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Speciale Courmayeur Noir in Festival

Un appuntamento festivaliero da non perdere è certamente quello con il Courmayeur Noir In Festival, che ogni inverno si svolge nella turistica cittadina valdostana alla presenza di scrittori e cineasti che scrivono libri e girano film noir. L’edizione di quest’anno è stata particolarmente interessante e ha aperto le porte alla letterat...


Speciale Courmayeur Noir in Festival

Il Courmayeur Noir In Festival è uno di quei festival che per appassionare il pubblico non ha bisogno di grandi star. Il suo fascino e la sua peculiarità risiedono innanzitutto nella molteplicità di linguaggi artistici che da sempre lo caratterizza. Da una parte il cinema e la televisione (documentari, sceneggiati italiani, puntate pilota di serial americani). Dall’altra, la letteratura (presentazioni di libri, incontri e dibattiti con autori affermati e/o nuove leve). A rendere accattivante questa manifestazione valdostana che ormai da anni coincide con le festività dell’Immacolata è anche la natura stessa di un genere – il noir – che oltre a racchiudere un insieme di sotto-categorie (giallo, thriller, horror etc.), sempre più racconta, con una certa obiettività, i mali e le contraddizioni del mondo contemporaneo.

La 18a edizione del festival, che si è svolta dal 4 al 10 dicembre sotto la direzione di Giorgio Gosetti, Emanuela Cascia e Marina Fabbri, non aveva nulla da invidiare alle precedenti. Sono mancati gli attori americani e le grandi anteprime, ma gli artisti che hanno parlato dei loro libri e dei loro film hanno tutti rivelato una straordinaria intelligenza, raccontandosi con sincerità e schiettezza in un tempo ben più lungo dei canonici cinque minuti. La protagonista indiscussa del Courmayeur Noir In Festival, nonché la vincitrice del Premio Raymond Chandler (importante riconoscimento letterario) è stata la scrittrice spagnola Alicia Giménez-Bartlett, autrice di una serie di gialli scritti in prima persona e ambientati a Barcellona, città di mare e di sole che sempre più, nella narrativa contemporanea, rivela un inquietante lato oscuro. Profondamente calati nella realtà del nostro tempo, tanto che la soluzione dell’enigma sembra spesso secondaria rispetto al contesto indagato, questi libri ruotano intorno ai casi della detective Petra Delicado, una donna bella, sensuale e coraggiosa che sopravvive grazie al senso pratico e a una discreta dose di autoironia. La Bartlett l’ha inventata perché fra tanti investigatori uomini sentiva il bisogno di una presenza femminile. Femminile ma non femminista, visto che Alicia Giménez, che ci ha confessato che non scriverebbe mai una sceneggiatura e che detesta Freud e la psicoanalisi, non rivendica assolutamente la superiorità della donna sull’uomo.

Un autore che si è invece formato lavorando per il cinema (e per la televisione) è il londinese Tom Rob Smith, autore di un thriller che è già diventato un caso letterario, Bambino 44. Ambientato nella Russia dei primi anni Cinquanta, è un ritratto sconcertante e amarissimo di un paese in cui tutti sono controllati, il bene comune giustifica arresti e omicidi, e basta un niente per essere deportati in un Gulag in cui morire di stenti. In un simile contesto, l’ispettore di polizia Leo Stepanovic Demidov dà la caccia ad Andrej Chikatilo, un serial killer realmente esistito passato alla storia come il Mostro di Rostov. Smith ci ha raccontato che sulle prime voleva scrivere una serie televisiva che fotografasse impietosamente la Russia post-Stalin. Il suo agente lo ha dissuaso: nessuno l’avrebbe vista. Trasferita fra le pagine di un romanzo, la sua storia ha ottenuto un successo incredibile. Ben presto Ridley Scott la trasformerà in un film. La sceneggiatura sarà di Richard Price (Il colore dei soldi, Clockers), anche lui al Noir in qualità di Presidente della Giuria Cinema.

Passando alla televisione, a Courmayeur abbiamo seguito con curiosità qualche episodio della seconda stagione di Dexter, che narra le disavventure di un “killer di serial killer” nato dalla fantasia di Jeff Lindsay. Decisamente interessanti anche un assaggio della quarta stagione di Criminal Minds – che quest’anno può contare sulla presenza di Joe Mantegna – e un paio di puntate di The Wire, serie di culto della HBO ideata dal giornalista David Simon e interamente ambientata tra gli afro-americani di Baltimora. A presentare invece la “maratona” italiana Donne Assassine – 8 crime movie liberamente ispirati a fatti di cronaca con protagoniste delle donne – sono stati Martina Stella, protagonista dell’episodio "Patrizia", e Francesco Patierno, uno dei registi. Ci hanno raccontato che, nonostante il realismo imposto dalla materia trattata, sia nella recitazione che nella “messa in scena” si sono affidati alla fantasia e a una certa libertà creativa che ha permesso la stilizzazione, la fuga onirica, il buon cinema.

Altro giovane volto femminile del festival, Giovanna Mezzogiorno, interprete (anche se di un piccolo ruolo) del film d’esordio di Dino e Filippo Gentili Sono viva. Presentato in concorso, è una vicenda tutta in una notte che ruota intorno a un cadavere e a un ragazzo incaricato di controllarlo. Opera imperfetta perché incapace di creare un’atmosfera e condurre fino in fondo un racconto a tratti ingarbugliato, si distingue comunque per la bravura degli attori, a cominciare dal protagonista Massimo de Santis, per finire con Giorgio Colangeli, alle prese con un personaggio negativo. Coraggioso, anche se funestato da eterne traversie produttive, Se sarà luce, sarà bellissimo di Aurelio Grimaldi, primo di due lungometraggi dedicati alla prigionia di Aldo Moro. Forte, sincero, fin troppo didascalico, è sicuramente un film che non salva nessuno, né le Brigate Rosse, né Moro e la Democrazia Cristiana, né il Partito Comunista, né la polizia, anche se il regista finisce per stare dalla parte di un commissario di destra che “dice cose di sinistra”. Difficilmente queste immagini arriveranno al cinema, visto l’approccio alla materia. Siamo quindi contenti di averle viste.

Trascurabile, nonostante abbia avuto un premio speciale dalla giuria (di cui faceva parte anche l’italiana Valentina Lodovini), il messicano Los Bastardos, diretto da Amat Escalante e prodotto da Carlos Reygadas. Visivamente efficace nella rappresentazione di un terra di confine, non riesce però a rappresentare coerentemente l’alienazione dei due immigrati illegali Fausto e Jesus e l’incomunicabilità fra una donna americana e suo figlio e, più in generale, fra la cultura messicana e quella statunitense. In tutto e per tutto a stelle e strisce, puro prodotto da Studios hollywoodiani, ci è sembrato il film per bambini Beverly Hills Chihuaha, che vede protagonista una viziata cagnetta di Los Angeles che si perde in Messico. Interpretato da Piper Perabo e Jamie Lee-Curtis e diretto da Raja Gosnell, sarebbe anche un prodotto godibile, se non ricorresse all’odioso escamotage della computer grafica per far parlare quadrupedi vari con i più disparati accenti. Non ci hanno emozionato né Quarantine, remake americano dello spagnolo REC, né l’horror Whisper, una via di mezzo fra Ransom- il Riscatto e Omen 666 che vede il super-sexy Josh Holloway (il Sawyer di Lost), alle prese con un bambino che poi si rivela essere il diavolo.

Il film migliore del festival resta senza dubbio Frozen River di Coutney Hunt, che non a caso ha vinto il Leone Nero. Già trionfatore al Sundance, è un atto di denuncia dello sfruttamento illegale dei lavoratori immigrati. Sviluppato a partire dall’omonimo cortometraggio, è la storia di una donna abbandonata dal marito che aiuta i lavoratori clandestini a passare la frontiera nordamericana attraverso il fiume congelato San Lorenzo.

Oltre a una serie di documentari, a un dibattito sul complotto e a una tavola rotonda sul noir al femminile, la diciottesima edizione del Courmayeur Noir In Festival ha riservato infine un attesissimo evento multimediale, la jam-session Ancora sulla cattiva strada. Partendo dalle suggestioni del suo ultimo film Come Dio comanda, Gabriele Salvatores ha riunito sul palcoscenico del Palanoir i due attori Elio Germano e Filippo Timi, e con loro ha letto brani del romanzo di Niccolò Ammaniti da cui il film è tratto, insieme a testi di Fabrizio De André, brani da Shakespeare e Pasolini. Ad accompagnare le loro reinterpretazioni, che ci hanno ricordato i reading della Beat Generation, le musiche dei Mokadelic, gruppo post-rock che ha composto la colonna sonora del film.

E’ stato questo l’evento più bello di un Festival che non ha mai deluso e al quale rimproveriamo soltanto di aver collocato nella stessa fascia oraria documentari e incontri. Ci è dispiaciuto, infatti, non poter vedere il documentario di Massimo Coppola e Giovanni Giommi Parafernalia, sulla “star” brasiliana Ana Carolina Diaz, nota ai più come Menina Predagora. Allo stesso modo, le interviste ad attori e scrittori non ci hanno permesso di seguire la gustosa rassegna di Marco Giusti 007: All’italiana, una serie di film in cui agenti segreti dalle sigle improbabili si lanciano in missioni a dir poco impossibili. Fra questi, il James Tont di Lando Buzzanca, gli 002 di Franco e Ciccio e il fratello di 007. Lo interpretava Neil Connery – presente al Noir – nella pellicola di Alberto de Martino Ok Connery.

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