genitori, per affrontare un lungo viaggio alla volta di un concerto della loro band preferita. Ma, strada facendo, viene sedotta, derubata e abbandonata dal bello e tenebroso di turno: vagherà senza un soldo fino a quando i genitori non la ritrovano. Da qui, si parte per un viaggio a ritroso che ri-racconta la vicenda dai punti di vista della madre, del padre, di un anziano investigatore che li aiuta e di un camionista di passaggio. Esplodere una storia in questo modo è assai più semplice che raccontarla linearmente cercando la coralità, e forse anche più furbo: ma questo poco importa. Importa di più che, nonostante qualche azzeccato momento di umorismo bislacco, che fa il paio con lo studiato minimalismo quasi letterario della narrazione e della messa in scena, la Brooks non riesca a essere incisiva o coinvolgente. Il suo è un dramma volutamente leggero ma involontariamente slavato, vagamente incolore, che si aggrappa agli scenari naturali dell'Outback australiano o alle fastidiose e reiterate sottolineature musicali per risolvere le impasse che si presentano ciclicamente. Sprecati i bravi Richard Roxburgh e Radha Mitchell, padre e madre della fuggiasca interpretata dalla giovane Odessa Young, anche in virtù di un finale brutto e un po' moralista.



Nel concorso Orizzonti, infine, al Lido è stato visto Un monstruo de mil cabezas, nuovo film dell'urugayano Rodrigo Plá, quello del già sopravvalutato La zona, che racconta dell'escalation “criminale” di una donna che tenta di farsi passare da un'assicurazione sanitaria privata una cura per il marito malato di cancro, a costo di ricattare, minacciare con la pistola e sequestrare i vari responsabili della società. Anche se la struttura è tutto sommato lineare e incentrata sulla protagonista femminile, anche Un monstruo de mil cabezas propone una serie di punti di vista differenti, che il regista mette in scena attraverso una serie di accorgimenti formali un po' stucchevoli, fatti di improvvisi allungamenti o accorciamenti di campo, di cambi di prospettiva visuale e voci narranti. Dalla sua, nel contesto di una linea narrativa da dramma sociale, il film di Plá ha il flirt col genere, che gli regala un certo dinamismo, nonché una durata limitata a soli 75'. Ma l'impressione è che Un mostruo de mil cabezas avesse materiale buono al più per un corto che il regista, con sghribizzo autoriale, ha voluto tirare troppo per le lunghe.

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