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Sala vs Streaming: le tante distrazioni di casa inquietano i filmmaker in vista delle nomination agli Oscar

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Quanto incide sulla visione di un film l'ambiente in cui lo vediamo? Autori e produttori temono che i membri votanti dell'Academy siano stati vittime delle distrazioni domestiche nell'ultimo anno con le sale chiuse.

Sala vs Streaming: le tante distrazioni di casa inquietano i filmmaker in vista delle nomination agli Oscar

"Mi manca il cinema perché quando ti siedi in sala non c'è niente che tu debba fare eccetto vedere il film".
Che effetto ci fa leggere questa frase? La capiamo all'istante o non siamo sicuri di quale sia il sottotesto?
Non l'ha pronunciata nessuno in particolare, ma siamo in molti ad avere in testa quel pensiero, a formularlo in quel modo o in un altro. Silenti o a voce alta.
La questione è delicata, soprattutto in questi tempi di Covid-19, e riguarda il rapporto che ognuno di noi ha con la visione di un film. Al cinema si va per una e una sola ragione: vedere sul grande schermo una storia che inizia, evolve e si conclude. Non c'è nient'altro da fare se non questo, a parte forse sgranocchiare i popcorn. Salire a bordo e lasciarsi trasportare dal fiume della narrazione, navigare sulle emozioni senza avere paura di immergersi. Guardare un film in una sala buia, con la vaga percezione che altre persone siano intorno a noi, è un'esperienza collettiva e individuale allo stesso tempo.
Guardare un film in streaming in un ambiente domestico non è la stessa cosa. Produttori, autori e registi lo sanno bene.

La dominante di un film proiettato in una sala cinematografica è la sua esistenza che prescinde dalla nostra presenza. La proiezione è l'evento, dettato da un preciso orario che determina l'inizio dell'esperienza. Esserci o non esserci è una nostra decisione, ma la sacralità del rito resta intatta e la funzione ha luogo comunque.
Ciò che ha di sacro il salotto di casa, invece, è il divano, ancor più dello schermo televisivo. L'esperienza è rovesciata perché siamo noi a decidere se e quando farla partire, e sta a noi definirne la ritualità, secondo il più o meno morboso, viscerale, necessario rapporto, di cui sopra, che abbiamo con la visione di un film.
Al cinema, quando la storia inizia, mettiamo in pausa la vita intorno a noi. A casa è il film a doversi adattare, scendere a compromessi con le tante possibili distrazioni e sta a noi proteggerlo nel nostro stesso interesse.

Certamente non siamo tutti ossessionati dal cinema, non lo sono nemmeno i 10 mila membri votanti dell'Academy Awards. Tanti sì, ma non tutti, ed è questo a terrorizzare i filmmaker per le nomination agli Oscar che saranno annunciate il 15 marzo 2021. È vero che sono anni che l'Academy invia i cosiddetti DVD screener dei film candidabili a casa dei propri membri. Nella lettera allegata, però, c'è sempre stato l'invito a vederne il più alto numero possibile in una sala, prima vera destinazione dell'opera cinematografica.
Ora esiste una piattaforma streaming privata per agevolare le visioni la quale, con la nefasta annata 2020, è stata l'unica modalità di fruizione per la maggioranza dei votanti. Autori e produttori temono che la valutazione dei loro film sia viziata dalla perdita della ritualità della sala e probabilmente troppo compromessa dai limiti e dalle interferenze di casa.

Quant'è la dimensione dello schermo del salotto?
O forse è il monitor di un computer portatile il mezzo deputato alla visione?
O peggio il display di un tablet?
Le luci intorno sono spente, soffuse o accese?
Sono presenti persone che non stanno partecipando al film?
Lo smartphone è a portata di mano?
Le notifiche sono attive?
L'impulso di controllarlo con quale frequenza si manifesta?
Arrivano telefonate sul fisso?
Un rider potrebbe suonare alla campanello per il food delivery ordinato un'ora prima?
I bambini stanno facendo chiasso?
La vicina del piano di sopra è rientrata in casa e non ha ancora tolto le scarpe col tacco?
Il gatto farà gentilmente sapere di avere fame tra il primo e il secondo atto?

Sono domande applicabili anche a noi che non votiamo, se non sul fronte commerciale attraverso il gradimento interpretato, in termini di quantità, dai logaritmi delle piattaforme e dai commenti che animano i social media. È vero che un film con un alto potenziale artistico può mantenere la sua forza qualunque sia il modo in cui lo si veda. Ma è vero anche che alcune storie vogliono essere vissute, assorbite ed elaborate ben oltre la fine, senza che quei maledetti suggerimenti di altri film compaiano due secondi dopo i titoli di coda. E ci costringano bruscamente a tornare alla realtà per cercare il telecomando e spostare il cursore su "voglio vedere i titoli di coda, santo cielo".
Noi aspettiamo, ma per cortesia, appena sarà possibile, ridateci la sala cinematografica.

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