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Recensione - L'épine dans le coeur, il documentario di Michel Gondry presentato a Cannes 2009

Fuori concorso, Michel Gondry ha presentato a Cannes un piccolo (ma non tanto piccolo) documentario dedicato alla figura di sua zia Suzette. Quello che superficialmente potrebbe apparire solo un filmino da cineteca strettamente familiare, in realtà riesce ad essere un ritratto lieve ma incisivo di storia e sentimenti umani.


Recensione di L'épine dans le coeur, il documentario di Michel Gondry presentato a Cannes 2009

Fuori concorso, Michel Gondry ha presentato a Cannes un piccolo (ma non tanto piccolo) documentario dedicato alla figura di sua zia Suzette. Quello che superficialmente potrebbe apparire solo un filmino da cineteca strettamente familiare, in realtà riesce ad essere un ritratto lieve ma incisivo di storia e sentimenti umani.

Suzette Gondry è una donna oramai anziana ma ancora piena di vita. Evitentemente, nella vita del nipote Michel deve aver contato parecchio, dato che il regista francese ha deciso di ritagliarsi del tempo tra un impegno hollywoodiano e un videoclip per dedicarle un documentario sensibile e affettuoso.

Partendo da un pranzo di famiglia di cui Suzette diventa immediatamente protagonista, Gondry ci porta con lui alla scoperta della vita della zia, maestra elementare in numerosi piccoli e piccolissimi centri della Francia dal 1952 al 1986. Facendo tappa in ogni scuola e paese dove Suzette ha insegnato, il nipote ne ricostruisce la storia, incrociandola a volte con quella della Francia (come quando Suzette racconta dei primi anni Sessanta passati ad insegnare agli Harkis (algerini musulmani ma cittadini francesi rimpatriati dopo la guerra d’Algeria). Ma L’épine dans le coeur è ancora più di questa pure gradevole e interessante ricognizione: nella vita di Suzette, la spina nel cuore del titolo è il rapporto appassionato ma conflittuale con il figlio Jean-Yves, personaggio bizzarro legato alla madre da un rapporto di dipendenza e insofferenza che si susseguono senza soluzione di continuità. Gondry pare arrivare alla scoperta delle origini delle difficoltà di questo rapporto quasi per caso, frugando tra le pieghe dei racconti della zia, lasciando emergere piccoli grandi segreti che vengono sempre trattati con toni lievi ma non per questo non incisivi e toccanti.

Il significato e il senso de L’épine dans le coeur travalica però il suo portato contenutistico grazie ad un approccio che, come tipico del regista, fa della liberazione naif della fantasia e della creatività la chiave per l’(auto)affermazione artistica. Sfruttando l’inesperienza di Suzette di fronte alla videocamera, ad esempio, Gondry gioca a disvelare ed abbattere le strutture formali del documentario e le sue finzioni di veridicità, intervallando poi il tutto in maniera episodica con immagini e situazioni giocose ed estemporanee: come nel caso del piccolo videoclip nel film (ricchissimo di musiche interessanti) che consiste nelle riprese di un gruppo di bambini alunni di una delle ex scuole di Suzette che il regista ha fatto vestire in modo tale da sembrare invisibili, tranne il capo, grazie al chroma-key.

Tutto l’insieme di questi elementi, formali e contenutistici, fa sì che L’epine dans le coeur che, proprio per il suo farsi forte e fiero dell’essere l’evoluzione di un “filmino di famiglia”, si ponga come un ripensamento (oggi quanto mai necessario) delle forme del documentario e delle forme dell’audiovisivo in generale. Un ripensamento coerente con l’idea di immagine in movimento i Gondry e rigorosamente “dal basso”.

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