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Si può fare - la recensione dal festival del film di Giulio Manfredonia

Giulio Manfredonia, giunto alla sua opera terza, sceglie un tema spinoso come quello della malattia mentale, trattandolo con lo stile agrodolce che gli è congeniale. Ma Si può fare è un film assai più politico di quel che ci si aspetterebbe...

Si può fare - la recensione dal festival del film di Giulio Manfredonia

Si può fare - la recensione

Sceglie un argomento difficile da trattare, Giulio Manfredonia. Parlare della malattia mentale al cinema non è mai cosa facile, anche se se ne parla per raccontare una storia che parla d’integrazione, di solidarietà, di modelli alternativi. I rischi della retorica o del qualunquismo sono sempre dietro l’angolo, trattando di matti. E l’inizio di Si può fare spaventa un po’, con il suo evidente essere apparentemente un Qualcuno volò sul nido del cuculo di casa nostra. Ma superato lo sconcerto dei minuti iniziali, ci si accorge che presto qualcosa cambia.

In primo luogo diviene evidente che i richiami al film di Forman (ma anche a 4 pazzi in libertà) sono non delle facili copie o dei plagi ma degli omaggi bonari ed affettuosi; e che la storia che Manfredonia racconta ha alla base i pregi (oggi non indifferenti) della correttezza tecnica della regia (semplice ma non piatta) e della qualità delle intepretazioni (tutto il cast funzione più che bene); e non secondariamente quelli della delicatezza, della sensibilità e soprattutto del rifiuto della ricerca ossessiva del vero e del realismo, che – è bene ribadirlo – non significa rifuggire invece la verosimiliglianza.

Si può fare emerge quindi come un film che racconta una bella favola, capace di far ridere ma di toccare nei sentimenti; che racconta un’utopia possibile e disperatamente ottimista, di quell’ottimismo forse cieco ma necessario come il pane al giorno d’oggi. Per questo si perdonano senza troppi problemi potenziali difetti come un quadro eccessivamente aproblematico della malattia mentale, o alcune soluzioni un po’ facili e scontate di sceneggiatura. Si perdonano perché il quadro in cui s’inscrivono è sostanzialmente positivo, ma anche perché, da elementi come il setting storico-temporale del film, emerge piuttosto netta l’impressione che quella di Si può fare sia una storia che parli di qualcosa di ben più ampio che non solo temi (comunque importanti e correlati) come la malattia mentale o la solidarietà.

Il film si svolge infatti nei primi anni Ottanta, il decennio che da un punto di vista socioeconomico ha gettato le basi per quelli a venire, che ha modellato la cultura sociale degli anni che stiamo vivendo. Gli anni Ottanta del riflusso, della sinistra che inizia a non saper più dove andare, degli ex di sinistra che diventano i simboli della Milano da bere, dei soldi facili, del profitto prima di tutto, del liberismo a tutti i costi. La ricerca di Nello, sindacalista troppo moderno per il sindacato, troppo antiquato per il mercato, è quindi quella di una terza via attualissima. Di quello che oggi verrebbe definito capitalismo sostenibile. Del distacco dai modelli ideologici del passato ma non dai valori che servono per far funzionare una società.

Forse, proprio come i modelli politici obamiani o veltroniani che pare rispecchiare, basati sul sogno, sulla speranza, sull’ottimismo, Si può fare può essere definito semplicista, colpevole di una facile riduzione della complessità. Ma oggi, almeno al cinema, la prospettiva di un sogno e una speranza basati sui sentimenti e su valori solidi, è più che mai necessaria.

Si può fare. Yes We Can.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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