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Safe House: Daniel Espinosa, Denzel Washigton, il waterboarding fatto sul serio e le liti con la produzione

Perché è improbabile che il regista svedese di origini cilene approdi presto su Netflix?

Safe House: Daniel Espinosa, Denzel Washigton, il waterboarding fatto sul serio e le liti con la produzione

Dopo un paio di film passati mediamente inosservati, il regista svedese Daniel Espinosa fece il botto con la sua opera terza, Snabba Cash, teso noir metropolitano che raccontava le vicende oscure e violente di un giovane uomo che frequentava l'upper class di Stoccolma non potendosela permettere, e finendo con l'invischiarsi nel traffico di cocaina per finanziare lo stile di vita richiesto dalla sua ambizione e da una ricca ragazza appena conosciuta,
Uscito nelle sale di Svezia nel gennaio del 2010, Snabba Cash fu un immediato successo di pubblico e critica (tanto che in patria ne sono poi stati realizzati due sequel), e quando venne presentato al mercato del Festival di Berlino il mese successivo attirò immediatamente l'attenzione dei più importanti distributori internazionali. Tra questi, l'allora solidissima e potentissima Weinstein Company, che se ne assicurò rapidamente i diritti a suon di dollari. Il film uscì quindi anche negli Stati Uniti, e fu così che una Hollywood storicamente sempre affamata di nuove linfe, anche estere, spalancò le sue porte dorate a Espinosa.
Ecco che di lì a un paio d'anni, Espinosa firmò il suo primo film hollywoodiano, l'action spionistico Safe House, nel quale Denzel Washington è un agente della CIA gone rogue che finalmente l'Agenzia riesce a riacciuffare in Sudafrica, portandolo in una "casa sicura" per interrogarlo e capire quali segreti avesse venduto a chi. Solo che poi arrivano mercenari disposti a mitragliare tutti per evitare che Denzel parli, e allora la recluta Ryan Reynolds lo aiuta a fuggire, e al suo fianco è costretto a rivedere tutta la sua concezione del bene e del male.

Ci sono scene, in Safe House, in cui il personaggio di Washington è sottoposto all'oramai famigerata pratica del waterboarding, una forma di tortura diventata tristemente nota dopo l'11 settembre, per via dell'uso indiscriminato attuato dalla CIA coi sospettati di terrorismo. Per Espinosa, il cui nome potrebbe far intuire che non è diretto discendente dei vichinghi, e il cui padre venne torturato in Cile durante la dittatura di Pinochet, era particolarmente importante che queste scene fossero realistiche, tanto da chiedere a Washington di sottoporsi per davvero (anche se per tempi brevissimi, assai più brevi di quelli di una vera sessione di "interrogatorio") a questa pratica che regala la rassicurante sensazione di morire affogato.
Washington acconsentì a farlo, e questo va chiaramente interpretato come un chiaro segno del legame di stima e fiducia che intercorse tra l'attore e il regista sul set.
Proprio Espinosa, in un'intervista al sito Deadline, dichiarò di aver avuto "uno splendido rapporto con Denzel, che è sempre stato molto gentile e mi ha sempre supportato [...] forse perché ero giovane, e gli piaceva il mio film. O forse per le mie origini latine, sapendo che entrambi veniamo da minoranze che di solito non hanno molto spazio nell'industria."
Chissà se dietro a queste dichiarazioni non ci sia anche un implicito ringraziamento di Espinosa a Washington, che secondo quanto riportano i trivia di IMDb gli ha salvato il posto di lavoro: pare infatti che tra regista e produttori corresse pessimo sangue sul set, e solo una clausola contrattuale che permetteva a Washington di poter avere l'ultima parola sul regista con cui lavorare permise allo svedese di rimanere dietro la macchina da presa.
Una nota a margine: produttore di quel film era Scott Stuber, che è attualmente a capo delle produzioni cinematografiche originali di Netflix. A questo punto, pare improbabile che Espinosa possa prossiamente girare un film per il colosso dello streaming.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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