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Prima di Ted. La lunga strada fino ai cartoni di Seth MacFarlane.

Dai Simpson a South Park.


Fino a che punto ci si può spingere con l'umorismo sessista, da gabinetto, politicamente scorretto? Come si può adoperarlo in modo intelligente per denunciare le idiozie del mondo in cui viviamo? E quante volte la gag della scorreggia può far ridere le platee? Sembrano questioni oziose, ma con l'uscita di Ted è bene tornare un po' indietro alla preistoria del genere, che dagli anni Ottanta in poi ha trovato applicazione soprattutto nel campo dell'animazione.

Quando il primo corto dei Simpson apparve nel 1987 all'interno del Tracey Ullman Show, fu una vera e propria rivoluzione: la famiglia media americana, intrisa di rassicuranti stereotipi, che la tv ci aveva ammannito in decine di telefilm, era ora rappresentata da un gruppo di brutti e scostumati musi gialli che adottavano al loro interno e nei confronti degli altri i comportamenti peggiori, uscendo sempre vincenti dal confronto. Mai prima di allora un cartone animato aveva osato tanto in termini di linguaggio e contenuti. E' con i Simpson che il cartoon televisivo diventa adulto.

Protagonista di una propria serie dal 1989, la famiglia di Springfield resta padrona indisturbata della scena per quasi dieci anni – i migliori -, finché, nel 1997, Trey Parker e Matt Stone fanno “di peggio” in South Park, coi loro quattro ragazzini che non risparmiano nulla e nessuno. Kenny, Kyle, Stan e Cartman escono dalla famiglia, che distruggono metodicamente, pestando l'acceleratore sulle gag scatologiche e sessuali e sparando ad alzo zero su tutti i miti e i riti americani e mondiali con uno sberleffo più anarchico che qualunquista. E addirittura l'aldilà, l'inferno e la morte (incarnata nelle mille colorite dipartite finali di Kenny) diventano una figura centrale del racconto.  I ragazzini del Colorado sono parenti stretti, anche se puramente casuali, dei personaggi di Seth MacFarlane, che solo un anno dopo, nel 1998, ne accentua coi Griffin la piattezza del tratto e la programmatica sgradevolezza, con contenuti che diventeranno anche politici solo col successivo American Dad! (2005).

Se i Simpson, a cui molti hanno paragonato i suoi cartoni, appaiono oggi addomesticati e fruibili anche da un pubblico infantile, lo stesso non può dirsi per South Park, che anche nel passaggio al lungometraggio ha mantenuto la ferocia grafica e linguistica e la satira corrosiva che lo ha contraddistinto dall'inizio. L'autore dei Griffin si è trovato nel punto di convergenza ideale di queste due esperienze, ha colto lo spirito dei tempi, e ha portato avanti le esperienze di Groening, Parker e Stone, fondendone le tematiche in cartoni che hanno fatto della scorrettezza generalizzata  e dell'abbattimento dei tabù il loro cavallo di battaglia. In questo mondo è lecito far ridere a suon di peti, presentare personaggi femminili negativi e ridicoli oggetto di continue – meritate? - molestie, portatori di handicap protagonisti di gag, persone, animali e bambini ipersessuati, genitori repubblicani idioti. E' talmente omnicomprensivo lo spettro dei bersagli di Seth MacFarlane che è quasi impossibile scandalizzarsi quando lo si comprende. Rispetto ai Simpson e a South Park, le sue sono serie fondate più sulle gag fulminanti che su trame vere e proprie, sitcom in cui niente e nessuno è intoccabile. Odiato dai benpensanti e adorato dalle star, che piaccia o no, è questo il mondo da cui nasce Ted, il primo film live-action dell'autore, un ibrido a parer nostro anche più interessante e originale dei suoi progenitori disegnati.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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