Return to Montauk: recensione del dramma di Volker Schlöndorff con Stellan Skarsgård in concorso alla Berlinale 2017

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Return to Montauk: recensione del dramma di Volker Schlöndorff con Stellan Skarsgård in concorso alla Berlinale 2017

Sono stati anni complessi per la carriera di Volker Schlöndorff, il quale sembrava aver smarrito le qualità che lo avevano proposto fra i registi europei di primo livello, per film come Il tamburo di latta, palma d’oro a Cannes nel 1979. Giunto ai tre quarti di secolo, però, ha ritrovato la chiave del suo sguardo umanista sull’Europa nel momento più basso della sua storia, con il folgorante Diplomacy, per affacciarsi ora nel nuovo mondo, ma con un animo profondamente europeo, nel melodramma Return to Montauk. Per una volta senza riferimenti politici o ambizioni letterarie: semplicemente una storia d’amore. Parzialmente ispirato dalla sua vita, come lui stesso ha dichiarato, è il racconto di uno scrittore di successo scandinavo, Max Zorn, di casa a Berlino, in arrivo a New York per presentare il suo nuovo libro, un romanzo in cui ci sono molti elementi che rimandano a una sua storia di quindici anni prima con una donna tedesca, che farà in modo di reincontrare in quei giorni di ritorno newyorkese.

Schlöndorff sembra avere le idee chiare su come qualsiasi romanzo sia un romanzo autobiografico, liquidando il dubbio posto nel film al suo protagonista con un sorriso. Una storia che riecheggia il romanzo di Max Frisch, Montauk, in cui un uomo ripercorre la sua vita a partire dalla fugace storia d’amore di un fine settimana nella località dello stato di New York. Il film è dedicato allo scrittore svizzero, mentre la sceneggiatura è un lavoro originale del regista tedesco, con il contributo dell’irlandese Colm Tóibín, uno dei maggiori narratori di lingua inglese, recentemente nominato all’oscar per la sceneggiatura di Brooklyn. Sono presenti molti temi a lui cari come l’esilio.

Return to Montauk è innanzitutto una storia d’amore, o meglio il rimpianto di un uomo sempre altrove rispetto a dove sarebbe dovuto essere: accanto alle donne della sua vita. In questo diventa una storia di fantasmi rincorsi, di amori mai vissuti fino in fondo. Lo dice lo stesso protagonista guardando noi spettatori nella primissima scena del film: la vita è fatta di errori fatti che si tramutano in rimpianti e di decisioni non prese, che si tramutano anch’esse, comunque, in rimpianti.

Un manifesto malinconico in un film nostalgico, in cui chiunque può leggere una storia mai vissuta fino in fondo, degli errori compiuti, dei tempi sbagliati, o semplicemente (e tragicamente) l’incapacità di riconoscere l’amore della propria vita, perché arrivato troppo presto. Banale e lacerante come ognuna delle volte in cui vorremmo riportare indietro le lancette di un orologio. Lo scrittore sembra però non volersi arrendere, aggrappandosi alla speranza di tornare indietro a quei giorni vissuti nella suggestiva cornice di Montauk, alla fine di tutto, punta estrema di Long Island, rigorosamente fuori stagione. Un luogo dell’anima così vicino a New York, ma anche tanto lontano da sembrare all’altro capo del mondo, in cui Jim Carrey e Kate Winslet si davano appuntamento in Se mi lasci ti cancello, e più recentemente si incontrano i protagonisti della serie televisiva The Affair.

Le donne del film sono personaggi più maturi e consapevoli, mentre il protagonista è schiavo dei propri errori, delle proprie gelosie e dei suoi egoismi, in un film che non si regala scorciatoie, ma ha il sapore amaro della vita reale. Commovente e problematico, regala dei dialoghi ricchi e profondi, insieme a interpreti di grande spessore come Stellan Skarsgård e l’ottima attrice tedesca Nina Hoss.


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