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Ravenous: su Netflix c'è uno dei migliori film di zombie degli ultimi anni

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Viene dal Canada, mescola idee nuove alle regole di base del genere, e fa paura.

Ravenous: su Netflix c'è uno dei migliori film di zombie degli ultimi anni

Un prato, il bosco sullo sfondo, la nebbia. Sul prato, una sedia di legno. Vuota.
E poi, subito dopo, una pista di speedway per auto, un pilota che bacia una ragazza, e un’aggressione che anche se non è l’inizio di tutto, poco ci manca.
Comincia così, Ravenous, che trovate in streaming su Netflix e che è uno degli zombie movie più interessanti, inventivi e spaventosi degli ultimi anni. Comincia così, e poi ci presenta l’uno dopo l’altro i suoi protagonisti, sopravvissuti in cerca di sopravvivenza che per sopravvivere cercheranno di fare squadra.

Siamo in Canada, siamo nelle zone più rurali di uno dei paesi meno densamente popolati del mondo, e per fortuna, perché altrimenti Ravenous - che in originale suona Les Affamés, e che è stato presentato al Festival di Torino del 2017 - sarebbe finito molto presto.
Siamo in Canada, e si parla poco tutto sommato, perché gli zombie di questo film - che poi, come si usa fare di recente, non sono esattamente morti viventi, ma più genericamente e indistintamente “infetti”, ma che sono comunque affamati di carne e assetati di sangue - reagiscono principalmente ai suoni. Al rumore.
Quando non c’è rumore, quando non vengono attirati da qualche suono che tradisce la presenza di cibo umano, gli infetti se ne stanno immobili, nei prati, ai margini delle foreste, in piedi, come in catalessi. In piedi, immobili e in catalessi di fronte a enormi cataste di oggetti che hanno accumulato, e che sembrano dei totem per loro. Cataste di sedie, di porte, di bambole. Cosa significano? Non lo sappiamo.
I centri abitati sono oramai deserti, e portano i segni dell’avvenuta apocalisse: strade deserte, porte delle abitazioni aperte, incendi, oggetti sparsi sull’asfalto, mucche che pascolano sulle aiuole.

Ma l’azione di Ravenous è tutta al di fuori di quelle cittadine: è nelle strade di campagna, nei boschi, nei prati, nelle fattorie isolate. Lì seguiamo i nostri protagonisti: un uomo, un bambino, un vecchio, una donna. E altri. Un campione casuale ma rappresentativo dell’umanità sopravvissuta, ma solo fino a quel momento. Non sappiamo tutto di loro, solo quel che dicono, sussurrando. Non sappiamo le loro storie, né perché una ragazza porti sempre con sé una fisarmonica, né se quello strumento avrà un ruolo nella storia, e perché.
La natura, il mistero, il silenzio. L’ombra, la nebbia, l'attesa. La paura. E, a tratti, perfino le risate.

Robin Aubert, che il film l’ha scritto e diretto, racconta una storia semplice e essenziale, girata con la stessa economia ma con la capacità di giocare con la suspense ogni volta che ne provi la voglia, e questo accade spessissimo. Perché così com’è, semplice, lineare e quasi disadorno, Ravenous fa paura: regala tensione tanto quanto dei bei salti sulla poltrona.
E poi lo fa con furbizia, sì, ma anche con intelligenza, rispettando le regole fondative del genere, quelle che nessuno zombie movie che si rispetti può esimersi dal rispettare, a tutta una serie di invenzioni che aprono gli orizzonti del film e lo sguardo degli spettatori.  
La sospensione, il mistero del film, il suo giocare con il silenzio apre prospettive quasi alla Antonioni, mentre con una trama così tradizionale e così innovativa al tempo stesso, Aubert si può permettere di dare - con la stessa disinvolta sicurezza - un colpo al cerchio di un The Walking Dead e uno alla botte del capolavoro The Wicker Man, e di stemperare un gore che non si nasconde mai dietro un dito con qualche sfumatura di umorismo surreale.
E così via, dritti sparati fino al finale, al gran finale, che è un gran finale coi fiocchi.

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