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Poetry, il film di Lee Chang-Dong in concorso al Festival di Cannes 2010

Ci vuole del coraggio per intitolare un film Poetry, poesia. Per auto assegnarsi un’etichetta, per esplicitare così sfacciatamente una dichiarazione d'intenti. È evidente che a Lee Changdong questo coraggio non manca.

Poetry, il film di Lee Chang-Dong in concorso al Festival di Cannes 2010

Poetry, il film di Lee Chang-Dong in concorso al Festival di Cannes 2010


Ci vuole del coraggio per intitolare un film Poetry, poesia. Per auto assegnarsi un’etichetta, per esplicitare così sfacciatamente una dichiarazione d’intenti. È evidente che a Lee Changdong questo coraggio non manca.
Quello stesso coraggio che impara ad avere la sua protagonista Mija, una donna di mezza età che deve crescere il nipote teenager da solo, che s'iscrive ad un corso di poesia per imparare a conoscere e apprezzare meglio la bellezza della vita ma che scopre di essere malata di Alzheimer e che il ragazzo, insieme ad altri compagni, ha compiuto gesti che hanno spinto al suicidio una giovane compagna di scuola.

Se esista, e dove, e abbia senso la poesia (della vita), Lee Changdong pare volerlo lasciar decidere al suo pubblico, attraverso un film carico di elissi e di omissioni, di spazi bianchi - o rossi - da riempire a piacere, secondo le proprie capacità e la propria sensibilità. Ma quel che pare più chiaro, o più probabile, attraverso i contrasti di cui si nutrono il film e il suo personaggio principale, è che la chiave per una vita di poesia, per il recupero della purezza dello sguardo, risieda nella rinuncia a una visione del mondo e di sé fatta di negazione e apparenze e nel recupero di dimensioni empatiche e di verità anche quando sono scomode o dolorose.

Evidentemente a lungo votata ad una superficialità innocua, proprio quando rischia di perdere quella memoria che è capacità di vivere in maniera esperienziale e cooperativa, Mijia si trova da un lato spinta dall’esigenza di intuire e introiettare la bellezza reale e interiore di quel che osserva e vive, e dall’altro è costretta a confrontarsi con il lato oscuro e drammatico di quello stesso universo che vorrebbe amare incondizionatamente.
Si trova di fronte ad un impasse la cui unica via d’uscita è quella di una coerente accettazione della contradditorietà dell’esistente e di una forma di empatia assoluta e indiretta che spesso si traduce in inevitabile sacrificio.

Il complesso intreccio emozionale di Poetry è esposto con grazia, ma Lee non evita alcune stucchevolezze figlie delle idee più banalizzanti sui concetti di bellezza e poesia, compiaciute e non giustificate dall’intenzione di livellare lo sguardo su quello degli attori della vicenda.
Ma è nelle parti più dolenti e meno espositive, nonché in quelle dove la parola è meno presente o cortina fumogena che (non) nasconde contenuti spesso opposti, che il suo film riesce meglio. Che la poesia cercata dal titolo viene messa più a fuoco, avvicinata, compresa e accettata nella sua natura più incerta e problematica.


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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