Professione reporter - uno sguardo sul giornalismo al cinema

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Professione reporter - uno sguardo sul giornalismo al cinema

Professione reporter - uno sguardo sul giornalismo al cinema

Valori teoricamente universali come giustizia ed etica possiedono significati differenti se applicati al singolo individuo piuttosto che alla comunità? In linea di principio la risposta dovrebbe essere negativa, ma la questione è decisamente più complessa. Una figura che al cinema si muove costantemente in equilibrio su questa contraddizione è il reporter, che in nome della verità e dell’informazione spesso sacrifica le necessità e soprattutto la morale del singolo.

Questo aspetto ce lo racconta in maniera piuttosto lucida il personaggio di Cal McAffrey, protagonista del nuovo State of Play di Kevin Macdonald. In molte scene del film questa figura sembra anteporre la volontà di arrivare alla verità della sua storia davanti alle persone che lo circondano, ai colleghi e soprattutto agli amici. Arrivare dunque alla verità, costi quel che costi: questa la principale ambiguità morale che contraddistingue la figura del reporter al cinema. Quando poi al concetto di verità si sostituisce quello di notizia nella sua concezione più sensazionalistica, il cosiddetto “quarto potere” diventa una vera e propria arma che si rivolta contro i valori che dovrebbe invece promuovere. Sotto questo punto di vista la più tagliente figura di reporter senza scrupoli è quella disegnata da Sally Field in Diritto di cronaca, diretto da Sidney Pollack nel 1981: in questo film, pur di arrivare a smascherare il presunto criminale Michael Gallagher (Paul Newman), la giornalista Megan Carter non esita neppure un momento di fronte allo scrupolo di rovinare l’esistenza della sua “preda”, né tanto meno di invadere e devastare la vita privata di chi lo circonda. Se Diritto di cronaca denuncia con enorme spirito civile le prevaricazioni e gli abusi in cui la stampa troppo spesso eccede, un altro film preziosissimo ne racconta il cinismo immorale, adoperando però il tono pungente della commedia. Stiamo parlando di Prima pagina, diretto nel 1974 dal genio di Billy Wilder: in questo adattamento del testo originale di Ben Hecht e Charles McArthur la volontà inarrestabile del redattore Walter Burns (Walter Matthau) di pubblicare notizie tendenziose ma roboanti viene rappresentata in tutta la sua carica sì comica, ma anche fortemente corrosiva ed accusatoria.

Se queste sono state a nostro avviso le rappresentazioni più importanti dell’ambiguità legata alla figura del reporter ed all’abuso del suo potere mediatico, vi sono invece anche pellicole che hanno raccontato con accuratezza lo spirito democratico di questa professione. Il film per eccellenza che racconta questo lavoro è senza dubbio Tutti gli uomini del presidente, diretto nel 1976 da Alan J. Pakula. Scritto dalla penna elegante di William Goldman, il film riassume l’indagine giornalistica condotta dai due reporter del Washington Post Carl Bernstein e Bob Woodward (che al cinema hanno il volto mainstream di Dustin Hoffman e Robert Redford), che portò allo scandalo Watergate ed alle dimissioni del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, l’8 agosto del 1974. L’importanza civile di un’informazione capace di smascherare l’abuso di strutture politiche ed economiche inarrivabili per il singolo cittadino è stata invece raccontata con il solito stile incandescente da Michael Mann nel suo bellissimo Insider – Dietro la verità, che nel 1999 ha messo in scena la controversia legata alle “sette sorelle” del tabacco ed alle loro macchinazioni legate all’assuefazione da nicotina. Dentro le spoglie eleganti e stilizzate del thriller d’inchiesta il film ci regala una figura di reporter appassionata e radicale, quella di Lowell Bergman, producer della trasmissione TV 60 Minutes, deciso a mandare in onda la testimonianza fondamentale di un ex-dirigente di una compagnia del tabacco, nella quale venivano smascherati i processi chimici con cui le multinazionali producevano dipendenza da nicotina nei consumatori. Un altro lungometraggio che in tempi recenti ha riproposto lo spirito liberal e l’importanza del ruolo del giornalismo investigativo è stato, anche se in contesti del tutto differenti dal film di Pakula, l’affascinante Zodiac di David Fincher. Il lavoro di detection portato avanti da Robert Graysmith (Jake Gyllenhaal) e Paul Avery (Robert Downey Jr.) nella ricerca dell’identità del serial killer viene tratteggiato dall’autore come servizio diretto verso il benessere della comunità da parte di un organo di informazione.

Questa una sintetica carrellata sui film più rappresentativi che hanno portato sul grande schermo il lavoro importante del reporter. Ve ne sono sicuramente molte altre che varrebbe forse la pena citare, ma se si vuole evitare il rischio di uno sguardo retorico ed eccessivamente conciliatorio su una professione comunque difficile, spesso costretta a subire le pressioni dei “poteri forti” (e non sempre in grado di reggerle), i titoli che abbiamo citato sopra sono probabilmente il miglior materiale a disposizione.



Adriano Ercolani
  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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