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Quando Max Von Sydow andò in crisi sul set dell'Esorcista

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Il difficile momento del grande attore che, da ateo, non riusciva a entrare nei panni di padre Merrin: il racconto di William Friedkin.

Quando Max Von Sydow andò in crisi sul set dell'Esorcista

Per chi scrive, che si innamorò del talento di Max Von Sydow quando lo vide in tv nel Settimo sigillo, il grande attore scomparso ieri è indissolubilmente legato al personaggio di padre Merrin ne L'esorcista, film a cui ho dedicato più di un libro e di un'approfondita analisi. Per il ruolo del prete archeologo Lankester Merrin, William Friedkin, da sempre grande conoscitore e amante del cinema europeo, non ha alcun dubbio: sa che Max Von Sydow, nonostante sia assai più giovane dell'età richiesta dal personaggio (ma a invecchiarlo di una trentina d'anni penserà il grande make up artist Dick Smith), è la scelta giusta. Eppure, ci sono ruoli con cui anche un attore della sua mostruosa bravura ha difficoltà ad entrare in sintonia.

Una volta arrivati sul set, infatti, iniziano i guai. Von Sydow proprio non riesce a pronunciare certe battute, soprattutto quando si tratta del rituale dell'esorcismo, perché, ateo convinto, non crede in Dio e dunque non sa dar loro la necessaria credibilità. Noi abbiamo sentito raccontare da Friedkin l'episodio in prima persona, e ve lo riferiamo nella versione riportata nel bellissimo libro di Thomas D. Clagett, "William Friedkin. Films of Aberration, Obsession and Reality", assicurandovi che è, alla lettera, quello che negli anni il regista ha ripetuto e confermato. Ovviamente lui lo racconta nel suo modo colorito, ma anche Von Sydow ha confermato l'accaduto in diverse interviste:

Max iniziò a sbagliare le battute. Le diceva in un modo che suonava ridicolo, peggio di un predicatore della domenica sera. Avevamo provato per settimane, e la scena adesso era terribile. Su una scena trascorremmo due giorni interi. Dissi a Blatty che non c'era niente di utilizzabile in queste riprese, che sul film c'era una maledizione diabolica, che Von Sydow non era in grado di interpretare quella scena. Ci riprovammo, e perdemmo un'altra giornata. Dissi a Blatty "credo che dovremo far morire Merrin non appena entra nella stanza". Dissi a Max che avrei chiamato Ingmar Bergman a dirigere quella scena, cercai di girarla senza nessuno della troupe sul set. Nel frattempo, Blatty riscrisse l'esorcismo. Alla fine, andai da Max. Il suo camerino era una specie di cella monastica, con la parola "aiuto" scritta sullo specchio. Buttai la sceneggiatura sul letto, lo afferrai per le spalle e dissi: "Ma che cazzo c'è che non va?". Lui rispose, "non credo in Dio e non credo in questo!". Io ribattei "Ma Max, hai interpretato Cristo ne La più grande storia mai raccontata!". E lui "Sì, ma l'ho interpretato come un uomo". Questo ruppe il ghiaccio. Ci abbracciamo, tornammo sul set e girammo la scena che è nel film.

A noi sembra una storia bellissima, tanto più che da quella scena così difficile per lui da interpretare è nata una delle sue performance più memorabili, per cui Max Von Sydow venne candidato al Golden Globe, anche se purtroppo non all'Oscar. L'Academy infatti si oppose verbalmente al film attraverso la voce di alcuni dei suoi membri più paludati (tra cui, ahimé, George Cukor e Robert Aldrich) e punì quello che era diventato (anche) un fenomeno di costume, senza rendersi conto di trovarsi di fronte a un moderno capolavoro. Anche se non ha mai vinto l'agognata statuetta e ha ottenuto due sole candidature, per Pelle alla conquista del mondo e Molto forte, incredibilmente vicino, il grande Max resterà comunque nel nostro cuore e nella storia del cinema per il carisma, la classe, l'eleganza e l'intensità che ha saputo infondere alla sua intera carriera di attore. 



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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