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Shelter: la recensione del film di Paul Bettany con Jennifer Connelly barbona

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Realismo magico e umiliazioni nella città che non dorme.

Shelter: la recensione del film di Paul Bettany con Jennifer Connelly barbona

"Mi voglio svegliare nella città che non dorme" – cantava Liza Minelli nel 1977 in New York, New York. Diventato a metà degli anni ’80 l’inno ufficiale della città, il brano che dal film di Martin Scorsese ha preso il titolo descrive un luogo lontanissimo dalla metropoli implacabile e crudele che fa da sfondo alle disgraziate esistenze di Hannah e Tahir, gli homeless di Shelter che vagano fra le strade di Manhattan alla ricerca di un avanzo da spolpare, un luogo in cui dormire, un’anima buona da impietosire.

E’ questa implacabile realtà sociale lo scenario che l’attore inglese Paul Bettany ha voluto di descrivere nel suo primo film da regista, non per mettere a tacere il proprio senso di colpa borghese di fronte al triste spettacolo di una povertà sempre più diffusa (come scrivono alcuni), ma per raccontare un’America che continua a infischiarsene degli emarginati e degli sconfitti, di quelli che hanno perso la dignità e scrivono davanti al piattino in cui raccolgono i soldi "Una volta ero qualcuno" e di quelli che conservano la fede e la speranza.

Con una cura per l’immagine e un’attenzione al dettaglio sconosciute a molti esordi, Bettany filtra il disagio dei suoi senzatetto attraverso la poesia di una storia d’amore, riuscendo a far coesistere nello stesso film intimità raccolta e pedinamento realista, dolcezza e crudeltà.
Certo, la scelta di fare della splendida e sofisticata Jennifer Connelly una barbona tossicodipendente sembra furba e in linea con una tendenza assai diffusa a Hollywood, ma qui siamo nel territorio del cinema indipendente e bisogna ammettere che, spettinata, sporca e magrissima, la signora Bettany è credibile nei panni di una donna allo sbando.  Per questo la macchina da presa si permette di indugiare sulle sue costole e sulle sue braccia nervose, perché è di un personaggio che si sta parlando, non della deliziosa bambina di C’era una volta in America.

Quelle braccia nel film riacquisteranno vigore grazie alle premure di un angelo nero, un uomo misterioso e dallo sguardo dolente che ha militato in una cellula terroristica.
Ecco, in Shelter si affronta anche lo scomodo tema delle nefaste conseguenze dell’integralismo, ma il regista ci tiene non giudicare il credo altrui, e lo dimostra filmando i momenti di preghiera con silenzioso rispetto.

A volte eccessivamente stilizzato e affidato a un modo di girare che strizza troppo l’occhio al cinema di Darren Aronofsky, il film non perde mai di vista nemmeno il cinema americano degli anni ’70, alla cui texture sgualcita e ruvida fa spesso riferimento. Queste influenze incrociate a volte tolgono spontaneità a Shelter, che così fatica a trovare una sua piena identità.

Resta il contenuto forte del sogno americano infranto di cui abbiamo parlato all’inizio. Nonostante Barack Obama – avverte il film – gli States sono rimasti un mondo impietoso. Se precipiti in fondo al tunnel, o arriva un padre ricco a salvarti, o ricorri a comportamenti aberranti, oppure soccombi. L’amore salva l’anima, sì, nel senso che porta alla redenzione, ma oggi come oggi questo non basta più.
Paul Bettany mostra di saperlo, nonostante i romantici fiocchi di neve che accompagnano alcune sequenze finali e nonostante i muscoli niente affatto da senzatetto di Anthony Mackie.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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