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Patagonia, Abruzzo e Arkansas i primi luoghi esplorati al NoirInFestival 2013

Devil’s Knot, Il medico tedesco e Neve sono i primi tre film del festival di Courmayeur

Patagonia, Abruzzo e Arkansas i primi luoghi esplorati al NoirInFestival 2013

Come hanno ben detto i direttori Giorgio Gosetti e Marina Fabbri, il programma dell’edizione 2013 del Courmayeur NoirInFestival è “razionale, schivo e impegnato” proprio come l’opera di Henning Mankell, lo scrittore svedese che quest’anno riceverà il prestigiso Raymond Chandler Award. A dimostrarlo è innanzitutto il film d’apertura della manifestazione valdostana Devil’s Knot, che uscirà in Italia a maggio distribuito da Notorius Pictures. Già apprezzato al Festival di Toronto, segna la seconda collaborazione fra Atom Egoyan e Colin Firth, che abbandona volentieri la sua inconfondibile parlata british per cimentarsi, con ottimi risultanti, nel cantilenante e strascicato accento del sud est degli States.

Animato dal desiderio di infiltrarsi fra le imperscrutabili pieghe del sistema giudiziario a stelle e strisce, il regista de Il dolce domani torna e esplorare il territorio oscuro della colpa per raccontare una storia che è già stata argomento di quattro documentari: la vicenda dei “Tre di West Memphis”, diventata negli anni il caso irrisolto più importante dopo i vari omicidi presidenziali e ben analizzata e descritta dalla giornalista dell’Arkansas Times Mara Leveritt in “Devil’s Knot: The True Story of the West Memphis Tree”. Partendo proprio da questo libro, Egoyan ricostruisce i fatti del ’95 (l’omicidio di tre bambini e l’incriminazione degli adolescenti Damien Echols, Jessie Misskelley Jr. e Jason Baldwin) moltiplicando i punti di vista e guardando al dolore con occhio disincantato. Il suo obiettivo non è l’empatia con i destini di un’umanità indifesa, ma la denuncia dell’ottusità e dell’intransigente puritanesimo della cosiddetta “Bible Belt”, che crede solo nella parola del Signore e riconosce nell’Heavy Metal la musica del diavolo.


Ispirato a una storia vera è anche il film con cui l’Argentina si presenta agli Oscar: il pluripremiato e terzo lungometraggio della giovane Lucìa Puenzo che porta al cinema uno dei suoi romanzi e che ripropone, seppure intrecciata ad altri temi, la sua ossessione per la ricerca di un’identità - familiare, sociale, sessuale. Profondamente noir nella malvagità di un protagonista ossessionato dalla perfezione genetica e artefice di sadici esperimenti su neonati, donne incinte e corpi di adolescenti, Il medico tedesco è anche la ricostruzione di un fatto storico: la permanenza, nella cittadina di Bariloche in Patagonia, dell’efferato criminale nazista Josef Mengele, che sfuggì al processo di Norimberga, attraversò l’America Latina e morì in Brasile nel 1979 dopo aver assunto un’altra identità. Giocando sull’ambiguità del personaggio e affidandosi a un paesaggio che imprigiona la narrazione in una morbida e ovattata sospensione, la regista ha guardato il suo “Angelo della morte” dal buco della serratura, senza necessariamente esprimersi in una condanna.

A porsi il problema del giudizio morale è stato invece l’attore che ha dovuto interpretare il ruolo: lo spagnolo Alex Brendemühl che da Barcellona ha viaggiato fino a Courmayeur per accompagnare il film. “Ultimamente mi hanno chiesto di interpretare un discreto numero di cattivi” – ci ha raccontato - “ e ho sempre cercato di difenderli e comprenderli, rischiando a volte di diventare un provocatore. Quando ti avvicini a un personaggio realmente esistito e inizi il lavoro di ricerca, dentro di te accade qualcosa di molto potente: cominci ad avvertire un urgente senso di responsabilità nei confronti della persona che devi ricreare, della sua aura, del suo mito. Josef Mengele aveva qualcosa che mi attirava inesorabilmente e per non perdermi dentro di lui ho dovuto continuamente entrare e uscire dal personaggio. Quando Lucìa mi ha proposto la parte, ero scettico e quando mi sono tuffato nello studio della vita del nazista, ho cominciato a stare male per tutte le orribili cose che aveva fatto. Poi mi sono costruito il mio personale Josef e l’ho visto semplicemente come uno straniero che va in un paese che non conosce e che cerca di rifarsi una vita, dedicandosi alacremente alle sue ricerche. Mengele era un mostro, ma io mi sono concentrato sul suo lato umano”.

Molto diversa, rispetto a Il medico tedesco, è l’ambientazione del nuovo lungometraggiodi Stefano Incerti, che con il film della Puenzo condivide le montagne, ma non lo stile, in questo caso sobrio, scarno, rigoroso e completamente al servizio dei due protagonisti. Indipendente economicamente e concettualmente dai colossi produttivi nostrani, Neve è un film libero, più vicino ai modelli scandinavi che al cinema italiano di genere e fatto con pochi mezzi e poco tempo, ma con tanta dedizione. “Ci siamo concentrati sul lavoro di preproduzione” ha spiegato Incerti, “che è consistito soprattutto in una lettura del copione insieme agli attori. Una volta arrivati sul set, abbiamo capito di avere tempo solo per fare il film. Lavoravo con una troupe leggera e quando giravamo con la macchina a mano, ero io a muoverla. È stata un’esperienza notevole che mi ha riportato a quando, da ragazzino, facevo i filmini in Super8, che erano praticamente una sfilza di one-man show”.

A rendere Neve, che pure è un road-movie, un film noir è l’elemento naturale a cui rimanda il titolo, onnipresente coltre bianca che provoca ora inquietudine ora un generale ottundimento: “È un bianco strano quello della neve di questo film, è rassicurante solo fino a un certo punto. Questa sua caratteristica, però, non basta da sola a fare del mio film un noir nel senso classico del termine. Non voglio illudere gli amanti del genere, sono un gran lettore di noir. Adoro Henning Mankell e ho letto tutto Simenon. Più che di un intero film noir parlerei di uno stile da film noir, perché mi sono servito di questa grammatica per indagare i destini dei miei due protagonisti, che nascondono entrambi qualcosa. In fin dei conti, Neve non è un fim che deve svelare delitti o assassini. Più che altro lo definirei un “noir dell’anima”.

Mentre Neve, che è interpretato da Roberto De Francesco ed Esther Elisha, non ha ancora una data d’uscita, Il medico tedesco arriverà nelle nostre sale ad aprile 2014, distribuito da Academy Two.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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