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Petite maman: la recensione del film di Céline Sciamma presentato in concorso al Festival di Berlino 2021

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Un viaggio nell'infanzia che affronta un primo lutto, il delitto racconto Petite maman segna il ritorno di Céline Sciamma in un film in concorso al Festival di Berlino 2021.

Petite maman: la recensione del film di Céline Sciamma presentato in concorso al Festival di Berlino 2021

Marion, Nelly. La prima è la madre, ha 31 anni, la seconda è la figlia, e ne ha 8. Almeno così sembra. La piccola si aggira per l’ospedale dove è appena morta l’adorata nonna, che si chiama Nelly come lei, mentre con i giovani genitori si trasferisce per qualche giorno nella casa della defunta, per ripulirla di oggetti materiali e ricordi. È una vecchia casa in mezzo ai boschi, in autunno ricchi di sfumature e di colori che rendono particolarmente suggestiva questa storia in cui l’infanzia si scontra, per la prima volta, con la transitorietà dell’esperienza umana, con il ciclo di vita e morte. Petite maman è una nuova tappa per Céline Sciamma nel suo percorso di indagine sui grandi riti di passaggio della vita. Dopo aver raccontato l’adolescenza, la crescita, la scoperta della propria identità e del desiderio sessuale, si concentra sull’infanzia, sull'elaborazione del primo lutto e sull’amore per una madre e per una nonna, in una trasmissione per linea femminile di esperienze e ricordi.

Durante la sistemazione della casa della nonna, Nelly si sveglia un mattino senza la madre, andata via: “perché abbiamo deciso che era meglio così”, le risponde il padre. Occasione per esplorare i boschi intorno alla casa, prima organizzandosi con qualche gioco solitario, poi incontrando una sua coetanea, a dirla tutta a lei molto somigliante, di nome Marion, proprio come la madre appena andata via. È la madre alla sua età, e abita con la madre, sua nonna Nelly, in una casa uguale a quella che stanno ripulendo di oggetti e ricordi. Il titolo assume quindi il suo reale significato: la mamma, da piccola. 

A questo punto inizia un viaggio che evita la favola, o meglio ne piega gli stilemi adattandoli a una narrazione realistica e a tratti piena di quella serietà assoluta, eppure di un candore struggente, in cui sono unici maestri i bambini. Un’occasione unica, per Nelly, di dialogare con la madre alla stessa altezza, condividendo canoni di comportamento e priorità. È una bambina come lei, con cui può condividere paure e speranze, proponendosi anzi come custode di segreti sul suo futuro. 

Per una volta non deve lamentarsi, come fa con il padre, di come gli raccontino “le piccole cose, ma non le cose vere, per esempio quelle che fanno paura”. È così che può parlare con la ‘petite maman’ della sua tristezza, di come la veda a 31 anni raramente sorridere, preoccupata per il fatto che la ragione sia “averla avuta troppo giovane”.

La dimensione del gioco rimane prevalente, fra Nelly e Marion, le porta a costruire insieme il principale ricordo d’infanzia di Marion, condiviso con la figlia, una casa sull’albero, e a mettere in scena con grande scrupolo un piccolo spettacolo, da loro scritto e interpretato, con tanto di costumi. Un’occasione per sognare insieme cosa fare da grandi, vivendo insieme l’attesa di un momento cruciale per mamma Marion, un’operazione vissuta da bambina. Una delle varie occasioni regalate alle due protagoniste di questa deliziosa e poetica storia di sentirsi sempre più vicine, per condividere ‘la musica del futuro’ e non dover dire ai genitori, una volta di più, “non dimenticate, semplicemente non ascoltate”.

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