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Ron Howard: 5 film per i suoi 60 anni

Per festeggiare il 60esimo compleanno di Ron Howard, abbiamo fatto scegliere ai nostri redattori un film che amano.


Sarà banale, ma è così.
Sembra ieri che, in braghine corte, sedevamo davanti alla tv per guardare "Happy Days", per appassionarci alle storie di Fonzie e del suo fidato e secchionissimo amico Richie Cunningham. Invece di anni ne sono passati, e parecchi. 

E però, tutto è ancora vicino, tutto è ancora attuale: e mentre a Palazzo Chigi siede oggi un ragazzo che col l'assonanza con Fonzie ha furbamente fatto un punto di forza e promozione, facendosi fotografare con quel giubotto di pelle, oggi (proprio in senso letterale) compie 60 anni l'attore che grazie a Cunningham è divenuto tanto famoso da poter poi inaugurare una lunga e proficua carriera da regista.

Per festeggiare il 60esimo compleanno di Ron Howard, noi della redazione di Comingsoon.it abbiamo scelto ognuno un film che amiamo della sua filmografia: ecco quali sono i nostri titoli del cuore, e il perché lo sono.

 

 

Antonio Bracco ha scelto: Cocoon

Uno dei pochi film con personaggi anziani facilmente apprezzabile da un pubblico di qualunque fascia di età. L'elemento science-fiction aiuta, ma i temi trattati sono universali e le priorità di quei vecchietti diventano facilmente quelle di chi guarda. Immortalità ed eterna giovinezza, chi non le vorrebbe conquistare? Ma a parte la favola di cui commedia, fantasy e dramma sono inquilini in convivenza simbiotica, Ron Howard accende la luce in quella stanza, la sala d'attesa nella quale un giorno entreremo quando saremo vecchi, dove parleremo dei reciprochi acciacchi, avremo paura e tireremo le somme. Cocoon permette di sbirciare all'interno di un luogo in cui, anche senza bozzoli alieni, ci si può divertire prendendo la vita per il verso giusto.

 

 

Mauro Donzelli ha scelto: Frost/Nixon

Tutto cominciò con la televisione per Howard. Il suo Richie Cunningham nella serie culto Happy Days ha segnato la sua carriera che poi ha preso vie diverse, consacrandolo come uno degli artigiani di Hollywood. Motivo per cui non stupisce che il suo miglior film (a mio
parere) sia proprio un racconto di come la televisione si confronta con un'altra messa in scena, quella politica. Parlo di Frost/Nixon e del duello fra due personaggi lontani anni luce: da una parte l'unico Presidente della storia americana costretto a dimettersi, dall'altra un conduttore televisivo di programmi leggeri, quando non trash, come David Frost. Diventano compagni di viaggio per caso, entrambi per la voglia di togliersi di dosso un'etichetta che non accettano. Howard qui dimostra la sua saggezza di shooter; si mette al servizio di un'ottima sceneggiatura di Peter Morgan (tratta da una sua pièce) e
punta su due attori di gran classe come Frank Langella e Michael Sheen. Nel continuo oscillare della sua carriera fra cinema commerciale e velleità più autoriali qui raggiunge il suo equilibrio massimo, dando potenza cinematografica al solo processo pubblico, seppur televisivo, che una delle figure più ambigue dell'America del Novecento abbia mai dovuto subire.

 

 

Federico Gironi ha scelto: Fuoco assassino

A me piacciono molto, i pompieri. Sarà che da piccolo, oltre a Happy Days, guardavo sempre anche il draghetto Grisù. Sarà che ho sempre avuto una passione per il fuoco, che guarderei per ore. Ma insomma, ho sempre pensato e penso tutt’ora che Fuoco assassino sia una delle cose migliori prodotte dal Ron Howard regista, molto più di acclamate trombonate che hanno ottenuto Oscar e riconoscimenti. Fuoco assassino è un filmone affascinante, avvincente, che prende il meglio e lascia il peggio del muscolarismo e del machismo anni Ottanta, un film dove lo spirito retorico di Howard trova una delle sue migliori applicazioni e dove per la prima volta il regista trova la giusta chiave formal-spettacolare, gettando le basi per tutti i Rush a venire. E poi ci sono Kurt Russell e Scott Glenn nei panni di vigili del fuoco rudi e ruvidi, un Robert De Niro pre-smorfie in quelli dell’”ombroso” esperto, un sublimemente diabilico Donald Sutherland in quelli dello spiritato piromane. Senza contare la presenza sempre gradita di Rebecca De Mornay. Non manca l'aneddoto autobiografico: quando lo andai a vedere al cinema, saltò la luce in tutto il quartiere. Feci allora tappa a casa dell'amico che lo vedeva con me, e che abitava a pochi metri. Ma dopo cinque piani di scale a piedi con lo Zippo acceso in mano, poggiare il pollice sulla rotella arroventata mi causà una scottatura zigrinata che rimase lì per mesi.

 

 

Domenico Misciagna ha scelto: Attenti a quella pazza Rolls Royce

Non credo di poter paragonare le nostre arene di un tempo ai drive-in americani. Credo però che l'atmosfera involontariamente trash delle reti private nostrane fosse più vicina a quell'idea di intrattenimento: grindhouse del tubo catodico, con interruzioni pubblicitarie continue e miti locali impegnati a pubblicizzare ipermercati scalcinati. Ho conosciuto lì il Ron Howard regista, proprio con il suo esordio, scritto con suo padre Rance (!), costato 600.000 dollari e girato in due settimane, estorto al mitico Roger Corman in cambio della sua partecipazione attoriale a un altro film. Una rete privata pugliese non faceva che proporre Attenti a quella pazza Rolls Royce, commedia d'azione figlia degli anni Settanta: storia d'amore action-romantica-demenziale con lo stesso Ron e Nancy Morgan, piccioncini in fuga sulla Rolls del padre di lei. Caratteristi a mitraglia, umorismo idiota e una caratteristica che colpì la mia immaginazione da bambino: auto che sfrecciavano, saltavano, sgommavano e soprattutto si sfasciavano. Un sacco. Tre anni prima dei Blues Brothers. Il montaggio è di Joe Dante, e ho detto tutto. Uno di quei film che ti fa pensare che il cinema è un gioco.

 

 

Carola Proto ha scelto: Splash - Una sirena a Manhattan

Splash – Una sirena a Manhattan è uno di quei film che ci riportano ai gloriosi anni'80, epoca di benessere economico, della musica dei Cure e dei Duran Duran, e di commedie rassicuranti nel loro ineccepibile andamento narrativo e nell'uso perfetto di attori protagonisti e caratteristi di notevole spessore.
Del terzo film da regista di Ron Howard, che lancia un giovane Tom Hanks, ricordo con affetto soprattutto John Candy, che interpretava il fratello del protagonista. Mi divertiva anche il personaggio della sirena che prendeva il nome Madison da una delle avenue più prestigiose di Manhattan. All'epoca il nudo di Daryl Hannah fece scalpore, anche se, essendo molto pudica, l'attrice pretese di coprire alcuni punti nevralgici con cerotti color carne.
Rivedendo il film tempo fa, ho sorriso di fronte alla purezza del sentimento amoroso fra Allen e la sua sirena e alla naturalezza con cui l'elemento fantastico si mescolava al realismo di una storia di ambientazione metropolitana. E poi nel cast c'era il meraviglioso Eugene Levy, noto ai più come il papà “sopracciglioso” di American Pie...

 

 

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