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Rage - recensione del film di Sally Potter in concorso alla Berlinale 2009

Quello della britannica Sally Potter è un non-film, un’opera a cavallo tra sperimentalismo cinematografico e videoarte, con tutti i (tanti) limiti e i (pochi) pregi del caso. Notevoli comunque le interpretazioni.


Rage - recensione del film di Sally Potter in concorso alla Berlinale 2009

Nero.
Un cursore che inizia a digitare caratteri in bianco.
Così inizia Rage, il nuovo film di Sally Potter. Le scritte ci dicono che è tale Michelangelo a scrivere, e che inizierà col raccontare il suo primo giorno “dove delle persone mi spiegano l’importanza dei vestiti”. Da qui partono le immagini, dal gusto spiccatamente pop: una camera quasi fissa che intervista bizzarri personaggi che ruotano attorno ad una casa d’alta moda di New York, sullo sfondo di un blue screen che assume di volta in volta tonalità diverse ma sempre calde, squillanti e quasi fluo. Intervistati da Michelangelo (che capiremo dalle parole di chi intervista essere un teenager nero che utilizza le riprese su un sito web) passano lo stilista, una modella giovanissima e una affermata e transessuale, una critica di moda, il pr, un fotografo ex di guerra, la direttrice della maison, l’uomo che ne detiene la proprietà e molti altri ancora. Personaggi inizialmente tronfi e caricaturali, che diverranno via via più umani nel corso di sette giorni segnati da interviste e da sfilate caratterizzate da incidenti mortali. Personaggi che sono le tante ed uniche voci con le quali interpretiamo un contesto che la Potter non mostra mai.

L’operazione di Rage è chiaramente estrema, (derivativamente) sperimentale, ai confini con certa videoarte, nella quale la regista voleva dichiaratamente mettere alla berlina non solo o non tanto il mondo della moda, ma più in generale falsi miti della nostra cultura come la bellezza o il successo, e per converso il fallimento e le delusioni. Ma estrema è anche la scelta di far durare queste sue riflessioni per 99 minuti: francamente troppi, che finiscono per sfibrare anche la curiosità e la buona volontà di chi guarda.
Un peccato, forse, ché se fosse stato un corto (o persino un mediometraggio) Rage avrebbe funzionato assai meglio. È innegabile infatti che certi monologhi sono molto gustosi, specie nella prima parte, e che la qualità delle interpretazioni è davvero elevata: Judi Dench è bravissima, Jude Law nei panni della diva transex Minx (che parla all’inizio con accento russo) ha tutte le carte in regola per diventare un’icona queer, il fotografo di Steve Buscemi è un gran personaggio, e il francese Simon Abkarian (lo stilista Merlin) è simpaticamente caricato. Per non parlare dei primi piani mozzafiato della (vera) modella Lily Cole. A lungo andare però, parole, volti, estetica e iconografia stancano: Rage inizia a girare a vuoto, verso un finale scontato e probabilmente molto pretestuoso (come gran parte dell’operazione).

Ma in fondo Rage è un non-film, e come tale andrebbe preso. E, nonostante alcuni commenti, ha forse più senso oggi mettere in concorso ad un festival un non-film piuttosto che opere più convenzionali ma altrettanto noiose e/o fallimentari.

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