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Prove di libertà: da oggi al Maxxi il cinema in lockdown si mostra con le foto di Riccardo Ghilardi

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Durante il primo lockdown, il fotografo delle star Riccardo Ghilardi ha immortalato Roma, le sale chiuse e soprattutto gli attori e i registi del nostro cinema colti in attimi di tenera normalità. La mostra è a Maxxi di Roma dall'11 giugno al 6 luglio e poi si sposta agli studi di Cinecittà.

Prove di libertà: da oggi al Maxxi il cinema in lockdown si mostra con le foto di Riccardo Ghilardi

Nello spazio Extra del Maxxi di Roma, dall'11 maggio al 6 giugno, e poi negli Studi di Cinecittà fino a fine luglio, ci sono Anna Foglietta che salta davanti a una porta-finestra, Matteo Garrone che prende il sole in giardino sfoggiando un fisico invidiabile, Antonia Truppo che beve un calice di prosecco, Edoardo Leo in accappatoio, Alessandro Borghi che si allena, Stefano Fresi che innaffia il giardino di casa. Sono star del cinema che tutti conosciamo ma che Riccardo Ghilardi, fotografo dell'agenzia Contour by Getty Images, ha saputo raccontare nei lunghi, faticosi e stranianti giorni del primo lockdown. La mostra Prove di libertà ci restituisce la quotidianità di personaggi che siamo abituati a vedere sui red carpet o ai festival, e che un artista capace di catturare un'anima con un solo scatto e dotato di una virtù sempre più rara come l'empatia ha voluto mostrare alle prese con un'incertezza e una paura che ci ha reso tutti uguali, fra pantaloni della tuta, ciabatte, farina e lievito di birra nella credenza e paura del futuro. Accanto a Claudia Gerini, Marco Giallini, Paola Minaccioni e Paolo Genovese, Prove di libertà offre al visitatore le immagini di una Roma deserta e bellissima e di alcune sale cinematografiche della capitale che hanno dovuto chiudere i battenti ma che hanno riacceso le insegne per un fotografo che è anche un caro amico e che ha portato a termine un progetto di una potenza straordinaria, che ci ha ricordato i grandi maestri del Neorealismo.

Incontriamo Riccardo Ghilardi, compagno di tanti festival e di lunghe attese dell'attore di turno, qualche giorno prima dell'inaugurazione della mostra, e ci facciamo prima di tutto spiegare il perché del titolo Prove di libertà.
"La prima foto che ho scattato e che mi ha fatto venir voglia di uscire di casa è stata quella dei due ragazzi che si baciano sul tetto. Quando l'ho scaricata, l'ho inserita in una cartella che ho chiamato L'amore vincerà. Poi sono andato a vedere Roma, e la città mi è subito sembrata in bianco e nero, perché non c'era nessuno in giro, e in quel momento è nato il titolo del video che mostra il mio lavoro: No color without life. Mentre giravo per la città, ho pensato che desideravo raccontare il cinema attraverso gli attori, e così sono andato a citofonare ad Alessandro Borghi e, nei giorni successivi, ho fatto visita ad altri attori e a registi. La prima impressione che ho avuto, incontrandoli, era che stessero tutti cercando di non perdere in qualche modo l'allenamento. Ognuno di loro si stava preparando per qualcosa: studiavano copioni, si dedicavano a letture online. Tutti quanti si predisponevano, con una certa urgenza, a un ritorno alla normalità. E’ stato allora che ho pensato al titolo Prove di libertà per le fotografie dei personaggi del mondo del cinema.

E come mai l'intero progetto è diventato Prove di libertà?
Per me è stato fondamentale, fin dal principio, mescolare tutto. Nel libro della mostra le fotografie delle sale cinematografiche sono a parte, perché sono a colori, ma il racconto di Roma e della gente comune, dagli innamorati ai senza tetto, doveva confondersi con gli scatti degli attori e le immagini della città, perché era importante vedere facce che tutti conosciamo e rendersi conto solo in un secondo momento della loro notorietà.

Torniamo a Roma: dimmi del tuo primo incontro con la città in lockdown...
Il primo posto dove sono stato è Piazza del Popolo. Ero in Via Nicotera. Ho ho girato sul ponte, sono arrivato all'inizio del Muro Torto, che è sempre molto trafficato, e sono rimasto senza parole. Il mio precedente lavoro di vigile del fuoco mi ha insegnato che quando si presenta un problema, non resta che risolverlo. Invece, in quel frangente, non potevamo che aspettare e restare fermi. E allora per me muovermi diventava una specie di terapia psicanalitica, una maniera di occupare il tempo facendo il lavoro che amo e in più documentando un momento storico della mia città.

Credi di aver fatto un passo in avanti, professionalmente parlando, con Prove di libertà?
Senz'altro. In questo lavoro ho avuto un coraggio diverso, soprattutto con il cinema. E’ vero che molti attori e registi che ho immortalato sono amici, ma mi è venuta voglia di fotografare persone con cui non avevo mai lavorato, per esempio Elena Sofia Ricci. In quella situazione, non avevo il tempo per preoccuparmi di cosa avrebbe pensato di me un attore che non conoscevo, e questo mi ha reso, forse, un po’ più spregiudicato, e ancora più consapevole del fatto che il segreto per diventare un fotografo di cinema è trattare le persone di cinema come gente normale e non come star.

Ma com’è andata con Elena Sofia Ricci?
Pensa che mi ha chiamato lei per capire qualcosa in più del progetto e per complimentarsi dei provini che le avevo mandato. Altra cosa bellissima e micidiale è stata che nessun attore o attrice mi ha chiesto di vedere la foto dopo la post produzione né di postprodurre la sua foto. Ho fatto correzioni minime. I ritratti di celebrity per i giornali d'alta moda a cui sono abituato sono totalmente un'altra cosa. In quel caso il mio era un lavoro di reportage.

Come volevi che apparissero gli attori nelle tue foto?
A un certo punto mi sono preoccupato per gli attori, che erano stati così carini con me. Ho temuto che la gente potesse pensare che giocassero a fare le persone normali dentro le loro belle case. Però, e per fortuna, riguardando le foto magari dopo un paio di giorni e mano a mano che il lavoro cresceva, mi sono accorto di quanto fossero autentiche, nessuna esclusa.

Guardandole, non si nota da parte tua né un atteggiamento voyeuristico né una curiosità morbosa. Vi si legge dentro una grande tenerezza, oltre a un profondo rispetto...
Ho cercato di capire, volta per volta, quale fosse il livello di apprensione della persona che avevo davanti. Margherita Buy, per esempio, non mi ha voluto aprire nemmeno il cancello del condominio. Mi ha detto: "Mi fa piacere fare questa cosa, ma sono terrorizzata, mi affaccio alla finestra e tu da sotto mi fotografi". A quel punto, servendomi di un'ottica che di solito uso per le foto di surf, mi sono allontanato di 100 metri e ho scattato.

C'è qualcuno che invece ti ha reso partecipe della sua quotidianità?
Da Marco Giallini, che conosco da una vita, mi sono trattenuto fino alle sette di sera. Quando sono arrivato a casa sua, mi ha detto: "Guarda che è quasi pronta la pasta", e io: "Marco, ma non si può fare", e lui: "Ma dai, abbiamo fatto tutti il tampone, siamo barricati qua dentro da 25 giorni". Insomma sono rimasto là. In televisione davano una vecchia partita della Roma e Marco, insieme ai figli Diego e Rocco, la guardava e imprecava ed esultava come se stesse guardando una partita in diretta.

Immagino la felicità...
Per me è stata una gioia immensa vedere come gli attori e i registi mi accoglievano. Mi sono detto: forse mi vedono per quello che sono, forse riesco a trasmettere loro qualcosa al di là della foto che scatto. Era come se, improvvisamente, la distanza che normalmente c'è tra il fotografo e il talent non esistesse più, perché in quel momento io avevo smesso di essere il fotografo, o meglio il ritrattista di Contour, e loro non erano più attori o registi.

Che attrezzatura avevi in quei giorni?
A volte avevo una sola macchina fotografica con uno zoom, altre volte portavo una macchina con 2 lenti, ma girando per Roma in bicicletta, oppure in skate, non potevo caricarmi come un asino come faccio di solito. Confesso di aver avuto un giorno la tentazione di portarmi dietro uno stativo con un flash per avere una luce migliore, ma poi ho capito che avrei rovinato tutto e sarei ritornato Riccardo Ghilardi il ritrattista delle star. Le mie foto sono così potenti perché non c'è stata la costruzione della luce a cui in genere sono abituato e a cui anche gli attori e i registi sono abituati.

Fra i tanti attori stranieri che hai fotografato, chi vorresti che vedesse Prove di libertà? Chi credi che capirebbe lo spirito della mostra?
Senza dubbio Willem Dafoe, poi Helen Mirren e… sicuramente Daniel Brühl.

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