Robert Redford esce di scena con The Old Man & The Gun

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Robert Redford esce di scena con The Old Man & The Gun

"Non voglio essere una storia", diceva Robert Redford nei panni di Sonny Steele a Jane Fonda ne Il cavaliere elettrico, spiegando il suo desiderio di non diventare merce da media e svelando un carattere schivo e una natura ruvida. Ebbene, caro Mr. Sundance Film Festival, sappi che nella realtà sei diventato ben più di una storia. Dopo un'infilata di decine e decine di film, ti sei trasformato in una vera leggenda dai capelli ancora color miele e dal viso sgualcito che in ogni ruga rivela un'esperienza, un ricordo e una sfida. Quindi, oggi che hai deciso di dare l'addio alla recitazione con The Old Man & the Gun (appena candidato ai Golden Globes 2019 per il miglior attore protagonista e nei cinema italiani dal 20 dicembre), ci permettiamo di parlarti in prima persona e di ringraziarti per aver dato corpo e personalità alla fabbrica di sogni che per noi è il cinema, non quello studiato all'università e negli anni di giornalismo,non quello fruito con la disillusione di chi mastica per mestiere dieci film alla settimana e quindi sospende eccome la propria incredulità, ma quello trangugiato in età infantile e adolescenziale, in tempi in cui I tre giorni del Condor appariva incomprensibile ed era meglio immedesimarsi nella bruttina sexy Katie Morosky di Come eravamo (come ci commuove ancora la battuta di Hubbel "Non molli mai"!) o fantasticare di trasformarsi in Karen Dinesen innamorata ne La mia Africa del pilota Denys Finch Hatton.

Grazie, innazitutto, caro Robert, per aver inventato, creando una comune di artisti in mezzo alle montagne e poi un festival, il cinema indipendente, senza il quale difficilmente resisteremmo al bombardamento di popcorn movie e cinecomic e che negli anni ci ha portato a conoscere Le Iene e Sesso, bugie e videotape, per citare soltanto alcuni must. Grazie per aver diretto Gente comune, giudicato sulla carta deprimente ma poi arrivato a tre Oscar, compreso quello per il miglior regista. E grazie per aver incarnato la malinconia e le illusioni infantili del personaggio più bello inventato da Francis Scott Fitzgerald: il Jay Gatsby de Il grande Gatsby, uomo bellissimo dal costume a righe ossessionato dall'incostante donna-bambina Daisy e maestro di stile e classe.

Sei sempre stato un buon runner, Bob, il miglior lanciatore e battitore di sempre, un battitore libero, certo, nella vita e nel baseball, sport nazionale per eccellenza che da giovane ti ha fatto vincere una prestigiosa borsa di studio all'università. Da lì ti hanno cacciato, ahiahiahi, perché eri piuttosto indisciplinato e incline al bere, ma in fondo hanno fatto bene, perché poi hai girato l'Europa e a Parigi hai condotto un'esistenza bohemienne, dipingendo e leggendo poesie, mentre a casa avevi lasciato jazz & booze, oltre al dolore per la perdita di tua madre. Durante il soggiorno nel vecchio continente, hai anche capito e conosciuto il mondo lontano dagli USA - la guerra in Algeria, in primis - e solo fra i caffè, le gallerie d'arte e i boulevards hai compreso a pieno gli Stati Uniti, e li hai visti meno sani di quel che erano e sono. E ti sei chiesto molti perché. E, attraverso i film che hai interpretato e diretto, hai raccontato la zona grigia del tuo paese, intrufolandoti, a dispetto della tua faccia da pretty boy e del tuo ciuffo biondo da "bravo ragazzo ariano", fra le crepe di un sistema forse meno corrotto di altri, ma comunque in contrasto con la tua onestà di pioniere del West e con il tuo idealismo robusto, sano invece che cariato da uno zuccheroso buonismo.

Grazie per averci mostrato il rovescio della medaglia del sogno americano, insomma, dear Robert, raccontando il buon giornalismo e il Watergate in Tutti gli uomini del Presidente e girando il più che dignitoso Quiz Show. Grazie per aver chiesto alla Warner Bros. di cimentarti ne Il candidato, presentandolo come un film su una campagna elettorale basata più sull'estetica di un senatore dall'aspetto gradevole che sulla sua sostanza politica. Ci piace che tu abbia difeso i nativi americani minacciati nella loro terra, intramontabile Johnny Hooker de La stangata, una terra che hai percorso migliaia di volte a piedi e a cavallo, e che hai vissuto e respirato in Corvo Rosso non avrai il mio scalpo, antesignano di Revenant cordialmente detestato dai guru della critica Rogert Ebert e Pauline Kael, penna feroce di Hollywood e donna implacabile a cui tu, giustamente, in un'occasione hai rifiutato un drink.

Diciamocelo: nessuno mai ha saputo "indossare", come hai fatto tu, gli iconici occhiali a goccia, sfoggiati nei momenti liberi e sul set de I tre giorni del Condor, il tuo film che adesso preferiamo e di cui non dimenticheremo mai la tua prima apparizione "in scena": a cavallo di una bicicletta in mezzo alle strade trafficate di Manhattan, con un berretto in testa e i jeans a zampa di elefante. Che film, Bob! che film sublime! Uno dei 7 che hai girato con l'uomo buono Sydney Pollack, amico di una vita a cui hai pensato quando, nel 2008, all'indomani della morte di Paul Newman, hai voluto dire: "Mentre ci dirigiamo tutti verso la stessa stazione, dobbiamo pensare a una frase di T.S. Elliot: l'unica cosa a cui possiamo ambire è cercare di fare del nostro meglio, il resto non ha nessuna importanza".

Paul Newman: che bella coppia che formavate. E pensare che per Butch Cassidy lui voleva Jack Lemmon… Che peccato che A spasso nel bosco non sia diventato la vostra ultima occasione per lavorare ancora insieme. Che bello sarebbe stato per voi sgambettare in mezzo alla natura. A proposito di rimpianti, c'è un film, uscitonell'autunno del 2016 e intitolato American Pastoral, che anni fa sarebbe stato perfetto per te, perché leggendo il libro di Roth che l'ha ispirato e lasciandoci stringere il cuore in una morsa man mano che la dolorosa storia andava avanti, era sempre a te che pensavamo cercando di dare un corpo e un volto allo Svedese.

Grazie per All is Lost, Mr. R.R., nel quale quel J.C. Chandor di cui avevi selezionato per il Sundance Margin Call ti ha fortemente voluto, rispettando il tuo desiderio di non ricorrere a controfigure. Sei stato grande in quel film di sopravvivenza, che hai retto interamente sulle tue spalle, riservandoti lo squisto piacere di pronunciare un'unica parola, un sonoro "fuck" gridato contro la sorte avversa e forse contro quel produttore che, vedendoti fuori da uno Studio all'inizio degli anni '60, disse: "Malibu pullula di ragazzi così, basta tirare un bastone dalla finestra e ne colpisci dieci". E grazie, infine e ovviamente, per The Old Man & the Gun, che abbiamo visto con piacere e commozione all'ultima Festa del Cinema di Roma, notando con soddisfazione che, a 82 anni, sai ancora come sedurre una donna... e come rapinare una banca.

Buon riposo dal cinema Robert Redford, uomo integro e pacato, grande attore e ottimo regista, persona riservata e ritardatario cronico. Per festeggiare lil tuo congedo dai set non ti inviamo biancheria intima per posta come facevano le tue fan sul finire degli anni ’70. Più professionalmente ti dedichiamo una photogallery, che rende omaggio a una carriera lunga e di soddisfazione.



Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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