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Prima di 12 - La parola ai giurati dal teatro al cinema

12 di Nikita Mikhalkov altro non è che la rilettura-remake di quello che è considerato un classico della drammaturgia americana, 12 Angry Men di Reginald Rose, nella traduzione italiana La parola ai giurati. Prima lui l'hanno porttato al cinema registi del calibro di Sidney Lumet e William Friedkin.


Prima di 12 - La parola ai giurati da Lumet a Friedkin

12 di Nikita Mikhalkov altro non è che la rilettura-remake di quello che è considerato un classico della drammaturgia americana, 12 Angry Men di Reginald Rose, nella traduzione italiana La parola ai giurati. Rose scrisse l’originale televisivo basandosi sulla propria esperienza di membro di una giuria popolare i cui membri avevano dibattuto il caso per ore in un processo per omicidio. A mandarlo in onda con grande successo fu la CBS, nella sua serie Studio One. Era il 1954, e, come consuetudine all’epoca, la pièce fu trasmessa dal vivo.

A portarlo sul grande schermo tre anni dopo pensò il newyorkese Sidney Lumet, ex attore di teatro yiddish, nato il 25 giugno del 1924, che si era come molti fatto le ossa in televisione prima di debuttare al cinema proprio con questo film. Il teleplay originale ha la struttura di un radiodramma, potenziato dai volti e dai corpi degli attori. Il testo esprime fedelmente la società americana dell’epoca divisa tra razzismo e paura, rigorosamente maschilista – nessuna donna e nessun coloured in giuria -, ma aperta ad accogliere al suo interno quel ragionevole dubbio che, come un seme di speranza e di giustizia destinato a dare frutti, un singolo uomo, normale e comune (col volto di una star come Henry Fonda), pianta a dispetto di tutti.

12 uomini devono giudicare di un caso all’apparenza semplicissimo: un ragazzo del ghetto latino-americano avrebbe ucciso con un coltello a serramanico il padre violento, dopo l’ennesima lite, in modo forse premeditato. Ci sono testimoni, precedenti, incongruenze nella storia del giovane, una montagna di prove che definiscono il caso, nella mente dei giurati, come pura routine. Uno di loro ha i biglietti per un’importante partita di baseball, un altro pensa al lavoro, tutti sono stanchi, accaldati (è la giornata più calda dell’anno e nella stanza si soffoca), e non vedono l’ora di mettersi d’accordo e tornarsene a casa. Eppure in ballo c’è la pena di morte, e la responsabilità di mandare un essere umano sulla sedia elettrica. Man mano che il tempo passa, e che il seme del dubbio germina, gli uomini nella stanza, uomini arrabbiati appunto, si rivelano, seguiti dalla macchina da presa di Lumet che con l’uso di diverse focali restringe sempre più gli spazi già limitati in cui questi si trovano rinchiusi.

Sono così comuni, questi uomini, che solo di due di loro alla fine conosceremo il nome, gli altri sono solo caratterizzati con un numero e in base a quello che fanno. C’è il razzista convinto, l’uomo che manderebbe a morte il ragazzo per punire vicariamente il figlio che lo ha abbandonato, il chiacchierone da bar, il pubblicitario, il tifoso, il pignolo, il prepotente, l’anziano timoroso ecc., tutta una variegata umanità rappresentata al meglio da straordinari attori come lo stesso Fonda, E.G. Marshall, Lee J. Cobb, Martin Balsam, Jon Fiedler, Jack Klugman, Ed Begley, Jack Warden, Ed Binns, Robert Webber, Joseph Sweeney e George Voskovec (questi ultimi due gli unici rimasti del cast televisivo).

Perché gli americani amano tanto questo testo? Perché tratta del cardine su cui si basa il sistema giuridico americano: se sussiste un solo ragionevole dubbio sulla colpevolezza di un imputato, meglio assolvere un presunto colpevole che condannare un possibile innocente. Che poi le giurie nella realtà non operino affatto come quella “martellata” dal cittadino cosciente e responsabile Fonda, non toglie minimamente forza al teorema del film. Nel 1997, esattamente trent’anni dopo l’originale, William Friedkin, da sempre nemico acerrimo di remake e sequel, ne realizza una versione a colori per la rete televisiva Showtime, con un cast di grandi attori in cui spiccano Jack Lemmon nel ruolo che fu di Fonda e George C. Scott in quello di Lee J. Cobb (gli altri sono Courtney B. Vance, Ossie Davis, Hume Cronyn, Armin Mueller Stahl, Edward J. Olmos, Mikelti Williamson, Dorian Harewood, Tony Danza, James Gandolfini e William Petersen).

Interrogato in merito al perché si sia cimentato con questo testo, Friedkin sostiene che non si tratta di un remake, ma di un revival, del nuovo allestimento di un classico, un po’ come si fa con Shakespeare. Anche lui ha molto in comune con Lumet, dalle molte ore di tv dal vivo allo sguardo realistico che permea i suoi primi documentari. Due dei suoi primi film, inoltre, erano basati su pièce teatrali e rinchiusi in spazi claustrofobici, in unità di tempo e di luogo. Come se non bastasse, da sempre il regista di Chicago è interessato al tema della colpa e della responsabilità morale della società e del singolo. All’epoca suo figlio tredicenne e i suoi amici si interrogano sulle anomalie della giustizia americana (dove ci sono casi come la clamorosa assoluzione di O.J. Simpson). Friedkin mostra loro il film di Lumet, e da lì – a sentir lui - nasce la sua voglia di riproporre il testo, su cui lavora in stretta collaborazione con Rose (scomparso nel 2002), al pubblico contemporaneo.

Nonostante alcuni cambiamenti, come l’introduzione di un giurato nero e razzista, la nuova versione, per quanto assai potente e molto più curata tecnicamente (ad esempio nell’uso – straordinario - del sonoro), ricalca fin troppo fedelmente l’originale. Come se questo fosse tuttora tanto attuale e importante da non poter essere cambiato di una virgola, pena la perdita di efficacia. Probabilmente è vero: nel dramma di Rose c’è già tutto, e un regista, per quanto bravo, può soltanto dare forza all’enunciato con la propria sensibilità tecnica ed estetica.

12 Angry Men è essenzialmente una grande pièce de résistance per gli attori e una riflessione sulla giustizia, attuale oggi come 54 anni fa. Non è un caso che Nikita Mikhalkov lo abbia preso a pretesto per raccontare lo sviluppo di un paese grande e tormentato come la Russia odierna, che ha attraversato nell’arco di pochi decenni cambiamenti epocali. Nel testo ha inserito riferimenti alla guerra in Cecenia ma ha soprattutto abbandonato la stanza claustrofobica in cui la giuria deve decidere, in favore di un’enorme palestra, quasi a sottolineare che anche in uno spazio meno limitato siamo in fondo confinati e ristretti dalle nostre paure e dalle nostre colpe.

In questo senso, pur cambiando le variabili, il risultato non cambia: la storia originale di Reginald Rose è e resta un classico sotto ogni latitudine.

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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