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Perfect Days, la storia semplice di un eccezionale uomo comune: incontro con Wim Wenders

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Un uomo e la sua routine, un lavoro umile e una vita regolata. Wim Wenders sorprende rallentando e commuovendo con Perfect Days, in lizza per gli Oscar in rappresentanza del Giappone. Lo abbiamo intervistato.

Perfect Days, la storia semplice di un eccezionale uomo comune: incontro con Wim Wenders

Chi se l’aspettava di veder rinascere il cinema di Wim Wenders all’ombra dei bagni pubblici e dei grandi grattacieli di Tokyo? Il regista tedesco è tornato in grande forma con Perfect Days, presentato a Cannes, dove il protagonista Koji Yakusho (davvero straordinario) ha vinto il premio come miglior attore, e appena uscito in sala per Lucky Red. “Dopo la pandemia penso ci sia una certa nostalgia per la narrazione di storie, per rallentare un po’. Forse il film rappresenta questo”, come ci ha detto nel corso di un incontro via zoom con alcuni giornalisti italiani. “Un linguaggio cinematografico”, ha aggiunto, “diventato oggi troppo rumoroso, veloce e complesso per molte persone”.

Il contrario del ritmo della storia di Hirayama, che conduce una vita semplice, scandita da una routine perfetta. Si dedica con grande attenzione e passione a ogni sua attività, dal lavoro come addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo all’amore per la musica, ai libri, alle piante, alla fotografia e a tutte le piccole cose a cui dedica un sorriso. Nella routine del quotidiano degli incontri inattesi rivelano gradualmente qualcosa in più̀ del suo passato.

Così Wim Wenders ha raccontato la genesi di questo film decisamente particolare all’interno della sua produzione. “Il bene comune come lo conosciamo nelle nostre società, l’idea che ognuno si preoccupi per le istituzioni e i beni collettivi e ne tragga un beneficio identico, dopo la pandemia ha sofferto molto. Arrivando a Tokyo, l’anno scorso, nonostante un lockdown molto duro, ho notato come la città avesse mantenuto un grande rispetto per il bene comune, le strade o i parchi, l’attenzione per quanto appartiene a tutti noi. Al contrario per esempio di quanto accaduto a Berlino. Per questo ho pensato che fosse un argomento importante, quello del bene comune, e che avesse un senso maggiore ambientare il film in un paese come il Giappone”.

Cruciale era la scelta di Hirayama, il protagonista, presente praticamente in ogni inquadratura. Il regista tedesco conosceva bene Koji Yakusho. “Ho visto quasi tutti i suoi film, penso sia uno dei più grandi attori del pianeta. Mi era sempre piaciuto, quando ha accettato ho scritto per lui la sceneggiatura. Non potevamo parlare senza un traduttore, ma quando giravamo ci siamo abituati a intenderci con i gesti, con gli occhi o il linguaggio del corpo. Dopo un po’ ci capivamo alla grande, è diventato così tanto il personaggio che non dovevo fare aggiustamenti. Sembrava sempre di più un documentario su una persona reale. Hirayama a un certo punto della sua vita ha deciso di lasciare una condizione di estremo privilegio per una vita semplice, pulire toilette, e lo fa con piacere, è felice. Vive modestamente come persona di servizio, è invisibile alle persone, ma lui vede tutto, come i senzatetto che vivono vicino alla toilette e tratta con rispetto. Il film racconta di un uomo che ha una routine molto rigida, che lo spettatore impara a conoscere e piano piano si rende conto come non sia affatto noiosa come potrebbe apparire. La routine non è un peso per lui, che vive il qui e ora, semmai gli dà molta libertà. Nella nostra vita il termine routine ha una connotazione molto negativa, ma lui la vive come un rituale, ogni volta lo compie come fosse la prima. Vedendolo mi sono detto che un po’ di routine in più mi avrebbe dato più stabilità nella mia di quotidianità”. 

Soli diciassette giorni di riprese, per una storia toccante e avvincente, nonostante l’apparente ripetitività delle giornate del protagonista. “Se volevo girare un film su qualcuno che ha semplificato enormemente la sua vita, riducendola alla sola percezione di quello che ama e quello di cui ha bisogno, avrei dovuto fare lo stesso. Abbiamo girato interamente con la camera sulla spalla del mio direttore della fotografia, riducendo al massimo le nostre possibilità, con poche luci e con il formato dei vecchi film, il 4:3. Mi sembrava che la sua vita e il suo semplice appartamento entrassero perfettamente in questo formato. Hirayama vive come un monaco zen, in linea con la sua filosofia del vivere qui e ora, che ha una lunga tradizione in Giappone. Sono molto orgoglioso di rappresentare il paese agli Oscar, una notizia che mi ha scioccata e mi dà grande responsabilità. Ho capito però la scelta, i giapponesi amano così tanto Koji Yakusho, che da quelle parti è un vero eroe, e hanno voluto mandare lui agli oscar, io sono solo l’aiutante regista”.

Quello con il paese del sol levante per Wenders è un rapporto che ha radici nel passato, quando per la prima volta è stato a Tokyo, nella metà degli anni Settanta. “Dall’Europa sembrava un paese remoto, ma mi sono sentito subito a casa”, ci ha detto. “Un mondo fantascientifico, con la sua presenza di modernità, i grattacieli, ma anche di antichi quartieri. Non è una città divisa fra zone commerciali, finanziarie o residenziali, come accade spesso nelle grandi città, ma presenta una grande mescolanza. Puoi girare l’angolo in una zona moderna e trovarti in un piccolo paesino. Una cosa che mi è sempre piaciuta. Oggi si capisce che la città vive un momento difficile, che gli abitanti hanno sofferto, non sembra più fantascienza, il futuro. Per quello devi andare in Cina. Oggi per me Tokyo rappresenta più il presente. È una delle città più accoglienti, pulite e sicure, in cui puoi girare serenamente la sera, anche se sei una donna. È piacevole vivere in una città senza avere paura. Lo noti subito, specie se vieni dall’America.”

Il protagonista ascolta durante il tragitto dalla sua umile casa al lavoro delle canzoni, sempre le stesse. “Scrivendo la sceneggiatura, con Takuma Takasaki, abbiamo immaginato che ascoltasse delle cassette nel suo piccolo vecchio furgoncino. La sua è una vita caratterizzata da pochi beni e il riciclo. Ogni sera legge un libro, quando lo finisce lo mette via e ne compra un altro per la settimana successiva. Abbiamo allora pensato che potesse ancora ascoltare le cassette di quando era giovane. Avevo scelto delle canzoni che io avrei ascoltato, ma Takuma mi ha confermato che erano le stesse che negli ani settanta ascoltavano anche i giovani giapponesi: Lou Reed, I Velvet Underground, Patti Smith, I Rolling Stones. Alla fine è diventata una compilation per Hirayama, come quelle che si facevano all’epoca in cassetta. Girando ci siamo resi conto che la cultura delle audio cassette in Giappone stava tornado di grande moda, con negozi dappertutto e prezzi altissimi. Le compilation sono personali e bellissime, puoi raccontare una mondo scegliendo le canzoni e inserendole in un certo ordine”.

Nella conversazione con Wim Wenders, la pandemia come cesura, come momento di sconvolgimento ricorre molte volte. A questo proposito, una nota di ottimismo da lui arriva sull’affollamento delle sale cinematografiche e il futuro del cinema nel luogo in cui è nato. “Subito dopo la pandemia i cinema erano disperatamente vuoti, ma ora sempre di più sono pieni, specie quelli d’autore. Il pubblico è tornato e in cerca di una voce personale. Perfect days è partito molto bene in Francia, sono reduce da dieci giorni in giro per gli Stati Uniti davanti a sale piene. Camminando una sera per Parigi ho notato un piccolo cinema di Saint-German in cui proiettano vecchi film. Era in programma uno dei miei film preferiti con Alain Delon, Le samourai, Frank Costello faccia d’angelo di Jean-Pierre Melville. Sono entrato, aspettandomi due o tre persone in sala. Era mezzanotte, ero così felice di rivedere il film dopo una quarantina d’anni. Ho preso l’ultimo posto rimasto, in prima fila. Era piena. Non riuscivo a crederci. Un’altra volta sono andato a vedere La valle dell’Eden ed è successa la stessa cosa, una fila per tutto l’isolato. Il bisogno della sala mi sembra tornato, anche per molti giovani, dopo il pessimismo della pandemia”.

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