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Sandra Bullock, Julia Roberts e Kate Winslet sulla disparità sessuale a Hollywood

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Il caso aperto da Jennifer Lawrence continua a far discutere, ma non è solo una guerra tra ricchi

Sandra Bullock, Julia Roberts e Kate Winslet sulla disparità sessuale a Hollywood

Sandra Bullock, Julia Roberts e Kate Winslet intervengono sulla questione della disparità sessuale di trattamento, economico e non, vigente a Hollywood e denunciata da Jennifer Lawrence più o meno un mese fa.

La più dura è la Bullock. "E' una questione più grossa dei soldi. Ora ci stiamo concentrando sui soldi, ma sono una conseguenza. Continuo a chiedermi: perché nessuno si fa sentire e dice che alcune cose non andrebbero dette a una donna? Siamo prese in giro e giudicate nei media e negli articoli. Negli articoli gli uomini sono descritti in modo diverso dalle donne, c'è una grossa differenza. Io faccio sempre questa battuta: ora camminiamo sul red carpet, a me chiederanno del vestito e dei capelli, mentre all'uomo accanto a me chiederanno della sua interpretazione e di questioni politiche. Una volta che cominceremo a considerare le donne non come inferiori, la disparità di trattamento economico si risolverà in automatico."
L'attrice prosegue raccontando di essersi sentita apertamente umiliata sul set per discriminazione solo una volta, "una decina d'anni fa" (non fa nomi nè titoli). "Mi aprì gli occhi, perché non era solo una questione di uomini contro le donne. Molto veniva anche dalle stesse donne. [...] Sei felice di lavorare, quindi ingoi il rospo, specialmente in questo ambiente. Solo l'1 o il 2% di noi lavora, non mi faccio guidare dai soldi, nella maggior parte dei casi m'è andata bene. Ma i soldi sono solo una conseguenza. Come lo spieghi a tuo figlio che l'Equal Rights Amendment non è mai stato approvato?"

Più cauta e paternalista Julia Roberts, forse perché consapevole di essere stata a Hollywood la prima attrice ad aver superato il cachet di 25 milioni di dollari (per Mona Lisa Smile). Loda la forza di spirito di Jennifer Lawrence ma si mantiene sul vago: "Ha una tale energia, sembra che dica quel che pensa, è grandioso. Credo sia fantastico scuotere il sistema, dire: scusatemi, io sono qui, so qualcosa, mi frustra, perché succede?"

Spiazzante invece la freddezza in merito di Kate Winslet, che peraltro si batte da sempre per un'immagine femminile non allineata a canoni imposti. "Mi mette un po' a disagio, anche se capisco perché si fanno sentire. Forse è una cosa inglese. Non mi piace parlare di soldi, è un po' volgare, no? Questi discorsi mi sorprendono, a essere onesta, semplicemente perché mi sembra una conversazione strana da portare avanti a porte aperte, in pubblico. Sono una donna molto fortunata, sono felicissima di come le cose mi stanno andando." E sulla discriminazione è liquidante: "Sono perfettamente in grado di far sentire la mia voce, ma non ho mai pensato di dovermi farmi sentire perché sono una donna."

Inglesismi a parte, il problema esiste a tutti i livelli. Il fatto che di recente sia stato sollevato da Jennifer Lawrence ha forse distratto sui contenuti della problematica sia la stessa stampa, sia il pubblico: non solo la star è celebre per le sue uscite "ruspanti", ma l'idea stessa di discutere di soldi in tempi di crisi, quando il dibattito parte da persone comunque ricche, mina inevitabilmente un coinvolgimento serio delle masse, sessiste o meno. Non a caso la Bullock sopra cerca di ricondurre l'attenzione dov'è necessario.

Anche perché ci sono altre specializzazioni del mondo dello spettacolo in cui le donne faticano ad entrare. E non si parla di paghe da capogiro, ma proprio di assunzioni. Per esempio l'organizzazione Women in Animation ha avviato un programma per finanziare cortometraggi d'esordio e dare così lavoro alle tante artiste che studiano per lavorare nell'animazione, senza riuscire ad avviare una carriera. Nonostante infatti il parco studenti delle accademie di questo tipo sia costituito in maggioranza da donne, nel campo dell'animazione rappresentano solo il 20%-25% della forza lavoro.
La Disney tra gli anni Trenta e Quaranta respingeva le domande di donne nel reparto animazione, perché non in grado di garantire una continuità di presenza, per via delle gravidanze e di matrimoni che spesso all'epoca le portavano a lasciare il lavoro. Disney infatti preferiva incanalare le donne nel dipartimento inchiostrazione e coloratura, dove l'apporto del singolo pesava meno, salvo poi capitolare di fronte a personalità irrinunciabili come la designer Mary Blair e l'animatrice Retta Scott. Attualmente la situazione sta cambiando anche in quell'ambiente: Jennifer Lee ha scritto e codiretto Frozen, Jennifer Yuh è stata regista unica di Kung Fu Panda 2, Brenda Chapman ha codiretto Brave. Ma a quanto pare non abbastanza.

Per completare il quadro, vi rimando alle recenti dichiarazioni, su questo e altri argomenti correlati, di Kathleen Kennedy, presidente della Lucasfilm, nonché incontestabilmente una delle donne più potenti a Hollywood in questo momento.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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