Poker, blackjack ed altri giochi: il cinema al tavolo verde

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Poker, blackjack ed altri giochi: il cinema al tavolo verde

Poker, blackjack ed altri giochi: il cinema al tavolo verde

Se si nota come negli ultimi tempi siano uscite anche in Italia tutta una serie di pellicole che parlano di gioco d’azzardo – 21 di Luketic, ma anche gli italiani Parlami d’amore di Muccino e Il mattino ha l’oro in bocca di Patierno – non è difficile accorgersi come anche la macchina produttiva cinematografica stia tentando di sfruttare la scia del fenomeno che negli ultimi anni ha visto proliferare in maniera impressionante soprattutto il poker, visto in TV o giocato on-line.

Andando a ritroso nella storia del cinema più recente del cinema americano, si può comunque notare come il gioco d’azzardo abbia rappresentato una delle situazioni più sfruttate per caratterizzare un certo tipo di personaggi, soprattutto i simpatici guasconi, un certo tipo di allegre canaglie con cui, in fondo, simpatizzare. Simpatizzare sì, ma non sempre.

La scena di poker probabilmente più famosa della storia del cinema è quella giocata da Paul Newman/ Henry Gondorff contro Robert Shaw/Doyle Lonnegan ne La stangata (1973) di George Roy Hill: grande elezione di montaggio ed atmosfera tesa per una leggendaria sfida tra bari, risolta a proprio favore da colui che adopera il gioco d’azzardo per avere rivincita sui torti perpetrati dall’altro. Alla fine del film, come ovvio, la mitica coppia Redford/Newman riuscirà ad infliggere il colpo voluto al loro avversario, senza però che tale vittoria rappresenti necessariamente la realizzazione psicologica e sociale dei protagonisti.
Gioco d’azzardo dunque come possibile espressione delle proprie pulsioni interiori, esplicitazione delle proprie capacità, non semplice mezzo, più o meno lecito, per ottenere solamente vantaggi economici. I più attenti ricorderanno come sempre Hill presenti il personaggio di Sundance Kid/Redford nel precedente capolavoro girato con la coppia di divi, Butch Cassidy & Sundance Kid, girato nel 1969: un'altra partita di poker in cui il pistolero silenzioso viene accusato ingiustamente di barare, e può in questo modo dimostrare al “pubblico” del saloon non solo la sua onestà, ma soprattutto la sua abilità con le pistole…

Un’altra storica partita di poker, estenuante nella sua durata e sopratutto nella tensione narrativa organizzata dal regista Norman Jewison, è quella tra Steve McQueen ed Edward G. Robinson nel discontinuo Cincinnati Kid (1966), pellicola di notevoli qualità estetiche che però risente troppo delle somiglianze con un capolavoro assoluto come Lo spaccone di Rossen, uscito cinque anni prima ed incentrato sulle scommesse legate al biliardo.

Passando dal poker al più semplice e “popolare” black jack, è impossibile non citare la vibrante sequenza di vittorie ottenuta da Tom Cruise e Dustin Hoffman in Rain Man di Barry Levinson: “Uomo della pioggia…andiamo a giocare a carte!”, questa la frase che introduce la partita al tavolo verde, accompagnata all’inizio dalle musiche roboanti ma efficaci di Hans Zimmer. Si tratta senza dubbio di uno dei momenti più famosi del cinema americano degli anni ’80, entrato a buon diritto nell’immaginario collettivo di quel decennio.

Tornando al poker, vale la pena citare anche il divertente – ma nulla di più - Maverick (1994) di Richard Donner, in cui il cowboy Mel Gibson sbaraglia gli avversari nella scena finale legando all’ultima carta il più improbabile ed affascinante dei punti: una sorta di anticipazione di quella che sarà la figura guascona del truffatore Danny Ocean, il personaggio interpretato da George Clooney nella trilogia a lui dedicata da Steven Soderbergh.

Se quelli sopra citati sono stati discreti se non eclatanti successi commerciali, c’è anche tutta una schiera di opere che più o meno meritatamente non hanno incontrato il favore del pubblico. Il caso forse più evidente è quello de Il giocatore, uscito nel 1998, protagonista un Matt Damon appena lanciato dai successi di Will Hunting - Genio ribelle e Salvate il soldato Ryan. Presentato a Venezia, il film non trovò quasi nessun riscontro al botteghino, pur trattandosi di un prodotto realizzato con discreta cura ed ottima progressione narrativa, e che oltretutto vantava un cast di supporto del calibro di Edward Norton, John Malkovich, John Turturro, Martin Landau e Gretchen Mol.
Se possibile, ancora peggio è andate al sottovalutato Le regole del gioco di Curtis Hanson, con Eric Bana e Robert Duvall, pellicola uscita lo scorso anno e colpevole di proporre una visione di cinema eccessivamente datata.

Negli ultimi anni il gioco d’azzardo è stato adoperato in maniera tangenziale per continuare a caratterizzare determinati personaggi e le loro qualità interne: ancora esplicativo è il torneo di poker a cui partecipa Daniel Craig/James Bond in Casino Royale (2006) di Martin Campbell: quale possibile maggior dimostrazione di freddezza, lucidità e controllo dei nervi che un confronto sul tavolo vellutato?

Anche se in maniera del tutto sporadica, anche la cinematografia italiana ha affrontato il tema del gioco d’azzardo: il lungometraggio più interessante dedicato al poker è senza dubbio Regalo di Natale (1986) di Pupi Avati, che regalò al protagonista Carlo Delle Piane la Coppa Volpi al Festival di Venezia, ed al co-protagonista Diego Abatantuono il primo, convincente ruolo serio della sua carriera. Il film ha avuto poi un seguito tutto sommato convincente, La rivincita di Natale del 2004, con regista ed interpreti a riproporre la stessa vicenda di quasi vent’anni prima.

Ma il lungometraggio che probabilmente ha più segnato la storia del cinema italiano per quanto riguarda il gioco delle carte è il capolavoro di Mauro Bolognini del 1972 Lo scopone scientifico, con protagonista un poker d’attori straordinario come Alberto Sordi, Silvana Mangano, Joseph Cotten ed un’indimenticabile Bette Davis. In un periodo in cui la commedia italiana riusciva ancora a rappresentare senza pietismo e retorica le ambiguità e le ipocrisie della nostra società, Lo scopone scientifico è un racconto amarissimo incentrato sul miraggio vacuo del riscatto sociale raggiungibile attraverso una semplice partita a carte, che si trasforma quindi in metafora spietata della condizione miserrima di chi vi si aggrappa.

Ripensando a simili, lucide rappresentazioni del nostro paese, viene lecito chiedersi perché il cinema italiano di oggi non riesca invece ad indagare con efficacia su un momento storico e sociale ben più ambiguo e contraddittorio come quello che stiamo attraversando.



Adriano Ercolani
  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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