Sorry To Bother You: il film da Oscar che gli Oscar (e l'Italia, finora) non hanno voluto

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Sorry To Bother You: il film da Oscar che gli Oscar (e l'Italia, finora) non hanno voluto

Quando, dopo l’annuncio delle nomination agli Oscar 2019, molti dei più importanti siti di cinema statunitensi iniziarono a fare l’elenco dei cosiddetti “Oscar snubs” - cioè di quei titoli ingiustamente snobbati, in parte o del tutto, dall’Academy -, uno dei titoli citati più spesso, e con più grande risentimento, era quello di un film di cui in Italia si è sentito parlare pochissimo.
Si chiama Sorry to Bother You, è l’opera prima cinematografica da regista e sceneggiatore di un rapper politicamente molto impegnato, Boots Riley,  e quando il trailer iniziò a circolare online quasi un anno fa, dopo la presentazione del film al Sundance, aveva immediatamente attirato l'attenzione di un sacco di gente, non ultima la mia.
Allora ho deciso di vederlo, scoprendo che, per una volta, quel trailer non si è dimostrato il solito furbo montaggio delle (sole) cose migliori del film, e che c’è tantissimo nel film di cui in quei due minuti e mezzo scarsi di footage non c’è traccia. E che Sorry to Bother You è davvero un film che, nel panorama di questi Oscar così attenti alla questione razziale - con le varie sfumature di nero composte dal trionfatore Green BookBlack Panther e BlacKkKlansman - avrebbe meritato quell’attenzione che, guarda caso, un’organizzazione così conservatrice come l’Academy non ha voluto tributargli.

Sorry to Bother You ti si presenta con l’abito della commedia: insolita e fuori di testa quanto volete, ma comunque una commedia. Un abito che non svestirà mai, e arriverà alla fine sgualcito e un po’ lacero, per via delle esalazioni sulfuree che si sprigionano sempre più abbondanti dal racconto, man mano che procede.
Protagonista del film è Cassius Green, per gli amici Cash (ricordiamocelo). Siamo a Oakland, e Cassius è un trentenne nero che vive nel garage dello zio, cui deve quattro mesi di affitto arretrati, dividendolo spesso con la fidanzata Detroit, artista militante. Per trovare i soldi che gli servono, e smetterla di fare benzina 40 centesimi alla volta, accetta di lavorare in una azienda che si occupa di telemarketing, e che poi è l’inferno un po’ squallido che tutti ci possiamo immaginare. Gli inizi, per Cash, non sono incoraggianti, fino a quando un anziano collega (interpretato da un Danny Glover cui Riley trova anche il modo di mettere in bocca la storica battuta di Arma Letale, “I’m too old for this shit”) gli suggerisce un trucco per non farsi riattaccare in faccia dai potenziali clienti che contatta: usare la sua “voce da bianco”.

Fin qui Sorry to Bother You sembra “semplicemente” - per modo di dire - un film che allo stile visivo esuberante e colorato dello Spike Lee di Fa’ la cosa giusta, mescola situazioni alla Charlie Kaufman (quando Cassius parla al telefono, al lavoro, precipita letteralmente nella casa di chi gli ha risposto, e la storia del cambio di voce è un vero e proprio doppiaggio: “sembri doppiato”, dice a Cassius l’amico Salvador, quando inizia a parlare con la voce di David Cross), e che andando avanti ammeterà senza ipocrisie l'influenza dell’estetica e della filosofia di Michel Gondry.
Come mix, già poteva bastare.
Ma prima ancora che Cash venga chiamato a far parte dei misteriosi “Power Caller” che abitano i piani alti dell’azienda, e a usare l’esclusivo ascensore privato che lo accoglie con una voce che ogni giorno associa potere e prestanza sessuale; prima di dover fare i conti con la sua coscienza, mentre i suoi ex colleghi iniziano a scioperare e lui invece forza i picchetti per andare a vendere ciò che non si dovrebbe mai vendere e guadagnare quello che non aveva mai pensato di guadagnare; molto prima che Cash si trovi di fronte al leggendario imprenditore Steve Lift (uno che gli operai delle sue fabbriche non li paga più, ma gli offre vitto e alloggio a vita: dentro la fabbrica, ovviamente), ecco che Boots Riley inizia a disseminare il suo film di indizi molto chiari su cosa voglia raccontare. E mette in scena un radicalismo che è affianca e supera quello di Spike Lee.

Cassius Green - interpretato da Lakeith Stanfield, bravissimo nel rendere con la postura sempre un po’ in avanti e con le reazioni stranianti, un incedere fisico e morale letargico che dovrà andare incontro a un risveglio - non è un militante come Detroit.
“He’s real,” dice di lui la ragazza dagli improbabili orecchini, difendendolo da chi lo accusa di non essere abbastanza impegnato e consapevole: “real”, uno che ha il coraggio di essere sé stesso, e di non farsi influenzare o piegare da mode o ideologie, dalle pressioni sociali.
Nel mondo di Sorry to Bother You, che racconta un presente alternativo che tanto alternativo non è, che è solo una versione grottesca della nostra realtà, essere “real”, però, non basta. Non basta riflettere sulle cose e avere spirito critico. Non basta volersi liberare dagli stereotipi razziali (“you don’t get to decide what’s black and what’s white”, dice Cash a Salvador); non basta essere un nero “alla Lionel Ritchie”, come gli rinfaccia l’amico; non basta vendere al telefono con una voce bianca “alla Will Smith” (“that ain’t white, it’s just proper”, dice il personaggio di Glover). Serve qualcosa di più.
La voce deve essere bianca davvero, bianca intimamente: di quel bianco che può essere solo chi non ha problemi né debiti, ma ha prospettive e possibilità e speranze, spiega sempre il collega anziano a Cash. Perché questa è la vera differenza tra i bianchi e i neri, negli Stati Uniti di oggi. E in quel mondo, come nel nostro, essere “real” non basta più, perché quello che c’è intorno è del tutto “unreal”, del tutto fuori misura, privo di senso e di misura, nonché di logica.
Non esagera poi tanto Riley, raccontando che quando Cash svelerà il terribile segreto di Steve Lift in televisione, un segreto che regala nuovo significato all’espressione “lavorare come una bestia”, l’unica conseguenza di questa rivelazione sarà vedere le azioni delle sue imprese schizzare alle stelle. Tutti i giorni, oramai, ci capita di vedere l’opinione pubblica reagire in maniera illogica a dichiarazioni e azioni sconcertanti di politici e imprenditori: nella migliore delle ipotesi con l’indifferenza, nella peggiore col plauso.

Esattamente come in High Flying Bird, anche Sorry to Bother You richiama i neri americani alla consapevolezza di sé e alla loro storia, stabilendo un legame decisivo tra la questione razziale e quella economica. Lo fa in maniera meno sottile e più esplosiva di quanto fatto da Soderbergh, ma il concetto è lo stesso, e viene esplicitato nello stesso modo: riportando alla memoria lo schiavismo di ieri (Detroit che racconta come il Capitalismo abbia avuto inizio con la forza lavoro rubata in Africa), e legandolo a doppio filo con lo sfruttamento dei neri a opera dei bianchi che è di oggi.
Lì rappresentato dalla dirigenza dalla NBA, qui da un CEO cocainomane che sta sulle copertine di tutte le riviste grazie alla reinvenzioni dello schiavismo sotto altre forme, e di qualcosa di ancora più scioccante e fuori di testa.
Ammaliato dai dollari verdi, Cash Green (capito, ora?) si troverà faccia a faccia con la realtà delle cose, ma non prima di aver rinnegato amici e valori, e essersi umiliato. Perché se uno è nero deve per forza saper rappare, no?, è lo stereotipo, quelli che Cassius aveva sempre rifuggito. E quando viene obbligato da Lift a rappare per gli ospiti bianchi del suo party, si cava d’impaccio ripetendo ossessivamente: “Nigger Shit”.
Giù applausi. Perché per i bianchi i neri sono solo quelli che dicono “cazzate da negri”, e servono solo a diventare dei falsi Martin Luther King teleguidati per tenere buoni i nuovi schiavi.
Solo di fronte a tutto questo Cassius troverà la forza per accettare che lì, in quella Oakland alternativa così simile a quella di oggi, non basta più limitarsi a essere sé stessi, ma è necessario iniziare a lottare e a impegnarsi perché le cose non peggiorino.
“You go to start fighting somewhere”.

Tanto nella forma quanto nel contenuto, Sorry to Bother You è caustico e innovativo. È un film divertente certo, ma anche radicale; esagerato, che non ha paura di rischiare, di andare sopra le righe, di giocare col paradossale e il grottesco. Magari sbagliando qua e là, ma riuscendo sempre a non perdere il contatto con la realtà di quello che voleva davvero raccontare.
Non sorprende che abbia spaventato l’Academy (che preferisce i film “Lionel Ritchie black” o “Will Smith white”, lo sappiamo), né distributori italiani che non sempre brillano per coraggio, o ancora di più per lungimiranza. Perché far andare politica e spettacolo a braccetto può essere ancora è un atto esplosivo e rivoluzionario.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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